Banalità del male

Dietro “La banalità del male” di Hannah Arendt

Hannah Arendt (1906-1975), filosofa e scrittrice tedesca, poi naturalizzata statunitense, era corrispondente per il “New Yorker” al processo di Eichmann in Israele nel 1960-1961. Il criminale nazista era stato catturato con un blitz dei servizi segreti israeliani in Argentina per volere di Ben Gurion, fondatore e primo ministro del nuovo stato ebraico, ipotizzato a suo tempo da Theodor Herzl (sionismo). La risoluzione Balfour (1917, gli Inglesi amministravano il territorio su mandato internazionale) consentiva la vendita della regione palestinese preferibilmente agli ebrei. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’esodo verso la Palestina fu deciso perché i “figli d’Israele” avessero finalmente un punto di riferimento proprio. Era, psicologicamente, il ricongiungimento con gli ebrei già residenti laggiù.
Ma torniamo ad Eichmann: il 15 dicembre 1961 egli fu giustiziato. La Arendt due anni dopo licenziò un saggio, divenuto famosissimo, il cui titolo originale è: “Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil". Ovvero, Eichmann a Gerusalemme – un rapporto sulla banalità del male. L’editore italiano (Feltrinelli) invertì le parole, anteponendo il concetto di “banalità del male”. In effetti, l’autrice si concentra su quest’ultimo, mettendo in discussione, lei di origine ebraica, l’impianto accusatorio, subito orientato verso la promulgazione di una condanna esemplare. Il principio di Simon Wiesenthal (giustizia non vendetta) fu disatteso, agli occhi della filosofa, da una forzatura che in ultima analisi sa di ritorsione.

Un semplice funzionario di morte

La Arendt sostiene che Eichmann non è un criminale così come lo si intende comunemente. Sarebbe comodo individuare l’assassino, come in un romanzo giallo, e mettersi a posto la coscienza affermando che i cattivi stanno solo da una parte. E’ nota la posizione di molti tedeschi comuni, contrari alla persecuzione e quindi esecutori controvoglia di delitti disumani. Una assurdità, a ben vedere. Ci furono anche tedeschi che si opposero seriamente al disegno razzista dei nazisti (pagando con la vita la disobbedienza): sarebbero bastate più persone coraggiose per cancellarlo del tutto. Non dimentichiamo gli esempi di Danimarca e Bulgaria e neanche quello dell’Italia mussoliniana (va detto, gli italiani si opposero sempre, e con successo, alle pretese tedesche di dar loro gli ebrei). La Arendt considerava più corretto consegnare Eichmann ad un tribunale internazionale: il processo di Norimberga, seppur formalmente discutibile anch’esso, era stato efficace nei confronti dei diritti umani, compatibilmente con il clima politico del momento (stava iniziando la “guerra fredda”), ma non esitando di fronte alla criminalità nazista (tuttavia enucleata, per opportunismo, da una realtà ben più grave che vedeva coinvolta l’intera società tedesca).
La Arendt pretendeva da un tribunale sopra le parti una più corretta valutazione dei delitti commessi da Eichmann, una valutazione dalla quale, secondo lei, sarebbe emerso che l’imputato non era un assassino cosciente, ma un funzionario zelante al servizio della macchina infernale messa in moto dai suoi capi.
Il suo zelo s’era spinto sino alla requisizione di treni per mandare più ebrei possibile a morire ad Auschwitz: Eichmann si aspettava da questo zelo avanzamenti di carriera. La filosofa sperava utopicamente di togliere alla Shoah le solite figure di aguzzini e sostituirle con quelle di persone normali, dedite ad un lavoro come un altro. Senza le persone normali, la Shoah (e tutte le altre uccisioni di civili disarmati) non sarebbe potuta avvenire. La tesi è amaramente sostenuta dalla Arendt e da lei affidata al saggio citato, come sfogo personale, come chiarimento necessario, come abbattimento dell’ipocrisia.

Le radici della banalità del male

Ragioni irrazionali, legate alle leggi di natura sono alla base dei comportamenti brutali e rispondono alla domanda “come elimino il concorrente?”: se lo Stato me ne dà addirittura la possibilità legale, ucciderò un mio simile, o contribuirò a farlo, senza provare alcun senso di colpa. Ma questa è una condizione preistorica, allorquando il concetto di civiltà umana non era neppure pensabile. La ragione, una volta entrati nella storia, fu chiamata ad eliminare la brutalità fra gli uomini, per motivi di convenienza. Se elimino il vicino, i suoi parenti faranno di tutto per eliminare me: meglio non provarci, meglio cercare di convivere. Intorno a questa consapevolezza, sorsero istituzioni apposta per salvaguardare la convivenza pacifica. L’istituzione più rispondente allo scopo è stata quella religiosa, posta a salvaguardia della società attraverso la cura verso l’individuo. Per farla breve, se pensiamo alle prime comunità cristiane e alle regole dei conventi, caratterizzate da effettive ispirazioni evangeliche, capiremo l’importanza del cambiamento fra gli uomini rispetto al passato. Se però riflettiamo sul seguito, a partire dalla costituzione del Sacro Romano Impero, ebbene avremo la realtà di una Chiesa secolarizzata e quella di un Dio punitivo come un tiranno qualunque (personaggio mutuato dall’Antico Testamento, quanto travisato). L’abbassamento ecclesiastico alla relatività della vita di tutti i giorni, è prova di incapacità da parte dell’istituto religioso di formare l’uomo nuovo, meno materiale del precedente, così come è nella sua missione. La scienza del ‘600, figlia di un lungo processo di affermazioni oggettive, ha ricalcato le orme della religione, martire a parole e complice sostanziale del sistema pratico: un sistema complessivo fatto di vittime e di assassini a turno. Lutero aveva creato il Protestantesimo grazie ad un cospicuo appoggio materiale da parte dei principi tedeschi. Quello spirituale fu lasciato ai fanatici (altro travisamento). Senza l’intermediazione ecclesiastica, secolare, il protestante (generalmente di capacità speculative modeste) si ritrovò in balia di se stesso e, sempre generalizzando, pensò ed agì in due modi diversi. Il secondo, eminentemente pratico, fondato sulla vecchia legge naturale della contrapposizione fisica, necessariamente metaforizzata, come prassi normale, e simile a quella preistorica a metafora superflua e con possibile sfogo dei propri istinti. In ultima analisi, quindi, è la missione religiosa fallita la causa della banalità del male reiterata sino a noi, tranne qualche umano ravvedimento, sollecitato dalla vergogna, come avvenne inventando il boia Eichmann. Ma ha ragione la Arendt: purtroppo Eichmann era un uomo qualunque, qualunque. Punendolo sotto questa veste, per il vile aiuto dato al nazismo, la civiltà avrebbe tratto maggior vantaggio che voler punire a forza un personaggio malefico assoluto che tale, il tedesco, non era al pari di altri suoi colleghi e complici.

Dario Lodi

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