La personalità di Jarry

La personalità di Jarry

Ambroise Vollard, uno dei massimi galleristi d’arte dell’epoca, fra gli scopritori degli Impressionisti, volle incontrare Alfred Jarry (1873-1907), uno scrittore di cui si parlava molto a Parigi. Gli venne incontro, dopo aver aperto una porticina, un giovane basso di statura con i capelli bianchi. Vecchiaia precoce? No, risultato della decisione del suo padrone di casa: costui aveva ricavato due vani, uno sopra, uno sotto, da un vano solo, adattando il secondo all’altezza di Jarry. Aveva solo sbagliato un poco, per cui lo scrittore sfiorava il soffitto appena dipinto di bianco. A quanto dice Vollard nelle sue memorie, Jarry non si scrollò la “farina” di dosso. Fece entrare il gallerista in una specie di spelonca abitata da parecchi gatti, ai quali lo scrittore non faceva mancare nulla. Magari non mangiava lui, ma non per indigenza, quanto perché si dimenticava di mangiare, impegnato com’era a bere (vino e assenzio lo portarono ad una morte precoce).
Alfred Jarry parve, agli occhi di Vollard, un essere venuto da un altro mondo. In poche righe il visitatore descrive alla perfezione il personaggio, evidenziando la sua lunarità, la sua bizzarria, la sua totale estraneità al mondo corrente. Ma il personaggio ha anche qualcosa di geniale: sprizza dai suoi occhi vivacissimi una luce speciale. Del resto questo omino aveva scritto una commedia satirica originalissima, Ubu re, concepita in prima battuta come spettacolo di marionette avente per tema la stupidità e la violenza delle convenzioni sociali. Il successo di scandalo lo fece proseguire con Ubu incatenato, dove viene messo in rilievo il basso opportunismo del tipico borghese (Jarry aveva ricavato la maschera di Ubu da un noto docente vanaglorioso di un ateneo parigino che il Nostro frequentò svogliatamente). La cosa curiosa è che nei due componimenti non c’è alcun moralismo. Lo scrittore si limita a registrare la verità, o meglio a far passare l’invenzione, la caricatura, il simbolo, a verità inoppugnabile: la borghesia, sembra dire divertito, e per nulla scandalizzato, è proprio questa qua ed è tutta occupata ad essere meschina.
Nella sua filosofia, alquanto scombinata – non per nulla Jarry è considerato il vero padre del teatro dell’assurdo – il Nostro immagina (e non si vede quanto sia lontano dal vero) che la borghesia, con la sua sete di profitto e di riconoscimenti, sia il prodotto del progresso storico. Il fatto di essere intellettualmente malferma deriva dal suo attaccamento alle convenzioni, non importa quanto esangui. Quieto vivere, cioè licenza di brigare con gli affari minuti. Individualismo e appiattimento civile. Morale alla giornata.
Chiaramente c’è un altro mondo ed è quello della ragione che solo un secolo prima, con l’Illuminismo, era stata svegliata, eccome! Dove mettere tanta energia razionale a presa diretta? Il mondo degli Ubu la respinge. La respinge perché non la conosce.
Non la conosce neppure Jarry, intendiamoci, ma la sente come un’energia positiva che è peccato disperdere. Ma è lecito credere ad una sua (futura) vittoria?
Non è magari un capriccio intellettuale? Jarry non se lo chiede e passa risolutamente alla canzonatura del mondo che ha sotto gli occhi e che ai suoi occhi, appunto, non funziona come dovrebbe e potrebbe funzionare proprio grazie all’intelligenza umana.
Intanto, ammettiamo una certa ignoranza. Allora Jarry crea il personaggio del dottor Faustroll, al quale fa inventare la “Patafisica” che così descrive:

La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità.

Il libro Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico appare nel 1911, quattro anni dopo la morte dello scrittore, a cura degli amici, i quali vollero addirittura che la “Patafisica” fosse una vera e propria scienza, vale a dire la scienza delle soluzioni immaginarie destinata a studiare le leggi che regolano le eccezioni.
In quegli anni, grazie a studi scientifici autentici e rigorosi (Max Planck, Einstein, Heisenberg, Niels Bohr ed altri) si sta andando oltre la realtà ipotizzata da secoli. La meccanica quantistica abbatte la meccanica classica, aprendo una visione del mondo molto più complessa e dinamica della precedente. La scienza ammette di non essere infallibile e aggiunge che la conoscenza delle cose è un rebus forse insolubile. La scienza, insomma, viene demitizzata. Ma questa demitizzazione porta con sé quella del mondo che c’era prima: sono impossibili finalismo e determinismo aprioristici. Non si riesce a sapere con esattezza come si comporti la materia (non si entra, per ora, nell’infinitesimale, cioè nel cuore delle cose) e quindi come e dove si muova il mondo.
Non si può parlare di caos, si deve parlare di conoscenza ridotta. Da tutto questo, filosoficamente, si consolida il concetto di relativismo (attenzione, in verità si tratta di un relativismo attivo, non passivo). Dio deve cambiare casacca o può tranquillamente andare in pensione. Il suo vecchio mondo non vale più. Alfred Jarry, probabilmente, nella sua ingorda fantasia aveva visto questa caduta o aveva fortemente sperato che avvenisse perché era giusto che avvenisse il fallimento di una realtà povera. Come formiche gli uomini del XIX secolo era impegnati ad accumulare briciole di pane da portare nelle loro tane e nulla più. Le grandi istituzioni, Chiesa compresa, si adattavano, ovviamente in maniera indiretta, alla fabbricazione delle pagnotte ed anzi ci lucravano sopra. Nient’altro.
Il materialismo imprigionava gli uomini, come ieri faceva il potere metafisico e trascendentale di re e papa. Non era ora che gli uomini si svegliassero? Marx diceva di sì dall’alto della sua utopia. Ma certamente non si trattava solo di una sveglia materiale.
Jarry parlava di sveglia totale. Di nuovo umanesimo: sentimento e scienza a braccetto.
E pazienza, aggiungeva lui ironicamente, se poi è tutta una farsa. Se poi è tutta una burla.
Sarebbe così male morire dal ridere?

Dario Lodi

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