il gruppo 63 contro tutti

Gruppo 63

Il “Gruppo 63” partì con le idee chiare.
Un nutrito insieme di giovani intellettuali lo fondò nell’ottobre del 1963 a Palermo con l’intento di superare le secche del neorealismo, quello rappresentato soprattutto da Carlo Cassola, da Giorgio Bassani, da Vasco Pratolini (definiti “Liale” dal nome della famosissima e inutile Liala: inutile come scrittrice, non certo come persona). Questi intellettuali si definirono “neoavanguardisti” per distinguersi da altri timidi tentativi di rinnovamento delle lettere italiane. Già il neorealismo era tradizione, secondo i partecipanti al gruppo, e quindi era ormai una fenomeno seduto su se stesso: non dava nulla di nuovo.
D’altro canto, il neorealismo fu molto più vivo nel cinema dei vari Fellini, Visconti, De Sica, Zurlini, ed altri, anche se si trattava di qualcosa di forzato, di qualcosa votato alla spettacolarità a tutti i costi. E’ innegabile, in questo cinema, la latitanza di un impegno davvero profondo.
La realtà descritta è spesso figlia di una curiosità esteriore, lodevole per tenuta e inevitabilmente meno per significazione. Il vero tributo del neorealismo alla speculazione intellettuale è l’apertura di questa speculazione verso temi popolari, sistematicamente trascurati nelle espressioni del passato, eccetto, ovviamente, le opere specifiche (solitamente fredde, distaccate e disanimate o melodrammatiche in maniera persino spudorata). Ma il tributo è stato, poi, poco propositivo rispetto alla evoluzione individuale, intervenuta, in effetti, più per un fatto di costume che per emancipazione culturale indotta dai neorealisti. Allora, per il “Gruppo 63”, era necessaria una rivoluzione vera della cultura, cominciando con il recupero e la nobilitazione di qualunque stimolo prodotto dall’intelligenza e dalla fantasia umana. Occorreva dare valore, ed esaltare quel valore, alla determinazione nel mettere in rilievo le speculazioni interiori alle quali il sistema non consentiva sfogo e quindi vivacizzare al massimo (cioè con contenuti concettuali di peso) la dinamica di quello sviluppo speculativo. Il gruppo voleva che si abbandonasse ogni schema e che si facesse a meno delle regole tradizionali. Anzi, di qualunque regola. Ma nella sua breve esistenza (il gruppo fu sciolto nel 1969), tutto questo accadde in misura molto contenuta. Il fenomeno si sostanziò, attraverso le sue molte personalità (Edoardo Sanguineti, Alberto Arbasino, Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Luigi Manganelli, Antonio Porta, Giorgio Celli, Umberto Eco, e tanti altri: cioè romanzieri, poeti, saggisti di varia estrazione), ma subì le velleità delle personalità stesse. Erano, generalmente, velleità di possibile rinnovamento totale seppure con strumenti parziali e, vale a dire con ricercatezze concettuali molto fantasiose e volutamente eversive. La serietà posta nell’operazione andava a stridere con le invenzioni letterarie, invenzioni talvolta rimediate da preziosismi più o meno tradizionali e sicuramente prima emarginati. Questa serietà portò gli scrittori del gruppo a scegliere linguaggi simbolici ed elitari tali da ridurli, nell’immaginario comune, ad una formazione settaria. Appariva grave il cambiamento del programma da libertà assoluta d’espressione a quello effettivo di linguaggio nuovo esaustivo per decisione protagonistica, per quanto avanzata anche in buona fede. Ben diversa fu la formula del quasi contemporaneo movimento francese denominato OuLIPo (Ouvroir de Littérature Potentielle) fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais: il movimento in questione, costituito da numerosissimi intellettuali, non si prese mai troppo sul serio, preferendo cimentarsi in giochi linguistici e in apparenti spensieratezze concettuali, alimentando un’intelligenza, sempre apparentemente, fine a se stessa.
D’altra parte, non pochi furono gli scrittori che si distaccarono, magari anche di poco, dal gruppo italiano. Fra essi è certamente notevole il linguaggio di Gianni Celati: un linguaggio umile e modesto alla ricerca di rivelazioni umane semplici e autentiche, non mediate da frasi fatte. Più impegnato, invece, nella ricerca di una verità ampia e profonda della realtà e delle cose umane è Emilio Villa, il cantore forse per eccellenza della “Poesia visiva” (in certo qual modo figlia del Lettrismo di Isidore Isou) che, detto banalmente, è una sorta di visitazione consapevole dei moti umani primitivi e delle conseguenze in termini immaginativi ed espressivi, come del resto era stata la letteratura praticata dall’Imagismo di Ezra Pound. Operazione interessante, quella della poesia visiva, che sarebbe ancora più interessante se non fosse soverchiata da una sentenzialità, pur involontaria, che va impietosamente, quanto giustamente, a ridimensionarla.
Accanto all’umiltà delle proposizioni, si muove tutta una serie di attribuzioni “a monte” che ne impedisce lo sviluppo e quindi una fruizione vera. Villa si accodò alle imprese di Burri (i troppo famosi sacchi) a quelle di De Dominicis (un provocatore per scelta) e di altri concettualisti, più o meno impantanati nel mito artistico del tempo, fatto di molte chiacchiere, anche interessanti, e di poca sostanza, se non si prende per buona quella elementare, battezzata fortemente intellettuale, per declamazione attuata dagli artisti stessi.

Del resto, quel clima culturale era impregnato di ipotesi strutturaliste, che predicavano l’esistenza di una verità delle cose da scoprire sino in fondo e da rispettare. E da ipotesi decostruttive, che aggiungevano alla predica la presenza di più verità da sviluppare per giungere alla conoscenza di una verità assoluta quanto imprendibile (la tesi quantistica dimostra la superiorità della seconda posizione)
Il “Gruppo 63” fu ai margini di tutto questo con una virtù, l’entusiasmo, e un difetto, la presunzione. Peccati di gioventù. Ma poi zero o quasi.

Dario Lodi
 

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