Il valore di Raymond Carver

Raymond Carver (1938-1988) scrisse romanzi, racconti, poesie, e dedicò energie anche al teatro. Di umili origini, fu spinto alle imprese letterarie da una grande sensibilità e dalle insistenze delle due donne che contarono di più nella sua vita, Maryann Burk e Tess Gallagher, prima e seconda moglie. La prima conobbe un Carver presto alla deriva, rovinato dall’alcool. Gli fu evitata una morte prematura da ripetute cure ospedaliere e così nel 1977 smise finalmente di bere. Iniziò per lui, per sua stessa ammissione, una seconda vita, accanto a Tess, diventando quello scrittore icastico che conosciamo e che ammiriamo.

L’icasticità di Carver è ottenuta per sottrazione. Egli confessò di mettere mano ad un racconto anche quindici volte, per smagrire le descrizioni, ridurle all’osso allo scopo di rendere il concetto di fondo più evidente, più immediato, per enuclearlo dal contesto letterario. Verso la fine della sua breve esistenza (Carver mancò a causa di un tumore al cervello) il nostro scrittore tentò di architettare le sue operazioni in maniera meno succinta, ma uscì dalla sua natura, in certo qual modo, benché solo in parte, tradì se stesso.

Il Carver che interessa maggiormente è quello che dà l’impressione di improvvisare sulla scorta di un impeto descrittivo che va direttamente alla sostanza delle cose Ma, attenzione, l’ispirazione di fondo è legata ad una visione morale, o meglio etica, che prevede un comportamento razionale pervaso di sentimento. La questione è complessa. Alla pari di altri autori del suo tempo, quelli della Beat Generation, i Minimalisti,  (di entrambi si vuole egli facesse parte, ma lui negò sempre), Carver viveva l’atmosfera “new age” e la viveva sino in fondo. La “new age” era (è) una sorta di controcultura germogliata intorno agli anni Sessanta in risposta ad una ripresa della volgarità del mondo industriale. Questa controcultura, un residuo romantico, era avvertita come perdente, ma pure non si sottraeva ad una operazione di richiamo all’attenzione (e magari al recupero) verso le virtù spirituali dell’animo umano: comprensione, pietas, empatia, solidarietà, tutte cose che la religione formalmente assicurava. Ora, vilipesa dal materialismo, il riferimento religioso veniva ridimensionato, senza però che si fosse provveduto ad una sostituzione di pari valore psicologico. Il fenomeno fiorì negli Stati Uniti perché essi, dopo la Seconda guerra mondiale cominciarono a divenire il centro del mondo. Questo inizio di centralità richiamava un realismo rapido e risoluto, incentrato sulla concretezza programmatica e quindi sull’azione relativa. Non c’era spazio per i sogni. Per vecchia eredità mentale, tale concretezza era vista come una forzatura ossessiva e limitativa la personalità umana, una limitazione incombente dati due fattori: la necessità degli interventi nei paesi sconfitti nel famoso confronto bellico e l’occasione che ne derivava di fare affari colossali.

Tutto questo andava ad incidere pesantemente sui problemi di eticità e poneva il senso civico in un imbarazzo colossale, anche perché il freno religioso si allentava psicologicamente sempre più per gli effetti del successo pratico. Il Nostro opera in una realtà del genere, i suoi successi avvengono con case editrici anticonformiste e coraggiose (ma il successo maggiore verrà dal sistema che per varie ragioni, soprattutto basate sulla provocazione e sulla novità della prosa carveriana, deciderà di promuovere l’autore nel grande mercato, per scontate ragioni mercantili molto più che per motivi culturali). Il pegno alla cultura sarà dato dalla realizzazione cinematografica di alcune storie del nostro scrittore da parte del grande regista americano Altman. 

Un certo provincialismo, cioè una determinata visione ristretta delle cose, è presente nell’autore americano a causa di una sorta di costrizione volontaria nella visione “new age” dove, in estrema sintesi, accanto ad una disperazione di fondo per l’impotenza del pensiero ideale esiste una fiducia di fondo per la sistemazione delle cose secondo un principio edificante, un principio cioè che, per favore, eviti le conseguenze brutali della contrapposizione (che in ultima analisi è fisica) fra gli uomini. Il principio dilaga assai più della disperazione ed invade la cultura dell’intero mondo, determinando una letteratura fiduciosa quanto priva di valide reazioni alla strapotenza dello spietato realismo dominante.

E’ un principio soporifero che è ben presente (troppo) anche nella letteratura italiana moderna, ormai fra le ultime del mondo letterario che conta. Ma torniamo a Carver: a differenza del manierismo che si è impadronito della moderna espressione ideale, lo scrittore americano finisce col darsi, ad una ricerca pura del modo di realizzare un intervento significativo nell’immaginario umano, cercando di reperire le giuste ragioni per indurre l’uomo a divincolarsi dall’abbraccio del freddo pragmatismo e della comoda litania buonista. Carver non ama il Minimalismo né  la Beat Generation, cioè rifugge dalle formule in auge ai suoi tempi al fine di reperire uno strumento  adatto a scardinare certe posizioni: persegue il fine con una intelligenza e una sensibilità interiori, dando ascolto ai valori più profondi della personalità umana che di fatto la “new age”, pur in buona fede, strumentalizza: Carver tenta e spesso riesce ad andare oltre questa paralizzante strumentalizzazione, vivendo spunti di sincera commozione verso i moti segreti dell’animo umano.     

 

 

Dario Lodi

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