La modernità di Alessandro Manzoni

Più che per il strafamoso “I promessi sposi”, Alessandro Manzoni (1785-1873) andrebbe ricordato per la “Storia della colonna infame”. Negli Oscar Mondadori esistono sia la prima che la seconda versione dell’opera, con note, importantissime, di Carla Riccardi. Manzoni, si sa, attraversò due fasi: la prima, legata ad un giovanile soggiorno parigino durante il quale venne a conoscenza dell’Illuminismo; la seconda di carattere religioso dovuta all’affetto per e dalla madre, donna sì libertina ma anche di grande fede cristiana.

La fede sopravviveva in generale, a quei tempi, in quanto sostenuta dal Romanticismo in opposizione ad un Positivismo che di fatto, non era in grado di sostituirsi alla moralità e alla spiritualità tradizionali. Manzoni, per una pietas naturale, coltivata poi razionalmente, si appoggiò più sulla religione che sulla ragione, ma quest’ultima non fu mai da lui dimenticata o accantonata. Certo, le sue opere più popolari trasudano religiosità, ma in esse non vi è mai svenevolezza: il nostro scrittore sa tramutare certa passività comportamentale sollecitata dalla Chiesa in attività favorita da una non meglio identificata Provvidenza che come una madre premurosa riesce ad arrivare dappertutto risolvendo al meglio. Non siamo, intendiamoci, ad una visione edulcorata delle cose, né ad un buonismo di maniera, siamo invece ad un desiderio di armonia con il mondo che, secondo Manzoni, l’uomo con le sue sole forze non può raggiungere. La Provvidenza manzoniana è una sorta di Spirito Santo (intelligenza e sensibilità superiori) che guida l’uomo verso la perfezione. In mezzo a tutto ciò, Manzoni mette la partecipazione razionale che diventa osservazione indulgente nei confronti della realtà materiale, umana, e persino, seppure quasi sottotraccia, nei confronti della tesi superiore, divina da lui stesso emessa.

Il ricorso alla razionalità piena si manifesta, invece, in quella che è considerata fra le sue opere minori, la “Storia della colonna infame” appunto, dove egli si trasforma in cronista, storico, giurista di una vicenda avvenuta nel 1630 a Milano: una donnetta, invasata e visionaria, certo spaventata dalla peste che stava colpendo la capitale lombarda, denuncia d’aver visto un commissario di sanità, riconosciuto poi nel nome di Guglielmo Piazza, ungere i muri e i catenacci con una sostanza gialla, sicuramente per maggior contagio pestilenziale. Più tardi salterà fuori il nome del produttore di questo “unto”, il barbiere Gian Giacomo Mora. Allora i barbieri facevano anche piccole operazioni ed usavano del ranno casalingo (composto per fare il bucato) per disinfettare gli strumenti di lavoro. Manzoni, con una passione lucida ed un’indignazione tenuta a freno con difficoltà, mette in evidenza, passo dopo passo, l’evolversi di una situazione allucinante, incivile e particolarmente brutale. La modernità dello scrittore sta in questo resoconto senza fronzoli, avulso da ogni tecnica, squisitamente giornalistico, ben motivato e ben argomentato. L’assenza di ogni finzione e di ogni trattazione di comodo, la fuga dal romanzesco, il senso di concretezza e il rispetto per le verità essenziali, danno a Manzoni una statura morale e intellettuale di primissimo piano. Un fatto sorprendente, a ben vedere, se consideriamo i suoi scritti canonici, fatti soprattutto per compiacere il pubblico e per accontentare se stesso, onorando una regola estetica di sicura fascinazione e di nessuna autentica problematicità. Il nostro scrittore segue, in generale, un filo logico che lo rende simpatico alla borghesia di allora, seppure, e questo gli va riconosciuto, impegnandosi allo spasimo da un punto di vista formale e, in parte, sostanziale. La questione sta in uno sviluppo narrativo che non disturbi le coscienze: basta e avanza l’allusione alla Provvidenza, la quale, in ultima analisi, evita all’uomo impegni eccezionali per quanto, potenzialmente, alla sua portata. L’impegno eccezionale di Manzoni sta nella piccola opera citata, nata per essere inserita nel “Fermo e Lucia”, altra versione dei “Promessi sposi”, ed omessa per un sospetto di sovrabbondanza sul tema della peste e dunque di squilibrio nell’economia dell’opera.  

Nella realtà, la colonna infame è un altro tipo di intervento narrativo, potendo contare su una ricchezza di esposizione impensabile nella prosa patinata dei “Promessi sposi”.

Alla gradevolezza consistente, ma superficiale, della seconda opera, Manzoni oppone la bellezza  di una prosa strabiliante, spontanea, tutta sostanza e tutta profondità di analisi. Diversamente da Pietro Verri che trattando della cosa si concentra sulla vergogna della tortura, il Nostro chiama in causa l’intero apparato giudiziario tacciandolo di viltà e di ignoranza, di crudeltà nell’emissione del verdetto di condanna dei due “untori” semplicemente per cercare di rintuzzare la rabbia del popolo per la presenza della peste e per l’incapacità del sistema di combatterla. Una gigantesca ingiustizia, culminata nell’erezione della tristemente famosa colonna (abbattuta solo nel 1778), celebrata come giustizia sacrosanta persino da un osservatore come Giuseppe Parini: Manzoni non esita a denunciare le grossolanità di questo o quel personaggio, tirando in ballo anche un grande giurista come Pietro Giannone, attivo principalmente a Napoli, del quale rivela la propensione a copiare testi altrui per minimizzare certi accaduti e compiacere l’autorità (si rifece, più tardi, con un anticlericalismo che  lo portò a morire in prigione a Torino a 72 anni). Nessuno, come Manzoni, è stato capace di mettere chiaramente in luce una vicenda tristissima, indecente per la storia della civiltà, passata come una vittoria, benché zoppa (a causa della tortura), per la giustizia ufficiale. Ecco il testo della lapide ora al Castello Sforzesco di Milano:

 

QUI, OVE S'APRE QUESTO LARGO,
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DEL BARBIERE
GIAN GIACOMO MORA
CHE, ORDITA CON IL COMMISSARIO DELLA PUBBLICA SANITA' GUGLIELMO PIAZZA
E CON ALTRI UNA COSPIRAZIONE,
MENTRE UN'ATROCE PESTILENZA INFURIAVA,
COSPARGENDO DIVERSI LOCHI DI LETALI UNGUENTI
MOLTI CONDUSSE AD UN'ORRENDA MORTE.
GIUDICATI ENTRAMBI TRADITORI DELLA PATRIA,
IL SENATO DECRETO'
CHE DALL'ALTO DI UN CARRO
PRIMA FOSSERO MORSI CON TENAGLIE ROVENTI,
MUTILATI DELLA MANO DESTRA,
SPEZZATE L'OSSA DEGLI ARTI,
INTRECCIATI ALLA RUOTA, DOPO SEI ORE SGOZZATI,
BRUCIATI E POI,
PERCHE' DI COTANTO SCELLERATI UOMINI NULLA AVANZASSE,
CONFISCATI I BENI,
LE CENERI DISPERSE NEL CANALE.
PARIMENTI DIEDE ORDINE CHE
AD IMPERITURO RICORDO
LA FABBRICA OVE IL MISFATTO FU TRAMATO
FOSSE RASA AL SUOLO
NE' MAI PIU' RICOSTRUITA;
SULLE MACERIE ERETTA UNA COLONNA
DA CHIAMARE INFAME.
LUNGI ADUNQUE DA QUI, ALLA LARGA,
PROBI CITTADINI,
CHE UN ESECRANDO SUOLO
NON ABBIA A CONTAMINARVI!
ADDI' I AGOSTO 1630

(sen.Marcantonio Monti prefetto della pubblica sanità'
Giovambattista Visconti capitano di giustizia)

Dopo la rimozione della colonna le ultime due righe furono ablate dalla lapide; il testo si rinviene, tuttavia, in Remarks on several parts of Italy & C. in the years 1701, 1702, 1703 di Joseph Addison, Londra 1753, pag. 35:
PRÆSIDE PVB. SANITATIS M. ANTONIO MONTIO SENATORE
R. IVSTITIÆ CAP. IO. BAPTISTA VICECOMIT          

 

Manzoni pubblicò a parte questo scritto nel 1840, uno scritto troppo intelligente e troppo compromettente per il potere in generale. Un documento di rarissimo impegno civile, lontano da qualsivoglia accomodamento, “sine ira et studio”, che va assolutamente recuperato.

dario Lodi

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