L'ARTE COME SOSPIRO. CARLO CECCHI AL 'CONTEMPORANEO' DI JESI

L'ARTISTA INCOMPLETO

SOUPIRANT. L’ARTE COME SOSPIRO IN CARLO CECCHI

SOMMARIO
La recensione dell’intelligente mostra dell’artista jesino, con la sua figurazione divagante, proiezione di archetipi e pulsioni leggere, evidenzia altresì come l’arte, in un mondo senza più il sociale, favorisca sul piano fenomenologico una coscienza che diviene presa di coscienza. Seguendo l’artista nel suo avvincente labirinto di forme giocate intorno al maschile come scapolo, intorno al desiderio del femminile, egli produce immagini e conoscenza. In questo senso possiamo intendere la frase di Klee: "l'oggetto si dilata al di là del proprio fenomeno".
La mostra è ospitata nei locali sottostanti del ‘Contemporaneo’ (Piazza Ghislieri, 3 Jesi). Dal 6 aprile al 17 maggio.

Nell'età post-sociale (A. Touraine, La fin des sociétés, 2013) l'uomo, senza più miti fondanti, chiede all'arte una profondità di lettura, tanto verso il kantiano cielo stellato sopra di me, quanto verso la legge morale in me.
Ogni società ha elaborato miti e rappresentazioni fondanti. La nostra vive di un grande racconto senza fondazione, in cui confluiscono immagini e immaginazioni, narrazioni e pulsioni, in cui si demolisce e ricostruisce senza posa. Apparentemente ignaro dei suoi fini, questo cantiere tuttavia non è senza conseguenze. Le immagini forti, ossia aventi un intreccio narrativo oltre la media, aprono lo sguardo su un pezzo del mondo, tanto che sul piano fenomenologico la coscienza diviene presa di coscienza. A questo punto l'io è in grado di dare senso ai contenuti visivi dell'esperienza.
Così, l'arte produce immagini di coscienza, e conoscenza. Succede, ad esempio, nelle opere sul femminile di Francesco Vezzoli (il suo Museum of woman crying con le dive dei volti solcati di lacrime) e Shirin Neshat (Senza parole, 1996; il volto di una donna rigato dai versetti del Corano). Succede in Carlo Cecchi. La visibilità immediata diventa visibilità organizzata, dotata di senso per chi guarda. Strutturate secondo i loro principi indipendenti dalla percezione dell'io (la "geometria della natura"), diventano ora forme per l'uomo –in conseguenza del fatto che le stesse forze determinanti l'ordine visibile del mondo, dalla formazione di cristalli alla nascita della vita, sono all'opera anche nel processo creativo della mente umana (G. Di Napoli, I principi della forma, Einaudi 2011). Da questo punto di vista si spiega la frase di Klee secondo cui "l'oggetto si dilata al di là del proprio fenomeno" (Teoria della forma della figurazione, vol. II, Storia naturale infinita, 2011). Si può così ammettere che l'artista, alchimista (A. Schwarz) o mago (J.-H. Martin), è in qualche modo cofondatore di una razionalità avanzata; dove narrazione ed ermeneutica sono essenziali a uno sguardo portatore in ultima istanza un progetto di civiltà.

I dipinti di Carlo Cecchi dilatano in una forma soupirant.  È il sospirante dello scapolo di Duchamp, che, al suono delle sue litanie, “macina da solo la sua cioccolata”. Proprio tale figura, il suo ‘fare le distanze’ nell’appostamento amoroso, ci aiuta a prendere coscienza. Beninteso, non la verità (secondo Cecchi l’arte rimane finzione, fatica e gioco).
Il rimando letterario più immediato è Kierkegaard. Se per il protagonista del Diario del seduttore, seduzione e affrancamento dalla fanciulla amata sono l’artificio in cui risiede il vero piacere (le amanti lui "se ne scrolla di dosso come gli alberi con le foglie"), per l’artista il piacere estetico è nella forma di dissonanze e interrogativi di senso. Egli produce piacere nella forma di coscienza di un assente - la sposa, il femminile. Coscienza tanto più reale quanto più lo sguardo è distanziato (come appunto nello scapolo  –o nel narratore che osserva e giudica il mondo degli adulti attraverso gli occhi di un bambino). Proprio perché tale, lo sguardo di Cecchi è un morbido flusso di immagini, ambiguo, apparentemente dimesso e rimesso in libertà, affrancato per cogliere ciò che sfugge -non nella forma del dominio razionale, ma in quella del sospiro.
Del resto, la doppia polarità di dimesso e rimesso in libertà, è nella stessa etimologia di ‘scapolo’. Il termine, infatti, rimanda alla parte rettangolare dell'abito da lavoro del monaco (lo scapularu è altresì il panno grezzo del contadino siciliano). Però scapolare è altresì lo scatenamento della corrente e il tracimare di un corso d'acqua. Designa l’evitar un pericolo, un danno, una punizione o obbligo. Scapolare è il mettersi in salvo con la fuga, il rimettere in libertà (anticamente scapolo indicava chi era stato liberato da prigionia o il vogatore imbarcato volontariamente su una galera, senza essere legato alla catena). Scapolo è colui che agisce con la massima libertà, di proprio capriccio. Per questi motivi, lo scapolo soupirant può fungere da presa di coscienza di un pezzo di mondo.

Come già affermato, nella presente mostra quel pezzo di mondo è l'elemento femminile in absentia. La donna, la sposa, l’amante (“Dov’è viva colei ch’altrui par morta… e sol di te sospira” Petrarca), si presenta ora come nube, teofania biblica della presenza/assenza del divino (Il ventesimo grano, 2012); ora come statua con vagina al posto della testa, pietrificazione del femminile (in Esercizio, 2012); ora come figura bianca e alata (in Idro, 2012); ora, infine, come remota e minuscola sagoma (in Piscina, 2012). Attraverso simili richiami, l’artista tenta di ricomporre una visione-coscienza. Ai bordi del racconto sta l'ardua avventura della reciproca incompletezza coniugale e il demone misterioso dell'amore-passione –già nel mito di Tristano e Isotta analizzato da D. De Rougement nel suo L’amore e l'Occidente. Senza un sentimento tragico, l’artista curva verso un sottile senso di incompletezza ontologica, che rimanda all’inquietudine-godimento di Sant’Agostino o al possibile "precipizio senza fondo" della voluttà (come nel Macbeth di Shakespeare).
Di tanto in tanto, fa capolino il maschile, sotto forma di un cappello bianco o un abito nero, metafore visuali dello scapolo o dell’artista stesso nel suo doppiopetto -nero come il ricorrente pinguino del bestiario di Cecchi.

Le opere qui proposte al pubblico sono inedite. Il loro effetto visivo e l'originalità della cifra stilistica sono propri della figurazione che l'artista ha negli anni elaborato. Il tema è sempre evocato per elusioni, per sottrazioni, con una mano ironica e lieve che ricorda la vaghezza del Leopardi. Lo stile, apparentemente facile, è ricco di rimandi culturali in filigrana. Gli archetipi del maschile e femminile in Carl G. Jung, il pensiero della differenza in F. Héritier e, soprattutto, come citato, Marcel Duchamp (ne La sposa messa a nudo dai suoi scapoli appare quel “cimitero delle livree e delle uniformi” che sono le nove diverse identità dello scapolo: corazziere, gendarme, lacchè, fattorino, vigile, prete, impresario di pompe funebri, capostazione e poliziotto). Non mancano citazioni tratte dalla storia dell’arte: per esempio, le pennellate di giallo cromo ne Il ventesimo grano (2014) ricordano i petali della Madonna delle rose di Lorenzo Lotto; l’abito in doppio petto (Artista Incompleto, 2012), richiamano le citate uniformi duchampiane.
La visione si arricchisce poi con la testa d'asino (Ballante, 2012) o il reiterato pennuto nero (Esercizio, 2012), quasi una concessione pop al Pingu della serie televisiva in stop-motion e plastilina (con un elemento di ambiguità  in più: i pinguini sono uccelli ma non sanno volare e sono privi di dimorfismo sessuale). Momento della prodigalità-disordine del naturale, altro dal principio etico che consiste nel rifiutare il soddisfacimento del desiderio quando la ragione non lo autorizzi (J. Locke), l’animale vuol ricordarci lo scapolare che segue come un’ombra ogni avventura razionale e morale, compresa quella fra uomo e donna.

Ci fermiamo qui. Se il significato profondo di un dipinto non è nei testi critici ma nel dipinto stesso (D. Arasse, Non si vede niente, 2013), Cecchi testimonia nel suo intento figurativo che l’arte non è mero evento comunicazionale, ma, come insegna il filosofo H. G. Gadamer, funzione conoscitiva sui generis. Per essa la visibilità organizzata, dotata di senso, è ricerca che incrocia il sapere scientifico, filosofico e pire teologico.

Gabriele Bevilacqua,  febbraio 2014

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