SENZA RITRATTO. STORIE DALL'ARTE CONTEMPORANEA. INTERVISTA A ROBERTO PAVONI

Rimaniamo nel territorio romano, dedicando la nostra attenzione ad un’altra delle sue eccellenze, mi riferisco a Roberto Pavoni.
Dopo la laurea con lode all’Accademia di Belle Arti di Roma, comincia la sua personale lotta nel mondo dell’arte.
Tra le tappe principali riporto la prima personale nel 2001 presso la Galleria d'arte La Pigna, Palazzo del Vicariato, a Roma; la partecipazione alla mostra “Rooms”  a Roma nel 2002 curata dalla prof.ssa Anna Romanello, con interventi e partecipazione del maestro Sandro Chia; nel 2003 espone al Castello Orsini (Galleria Cà D’Oro) per la collettiva “Le Circoscrizioni di Roma”, presentata da l’On. prof. Vittorio Sgarbi. (Catalogo edizioni Il Cigno, Roma); nel 2003 partecipa a “Supermercado de Arte” presso Palazzo Bigli, Milano (catalogo edizioni Baioni Stampa s.p.a. Roma); nel 2004 è invitato a partecipare in veste di ritrattista a “Roman Holiday”, manifestazione organizzata da Roma Concerti Entertainment e Pudong Cultural development Company Ltd a Shanghai (Cina); nel 2005 partecipa presso il Castello Visconteo, Pavia, al “3° Premio Internazionale d’Arte Pavia- Giovane arte Europea”,dove riceve una Menzione d’Onore (catalogo multimediale a cura della PromoArt, Pavia); il 2008 è invece l’anno della bipersonale con l’artista Francesca Aristei, “ Glokal” presso il comune di Frontone ( PU ).
Roberto Pavoni è anche insegnante di storia dell’Arte e disegno

- Roberto dammi una definizione di “ARTE” e spiegami come ti confronti con essa.
L’arte è la capacità di interpretare il pensiero collettivo attraverso un gesto o la creazione di un oggetto residuo e il 99% delle volte lo fa sbagliando.
Vivo l’arte in maniera conflittuale. Ho tante idee e nessuna che funzioni.
Fare arte vuol dire anche trovare la formula, quando arrivi a quella giusta trovi anche il tuo meccanismo.
E’ un pò come scoprire i propri orrori attraverso uno scontro continuo con la realtà e con me stesso.

- Torna indietro col tempo. Quale è stato il momento decisivo, l’intuizione fondante che ti ha spinto a scegliere l’arte?
Ho scelto l’arte per sbaglio.Frequentavo, sempre per sbaglio, il liceo tecnico industriale, per caso sono capitato all’istituto d’arte. Ho subito riconosciuto quelle persone come compagni ma pensavo che fossero tutti più bravi di me nel disegno, che possedessero già una buona tecnica artistica, invece ho scoperto che bene o male eravamo allo stesso livello.  Ho deciso allora, non solo di buttarmi ma di superarli tutti.
Un professore mi disse che l’arte è il mestiere più difficile del mondo. All’epoca la presi come una sfida, solo ora lo capisco, ogni qualvolta devo rimettermi ad esercitare mano e testa per dedicarmi ad un’opera

- Riflettendo sulle tue opere, mi è parso di trovarmi al cospetto di un’arte autoriflessiva, impegnata a pensare se stessa. Cosa rappresenta per te l’immagine? Perchè credi che il suo ruolo, nel corso dei secoli, sia stato così predominante?
Perchè fondamentalmente gli uomini sono delle macchine da ricordo.
Già leonardo da Vinci diceva che la pittura e le arti visive sono superiori alle altre arti, attraverso l’immagine cercava di studiare la realtà come mezzo per possederla.
Quanto a me, arte autoriflessiva, dici, vediamo se mi spiego...  Ti parlo dei miei ultimi lavori, “Italian Graffiti”. Attraverso queste opere racconto le borgate romane, capisci? Si tratta di una città di 2000 anni, se ancora oggi uso come matrice di linguaggio, una città così antica, vuol dire che non ho fatto passi avanti.
Per farti capire, Duchamp racconta di un detto che vede il pittore stupido “ Stupido come un pittore!”, si dice. Bene, lui dice di se che, fintanto che è rimasto legato al visivo, c’era in lui tanta di quella stupidità del pittore. Capì però, che ciò che gli serviva era l'idea di inventare.  L’idea pervenne e attraverso la formulazione di essa trovò il  modo di sfuggire alle influenze esterne.
Io voglio raggiungere quel livello di consapevolezza.

- Nei tuoi lavori è evidente una incompiutezza, voluta però, quasi un tentativo di lasciare spazio all’opera stessa, al caso, per creare un dialogo ( sto osando ) con una dimensione altra rispetto a quella materiale e allo stesso tempo, per creare un distacco con la perfezione, immobile, morta, al contrario dei tuoi lavori che, proprio in virtù di tale incompiutezza, sembrano vivi.
I miei lavori sono incompiuti perchè ogni volta lotto per mettere un pezzo in meno.
Uso la tecnica dello spolvero ( come nell’arte del ‘500 ). Faccio io lo sfondo scuro, passo le linee bianche poi ci dipingo sopra con i colori ad olio.
Ogni volta, alla fine, sono compiaciuto di me, della mia tecnica, del risultato ottenuto e ogni volta ho fallito.
E’ per questo che mi ritrovo a eliminare pezzi, per raggiungere quell’idea di inventare di cui parlava Duchamp.

- Rispetto al mondo dell’arte, cosa credi sia oggettivo e cosa assoluto?
Tutto ciò che penso io è assoluto, ciò che pensano gli altri è oggettivo.
Questa è la questione che mi si pone con i ragazzi del quinto anno del corso di studi. Io rispondo che ci troviamo difronte all’oggettivo quando l’intera umanità ritiene qualcosa di importanza tale da farla diventare un simbolo. Mi rendo conto però, che anche questo è sbagliato, perchè qui stiamo parlando di statistica, basta un solo individuo e tutto cambia.

- Guardando al panorama artistico contemporaneo, cosa e chi ti incuriosisce maggiormente, e per quale motivo?
Ti dico Maurizio Cattelan. Non mi piace ma mi colpisce, lo disprezzo addirittura ma ha capito il meccanismo dell’arte, ha trovato la formula giusta.
Ho avuto modo di conoscere Sandro Chia e una cosa che mi disse mi colpì. Mi disse “ tu con un’opera ci combatti, sei come un cacciatore che taglia la testa alla preda uccisa per appenderla come trofeo. Questo non vuol dire che tu abbia vinto. A decretare il vincitore sarà poi solo l’osservatore”

- Raccontaci a cosa stai attualmente lavorando e i progetti per l’immediato futuro.
Sto dedicandomi a “I miei Orrori”. Si tratta di una seria ispirata a Bosch e nata da una conversazione avuta con un’amica e artista,  Ilaria Facci durante un periodo molto difficile. Abbiamo cominciato a parlare di debolzze, di virtù, di vizi e della nostrà capacità di trasmormare l’orrore in qualcosa che fosse arte.
Il problema non si pone tanto nell’atto creativo, quanto nella nostra capacità di guardarci dentro, di scorgere il lato più intimo di sè senza spaventarsi, senza rifiutarlo, senza amarlo nè odiarlo.
Ciò che serve è succhiarsi, aprirsi per poi vomitare tutto.
Questo è quello che sto cercando di fare con questa serie di opere.  Sono lavori tra il collage e la pittura, lavori che definirei iperrealisti non per la tecnica ma perchè sono un contenitore di ciò che vedo, è come se  ciò che mi caratterizza, nel bene e nel male, si materializzasse sulla mia carta.

Per saperne di più
http://www.robertopavoni.com/

Lucia Lo cascio

 

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