La passionalità di Vladimir Majakovskij

Il suicidio di Vladimir Majakovskij, nel 1930 (era nato nel 1893) è tuttora avvolto nel mistero: possibile che lo scrittore georgiano avesse deciso di compiere il passo fatale per un amore non corrisposto? La bella attrice Lilja Brik l’aveva frequentato, ma alla fine l’aveva respinto, non certo immaginando cosa la sua decisione avrebbe provocato. Nessuno era preparato ad un tale esito della vicenda semiamorosa fra i due. Una cosa inaudita per quanto riguarda il personaggio Majakovskij, del tutto avulso, a parole – e che parole! - da ogni contaminazione borghese.

Ma forse il personaggio era tanto sicuro della propria personalità da escludere qualunque diniego di fronte ad un suo desiderio, tanto più un desiderio così coinvolgente come quello amoroso. L’amore corrisposto di Lilja sarebbe stato il coronamento di una diversità perseguita, raggiunta ed ostentata, ma non come ostentazione vera e propria, ornamentale, da un rivoluzionario autentico. Il no della ragazza suonava offesa inaudita, inconcepibile nell’animo di un uomo eccezionale.

Questa ipotesi, non nuovissima, continua ad essere sottaciuta per timore del ridimensionamento di un protagonista assoluto della rivoluzione russa. Majakovskij aveva un carattere forte e focoso, pronto all’entusiasmo come alla depressione. Amava la cultura in modo straordinario e inseguiva con vero interesse i vari movimenti artistici europei sorti verso la fine della Belle Epoque. In particolare, era stato attratto dal fuoco e dalle fiamme del Futurismo di Marinetti, partecipando alla fondazione del cubo-futurismo russo dell’amico David Burljuk, pittore e animatore culturale, che adorava le sue poesie e che gliele pagava. Per il Futurismo, Majakovskij scrisse poesie, drammi, poemi, nei quali mise in evidenza la necessità di un cambiamento radicale della mentalità del tempo, battendosi per una presa di coscienza individuale capace di eliminare una volta per tutte qualsivoglia tipo di oligarchia. Egli, dunque,si batteva per la libertà totale dell’individuo, non per l’esaltazione dei regimi di Lenin prima e di Stalin poi.

Il suo marxismo era un invito a liberarsi dalle catene e a fondare una nuova società retta dalla meritocrazia e solidale con tutti i suoi membri, con l’umanità intera. Questo suo principio gli procurò guai sia con la polizia zarista – e qui è ovvio – sia con quella sovietica – e ciò, per il nostro poeta, fu una autentica sorpresa -, anche se alla base di questi ultimi guai sta sicuramente un equivoco. L’occhialuta polizia di Mosca non tollerava svolazzi artistici in quanto li reputava un esercizio contrario alla solidità dell’animo popolare. Ma Majakovskij ricorreva ad una certa complessità espressiva per far emergere tutto il desiderio umano di autonomia esistenziale, non per porre la propria penna al servizio di un credo semplicemente sostitutivo a quello precedente, solo più moderno secondo i dettami della storia: nel caso dell’Unione Sovietica, non occasionale perché la realtà del gigante russo, e ancor più dei territori occupati dalla rivoluzione, si riferiva ad una civiltà assai più contadina di quelle occidentali, ormai lanciate, queste ultime, verso reiterazioni rivoluzionarie industriali, con impossibilità da parte dei ceti inferiori, tagliati fuori dal potere, di prenderlo.

All’epoca di Majakovskij, c’era l’euforia catartica di Lenin e Trotskij (creatore dell’Armata Rossa), ma volontariamente o involontariamente essa era legata alla fondazione di un regime nuovo in luogo di quello storico zarista. La rivoluzione era intenzionalmente votata alla liberazione della gente dalle catene dell’aristocrazia e alla fondazione di una comunità di uguali. L’utopia di questa intenzione stava nelle condizioni civili e sociali dei popoli che formavano quella specie di grande isola fra due continenti, l’Asia e l’Europa.

La rivoluzione nacque nelle grandi città per l’iniziativa di intellettuali imbevuti di marxismo umanitario più che umanistico. Majakovskij, come molti altri intellettuali più romantici, concepiva le cose all’incontrario: avvento dell’umanesimo moderno, per così dire orizzontale, e conseguenza solidale inevitabile. Si trattava di un programma estremamente avanzato, filosofico puro, incurante dei processi storici. Tuttavia, la collettività agitata dalla rivoluzione russa era marginale nel pensiero dello scrittore georgiano. In realtà, Majakovskij vedeva il movimento rivoluzionario come un’occasione per liberare se stesso dal mondo piccolo-borghese nel quale era costretto a vivere e concepiva l’impeto futurista come una spinta particolarmente coraggiosa a farlo. Fra le tante poesie del Nostro, una ci rivela in modo chiaro le sue ambizioni: è la poesia “All’amato me stesso”, dove egli insegue logiche inoppugnabili del proprio agire. Lo fa con spirito individualista, le logiche si riferiscono a se stesso, non a una palingenesi sociali.

Lo stesso, in modo più velato, si ritrova nella pur brevissima composizione “Ottobre” e nelle molte poesie dedicate al partito (di cui, a parte alcuni richiami, divenne una specie di riferimento), dove, accanto ad un’enfasi rivoluzionaria, seppure ben scandita e ben controllata, esistono continue rammemorazioni della propria condizione intellettuale, in via di speranzoso soddisfacimento attraverso le nuove imprese (o promesse) civili portate dalla rivoluzione. Che tuttavia Majakovskij ami e rispetti la cultura occidentale classica è provato dalle sue numerose prose intorno alle impressioni di viaggio in varie capitali europee e di soggiorno per tre mesi negli Stati Uniti. Lo scrittore nota e riporta il degrado delle periferie, ma si sofferma anche sulle manifestazioni di progresso civile, per quanto generalmente indotto, portato dal progresso borghese, un progresso che ha necessità di una codificazione culturale che Majakovskij sente perduto – e che anela essere recuperato - con la “Finis Austriae”. Sotto questo aspetto, egli è un cantore, dalla voce possente, delle punte intellettuali di quella civiltà travolta dalla Prima guerra mondiale.

Per lo scrittore georgiano è un fatto nostalgico serio, è una malinconia che lo inquieta: egli fa fatica a liberarsi dall’inquietudine, riuscendovi solo in parte grazie ad una prosa lucidissima, elegante ed acuta, in lotta, spesso vittoriosa, contro qualsivoglia convenzionalità. Molto valida è l’operazione editoriale antologica dei suoi scritti: “Vladimir V. Majakovskij, Opere.” 4 voll., a cura di Ignazio Ambrogio, traduzioni di Ignazio Ambrogio, Giovanni Crino, Mario De Micheli, Giovanni Ketoff, Mario Socrate, Pietro Zveteremich, Roma, Editori Riuniti, 1958 (seguirono altre due edizioni, nel 1972 e nel 1980, di 8 voll.). Ovviamente essa contiene i suoi drammi (allora osannati, oggi per buona parte trascurabili, in quanto troppo legati alle sperimentazioni futuristiche da “fuochi d’artificio”).

Dario Lodi

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