La forza del dubbio

A Tertulliano (II sec.) è attribuita la frase “Credo qui absurdum”, cioè devi sostenere le visioni della Chiesa, specialmente le più assurde. Sedici secoli dopo, con tono disperato, Kierkegaard, nell’opera “Timore e tremore” afferma, senza mezzi termini, che la fede è un paradosso, è uno scandalo, anticipando di mezzo secolo le opinioni di Nietzsche. La Chiesa, insomma, di qualunque genere, non ammette dubbi. Ne ha sicuramente paura. Li ammettesse, l’istituzione cadrebbe di schianto, ferendo a morte i fedeli. Questo discorso è frutto di fantasia, mai avverrà un arretramento nelle case della religione. La spiritualità è un’altra cosa, non lo si dirà mai abbastanza: essa appartiene di diritto all’individuo. Il quale individuo, però, potrebbe addirittura rifiutarla, senza per questo doversi vedere additato come un alieno. La questione del possibile rifiuto è dovuta all’avanzare del sapere laico: limitato, direbbe Kant (che, si sa, divise il sapere umano da quello divino, ma  intanto ci ragionava sopra) se ancora si vivesse in un mondo “malato” di grandi costruzioni filosofiche, di sistemi chiusi. Un paio di secoli fa si credeva che il sapere umano, la scienza, dovesse sfidare l’assoluto professato dalla Chiesa con la sua teoria finalistica (una vita iperuranica migliore, o peggiore a seconda delle azioni compiute in vita: a proposito, in tutto ciò, a ben vedere, esiste una contraddizione rispetto ai precetti evangelici, dove infatti Cristo perdona, non punisce). Alla teoria finalistica e fantastica, la scienza opponeva una teoria deterministica, secondo la quale 1+1 fa 2: il problema è trovare i numeri giusti. Anche quelli irregolari sarebbero stati messi a posto. Ma la scienza scoprì che la ricerca di quei numeri “magici” non era cosa semplice e quindi – agli inizi del Novecento – ebbe il coraggio di ipotizzare che, forse, il metodo adottato per indagare non era il migliore. Con lo stesso non si andava alla scoperta delle scoperte (il funzionamento esatto del mondo e la sua correzione pro domo propria), ma si inanellavano dubbi su dubbi. Disperazione? Vergogna? Niente di tutto questo, bensì impegno rinnovato. L’uomo nuovo, quello uscito dalle scoperte di indeterminazione del funzionamento futuro della materia, trovò, più o meno rapidamente, l’energia intellettuale per convivere con il “relativismo”. I pessimisti sostengono che in realtà siamo alla resa dei conti della presunzione scientifica e del materialismo. Ma sembra molto più vero ammettere che l’uomo non s’è fatto ingannare dal progresso industriale, ma ha continuato ad impegnarsi nell’approfondimento delle cose, facendo tesoro delle lezioni umanistiche, realistiche ed illuministiche. Nel dubbio, egli non entra perché sconfitto, tutt’altro! La sua capacità speculativa ha avuto ragione di sottomissioni a miti e leggende. Le sue virtù dianoetiche sanno trattare il dubbio con senso di responsabilità e con quella lungimiranza che considera il dubbio una risorsa, non un limite. L’uomo nuovo ha aperto gli occhi senza tremori. Il dubbio lo aiuta a vedere meglio.

 

  

Dario Lodi

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