La pietas di Umberto Saba

La capra     Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata.  /Sazia d’erba, bagnata  /dalla pioggia, belava. / Quell’uguale belato era fraterno  / al mio dolore. Ed io risposi, prima  /per celia, poi perché il dolore è eterno, / ha una voce e non varia. / Questa voce sentiva / gemere in una capra solitaria. / In una capra dal viso semita / sentiva querelarsi ogni altro male,  / ogni altra vita.

La famosissima poesia di Umberto Saba, sopra riportata, è forse la composizione che meglio rivela la sensibilità dell’intellettuale triestino. Saba (vero cognome Poli, 1883-1957) è autore che si rammenta soprattutto per i suoi racconti, per i suoi ricordi. I secondi sono nettamente prevalenti sui primi, tanto che la narrazione, nei suoi scritti, appare comunque subordinata ad una traccia realistica ben precisa, attentamente osservata e profondamente vissuta. Saba inventa poco, più volentieri si fa prendere da una commozione irresistibile per la vicenda umana che, grazie alle sue parole, viene umanizzata ancora di più. Mai manca nell’espressione dello scrittore triestino un richiamo preciso all’idillio poetico, ovvero alla trasfigurazione del fatto in una sublimazione fatta di poesia. E’ una poesia naturale che Saba esalta coscienziosamente e doverosamente: il dovere è un riconoscimento di bontà di quella naturalezza, sentita come indispensabile appoggio esistenziale che il Nostro irrobustisce con una pietas virtuosa, cioè non sdolcinata, non di maniera. Saba raggiunge tutto ciò operando sottotraccia, operando cioè senza usare fuochi d’artificio, ma affidandosi a riflessioni sentimentali che lo portano ad un contatto intimo con le cose del mondo e con la sensibilità umana.  

L’impegno del triestino è spontaneo ed irrefrenabile, non è condizionato dalla razionalità: la ragione si limita a mettere ordine ad un procedimento vitale che tenta continuamente familiarità con quello esistenziale, indugiando sui momenti di confidenza fra i due. Negli indugi egli ritrova, e ci fa ritrovare, occasioni di adeguamento ad una realtà oltre quella abituale, come fosse possibile l’avvento e la stabilizzazione del non detto per timore di inadeguatezza dell’espressione intima, remotamente catartica.

L’idea remota, portata in superficie per un responsabile sogno di purezza,  è una sorta di recupero dell’elemento relativo, il sentimento, finalmente collocabile nel tutto, grazie al perseguimento di certa enfasi sentimentale, in maniera efficace.

Così, l’intellettuale triestino riesce a muoversi nel modo più fiducioso possibile nella realtà che lo circonda, non tanto per impossessarsene, a questo o quel titolo, quanto per viverla al meglio e consapevolmente.

La consapevolezza non è tuttavia un dato importante per la mentalità del triestino: egli teme fondamentalmente la fissazione dei concetti, mentre ama la loro articolazione, il loro profondo divenire in quanto si sente più vicino alla seconda fenomenologia, avvertendola più vera del risultato di una trattazione scientifica.

Questione primaria, per lui, è l’identificazione di sé, della vita, e non il dominio del mondo. Saba preferisce lo stupore di una scoperta alla pur incoraggiante creazione di un’ipotesi. Per lui l’esserci è una meraviglia insondabile, che però si può apprezzare nei meandri della propria sensibilità, magari con eccessi attributivi per un desiderio esteriore di perfezione di sé che non può essere facilmente trattenuto e che funge da diga contro le delusioni: eccessi, dunque, più augurabili di un silenzio compiaciuto o di una frettolosa imposizione razionale. La poesia citata ha un pathos forse inarrivabile. E’ un inno alla vita, a qualunque vita assunta come emblema eloquente e in qualche modo disperato, ma non disarmato, di un essere nell’esistenza del creato. Fra le prose, dobbiamo ritornare ai ricordi per riavere il nostro Saba: due quelli assolutamente memorabili: la descrizione dell’incontro del Nostro con Gabriele D’Annunzio, tramite il figlio di quest’ultimo, Gabriele Maria (detto Gabriellino) e quella di Italo Svevo, frequentatore della libreria di Saba (la possedeva con il socio Carletto, un carattere simpaticamente difficile). Nel primo caso, Saba non nasconde la delusione per il presunto grande uomo. Il Vate gli appare come una specie di pallone gonfiato, un tipo vanaglorioso e inaffidabile, tronfio e con qualche presunzione di troppo. Tuttavia la descrizione non è feroce o risentita, è invece molto umana. D’Annunzio ne esce assai ridimensionato, ridotto a uomo qualunque, e anche meno: Saba si vendica del trattamento ricevuto, non da poeta, ma proprio da essere umano. Più interessante la figura di Italo Svevo che il Nostro descrive come un venditore nato e come un affabulatore irresistibile. Ci viene spiegato che Svevo temeva di viaggiare in automobile e che, per ironia della sorte, venne a mancare proprio a causa di un incidente automobilistico. L’incidente non fu gravissimo, ma il noto romanziere aveva un cuore debole – lui stesso diceva a causa del fumo (più probabilmente a causa di una ipertensione altissima e di vecchia data) – e non resistette ai postumi del fatto. Saba rivela che prima di morire Svevo abbia detto che morire gli era parso per tanti anni una cosa difficile e angosciosa, mentre ora, che tutto ciò avveniva, ebbene era la cosa più semplice del mondo. A rammentarlo, Saba si levava dagli occhi una lacrima senza farsi vedere. Ogni volta, sicuramente.

        

    

Dario Lodi

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