La morale di Leone Ginzburg

Leone Ginzburg

Alla fine degli anni ’20, con il fascismo ormai in auge, Torino ospitò un gruppo di intellettuali che  avrebbe contribuito a fare la storia dell’Italia repubblicana. Del gruppo facevano parte, fra gli altri, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Carlo Levi Massimo Mila, Luigi Salvatorelli e Norberto Bobbio. Il gruppo allarmava la polizia per una supposta attività anti regime. Bobbio fu arrestato ed interrogato. Su pressione della famiglia, che era una famiglia alto-borghese, egli fu convinto a scrivere una lettera direttamente a Mussolini, cercando di discolparsi per i sospetti d’infedeltà al regime. Ne andava del suo futuro, che infatti fu salvato per varie ed opportune mediazioni. La lettera a Mussolini era stata comunque presa in considerazione dalle autorità, ebbe peso sulla decisione di perdono. Si trattò, per Bobbio, di una ferita che lo perseguitò sino alla morte. Lo studioso si portò appresso, causa la lettera, il timore della propria inaffidabilità agli occhi del prossimo. Ben diverso il comportamento di Leone Ginzburg (1909-1944), un ebreo ucraino nato ad Odessa, emigrato dapprima a Viareggio, luogo di vacanza dei Ginzburg, poi a Berlino e infine a Torino, dove divenne presto uno dei massimo animatori culturali. Base di questa animazione è il riferimento ad una società federalista rispondente ai principi di Giustizia e Libertà (movimento liberal-socialista fondato a Parigi nel 1929, su ispirazione di Gaetano Salvemini, il cui leader fu quasi subito Carlo Rosselli, assassinato nel 1937 su mandato fascista insieme al fratello Nello).

Leone rifiutò sempre di iscriversi al PNF e pagò i suoi rifiuti con il carcere, dal 1934 al 1936 (due anni amnistiati), conobbe il confino (a Pizzoli in Abruzzo, nel 1940), fu partigiano e, catturato, subì la tortura da parte dei tedeschi (che non conobbero un solo nome dei suoi compagni) e a causa di essa morì. Non aveva ancora 35 anni. Ecco, la sua giovane età sorprende alla luce degli “Scritti” (composti fra il 1927 e il 1934) che furono dati alle stampe per la prima volta nel 1964 (Editrice Einaudi, alla cui fondazione il Nostro aveva contribuito).

Leone vi appare come un vecchio saggio, pacato e ragionevole, sereno e determinato, portatore di un messaggio civile che ha ben pochi riscontri nell’intera storia della civiltà. La scrittura è ponderata, di bella lettura, è suggestiva ed affascinante: apre l’orizzonte di un mondo nuovo, un mondo nel quale l’uomo è al centro della scena, con i suoi diritti ed i suoi doveri assai ben precisati.  E’ indispensabile sapere che il Nostro non ricorre a frasi fatte e non ostenta formule accademiche scelte per la loro efficacia emotiva. Egli non si impone. Leone Ginzburg argomenta e la fa con una lucidità ed una proprietà concettuale davvero trascinanti, convincenti.

Non ci sono risoluzioni facili nei suoi scritti, c’è invece un invito all’impegno intellettuale e pratico  allo stesso tempo che fa della figura umana un essere dignitoso, meritevole di considerazione: l’animazione del merito avviene tramite ragionamenti semplici, ma profondi, sostenuti da una logica umanistica che appare irreprensibile ad anzi augurabile nella sua piena esecuzione. Non è una questione sentimentale a determinare l’accettazione di questa logica. Leone non è un abile manipolatore e non è un nominalista, non conosce la superficialità. La sua espressione è curata, le parole sono dettate dai concetti, si realizzano attraverso un rigore mentale assolutamente responsabile e in tutto e per tutto presente a se stesso, concepito come missione da compiere, non per motivi di protagonismo personale, ma per dovere morale.

La morale in questione non ha nulla di debole, nulla di utopistico, bensì possiede una certezza di necessità inattaccabile, per quanto riguarda la realizzazione autentica della civiltà, quasi fosse un decalogo laico, più concreto di quello religioso e più impegnativo da onorare. Leone insiste che è tuttavia possibile farlo, che è possibile onorarlo, anzi che è un imperativo categorico provvedervi. Ci si chiede: perché gi scritti di Leone Ginzburg non fanno parte del gotha della letteratura civile, degna peraltro anche come letteratura vera e propria in quanto il essi non hanno precisamente carattere specialistico, saggistico? Possibile che meriti meno di Norberto Bobbio? Gli è che i testi di quest’ultimo, pur nobili e sentiti, appartengono al sistema generale, ovvero rispondono a degli schemi, a delle convenzioni conservate come fossero tradizioni preziose, benché sclerotizzate, ripetute come un mantra. Convenzioni larvali, senza sangue. Gli scritti di Leone Ginzburg sono al contrario delle novità che fanno pensare in maniera insolita e che costringono ad un esame di coscienza serrato, sicuramente pericoloso per le oligarchie. Leone era per una democrazia seria che il sistema stesso predica facendo poi di tutto per ostacolarla. Un conto sono le dichiarazioni, un conto è la loro attuazione. Per il nostro amico, invece, le due cose vanno a braccetto. Funzionano insieme, d’amore e d’accordo, nel rispetto di ogni essere umano. Questo rispetto è la spina dorsale di un vangelo concreto.

 

Dario Lodi

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