I MONTI URALI AI "GANCI" DOMICILIARI

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A Mosca, dal 19 Ottobre al 3 Dicembre, era visitabile l’esibizione Taming the void: 50 years of the Ural contemporary art. Esteticamente, ai curatori interessava quanto il “fermento” della società civile avrebbe potuto “sganciarsi”, dal “raccordo” nel suo ambiente. Per la geografia, la catena degli Urali divide l’Europa dall’Asia. Qualcosa che “fermenti”, forse sarebbe frenabile raccordandone i “buchi”. Gli Urali “si sganciano” fra il bassopiano sarmatico e quello siberiano. Genericamente, un ambiente di vita fungerebbe da “buco” per il “fermento” della società civile. A questa appartiene una mentalità culturale. Gli Urali sono poco alti, ma abbastanza ondulati, facendo così da cerniera fra l’Europa e l’Asia al “raccordo” dei bassipiani. Una mentalità culturale pare il “punto di non ritorno”, per chi ne freni il “fermento” sociopolitico. Gli artisti in mostra provenivano da città (Ekaterinburg, Nizhny Tagil, Chelyabinsk ecc…) le quali volevano rivendicare una centralità, nel panorama della cultura transcontinentale. Quanto loro in precedenza sarebbero stati “abbandonati”, o comunque ignorati? Pare un vuoto, che l’esibizione a Mosca avrà dovuto “addomesticare”. Al di là del “peso” per il potere politico, forse si può almeno sdoganare la mentalità socioculturale. Anche se ignorata e quindi “al buco” del suo attecchire, l’offerta artistica lungo gli Urali ci preserva il “fermento” d’un dialogo transcontinentale. E’ qualcosa con cui noi dovremmo “prendere confidenza”, abituati al più “piatto” perché battuto turismo di Mosca o San Pietroburgo. Soprattutto il “vuoto” siberiano, quasi “misterico” al pregiudizio del moderno occidentalismo, necessita di “sganciarsi” anche in campo artistico. La “cerniera” degli Urali si percepirà come una “frusta” che addomestichi il confine di non ritorno, fra l’Europa e l’Asia. Grazie alla sua lunghezza, i “buchi” per le ondulazioni dei bassipiani si concederanno lo sgorgare. La vera arte aiuta a sdoganare i pregiudizi socioculturali. Politicamente, il bassopiano siberiano oggi non “frena” più sull’accordo dell’esilio (che mai “attecchirà”). Quindi gli Urali si percepiranno per la lieve altezza come dei “ganci” dolci; ma al “fermento” confidenziale (da “gustare” lungamente). Anziché bloccato per la divisione dell’esilio (in aggiunta sempre da negare od almeno da ignorare, per il suo promotore…), ora il bassopiano siberiano ci pare “riavvolgibile”. E’ la percezione degli Urali in via di “serranda arrugginita” (curiosamente attraverso la politica, e non la geologia!), da restaurare a “colpi di frusta” artistica. Qualcosa dove i “buchi” consentono il paradosso dell’attecchire (con la trazione).

L’artista Aleksey Shchigalev aveva esibito la Memory map (dipinto a tecnica mista su carta). Essa si percepiva nel “riavvolgimento” a blocchi per il dettaglio “solo arrugginito”. Una carta topografica virtualmente funge da “serranda” per l’addomesticarsi, complice la bidimensionalità. Ovviamente, la memoria può “arrugginirsi”, mentre le sinapsi “bucheranno” il proprio collegamento. Forse solo resterà lo sforzo di “riagganciare” i dettagli, e facendo letteralmente “fermentare” le ricombinazioni dell’immaginazione… Aleksey Shchigalev cerca la giustapposizione, per cui la topografia prenderà confidenza coi propri “buchi”. Artisticamente, è qualcosa da percepire in via cubistica. Se pensiamo alla memoria, la sua “trazione” deve riavvolgere la tridimensionalità. Non si tratta tanto di formare, ma di formare in uno spazio. Con la giustapposizione, sembra che l’artista esibisca “una coppia di calze”, le quali agganceranno il “fermentare” della topografia (quasi uguale a quello delle sinapsi). Quindi c’è l’immagine del buco su cui travasano i dettagli. La memoria sempre fatica ad attecchire!

L’arte cinematica di Nikolay Panafidin era naturalmente percepibile al proprio “sganciarsi” (anche tramite il piede dello spettatore). Ad esempio una sorta di “gru con montacarichi” avrebbe dovuto “domare” la luce d’una lampadina. Qualcosa che permettesse l’indistinzione fra l’ingranaggio e lo “scoppiettamento”. Tutto il raccordo del primo sarebbe stato giustapposto al “buco” dell’altro (se la luce è istantanea). Ma quanto la percezione del carico avrà potuto riavvolgere l’attecchito? Forse il filo di tungsteno per la lampadina “scapperà” prima che cali la “serranda” a trazione (dal braccio della “gru”). A Mosca, Nikolay Panafidin aveva esibito un’altra installazione, più a sbucare. Alcune lampadine si facevano colpire come le tessere del domino, così da accendersi. Simbolicamente, le idee sgorgano dalla mente. Spesso, noi pur di trovarcele facciamo il gesto di battere sulla testa con le dita… Si proverà a “fermentare” un mero “buco” di pensiero. L’installazione cinematica dunque si poteva percepire in sinestesia con una “cerniera lampo”, e ricordando che quest’ultima appartiene alla geografia degli Urali, ondulati in lunghezza.

Il pittore Oleg Elovoy avrebbe provato a desacralizzare l’astrazione già kandinskyana. A Mosca, il suo quadro era quasi interamente in giallo ocra. Qualcosa che “strappasse” il “fermento” accecante della solarità. Oleg Elovoy non vuole raffigurare il giallo per eccellenza: quello limone. Egli inoltre “sega” l’universalità del cerchio, quasi lasciandola al mero “raccordo” di sé, come accade per l’icona d’un moderno smartphone. Il tono ocra avrà una luminosità metallica, da percepire in una cerniera per i raggi abbaglianti. Qualcosa in cui l’icona del semicerchio funga da “cursore”. E’ dipinto anche il segno dell’addizione, che contribuisce a non farci scomparire sentimentalmente nell’astrazione. Sembra un “aggancio” per magnetismo, dove il “buco” del semicerchio annullerebbe una nostra contemplazione dell’oltre. Altri tratti sono ondulati ma iconici, desacralizzando il perdersi nel vago “abbaglio”.

Oleg Blyablyas aveva esposto un video, in cui la “bianchezza” d’una piccola barca a vela rimaneva intatta, fra le acque rosso-brune per gli scarichi industriali, nel lago d’una miniera abbandonata. E’ la percezione del buco che fermenta da una putrefazione. Forse, l’artista si chiede se i bambini in futuro potranno ancora giocare, in un lago dalla spontaneità solo antropizzata. Si dà una soglia di non ritorno, prima del disastro ambientale? Tutta la “leggiadria” della barca a vela ormai sarà stata risucchiata, dal rame ottimo conduttore, e putrefacente il bruno naturale del terreno. Nascerà il problema di come bonificare le miniere, impedendo che le loro serrande travasino una “ruggine” troppo pericolosa.

Aleksey Konstantinov aveva provato a raccordare in pittura il cubismo sul futurismo, e grazie allo “sganciamento” del raggismo. Nel suo quadro dal titolo We remember that day, la composizione ha la verticalità che “si strappa”, verso un “falsopiano” del travaso. Predomina il tono del rosso. Forse il “sangue” dell’impegno civico dovrà circolare “spellando” i propri ideali? Pare che le parti dal colore bianco tendano a squadrarsi, e come una bandiera che “robotizzi” lo “scudo” del corpo in rivoluzione. L’ideale, se è davvero tale (al di là di tutto o tutti), allora non perde mai! Aleksey Konstantinov ha interesse a “sdoganare” la radiosità del futuro, perché in fondo essa già “s’immortala” nel presente. L’impegno civico funge da “scudo” al “travaso” dell’ideale. Se oggi possiamo ricordare il giorno in cui ecc…, questo accadde sul “falsopiano” del trascorrimento. Nel radioso, il presente già “fa da scudo” allo “sbandieramento” del futuro. Aleksey Konstantinov ci esibisce un corpo rivoluzionario che “si strapperebbe” per travasare dall’impegno civico all’ideale immortalante. Le parti bianche offrono agganci (forse persino futuristici per robotizzazione) al “sangue” in fiotti più dispersivi.

Citiamo la filosofia di Daniel Clement Dennett. Per lui, il gancio appeso al cielo simboleggerebbe il miracolo d’una Rivelazione divina, la quale faccia ascendere l’evoluzionismo delle specie. Così la comparsa dell’uomo avverrà all’improvviso (senza la derivazione dai pesci, gli anfibi, le scimmie ecc…). Poi, Daniel Clement Dennett introduce la metafora della gru. E’ l’evoluzionismo nel senso più darwiniano del caso, coi passaggi graduati fra le specie. La gru ha una base molto solida. Essa innalza un assemblaggio di più funzioni.

A Mosca, quanto il dipinto di Valery Dyachenko dal titolo State of soul poteva percepirsi nella sua rivelazione d’un evoluzionismo? Certo nel vuoto la linea d’orizzonte fungerebbe da unico gancio. Il ciclo d’una stella è percepibile evolvendo al riassemblaggio della sua luminosità. Valery Dyachenko dipingerebbe un cielo ove “si spelli” la gravità superficiale, e complice una “foschia” quasi da “nana bianca”, oltre una “gigante rossa” solo momentaneamente stabilizzante. Citando il titolo, sarebbe l’animo che provi a “sganciarsi” dalla sua corporeità. All’orizzonte, si percepirebbe una “stasi” del “respiro”, non più gravitazionale per il vissuto. Così la luce non emanerà spazializzando la materia, bensì farà da “scudo” per il “riassemblaggio” dell’animo sull’intuizione intellettuale.

Al collettivo artistico Zer Gut interessa la performance. Qualcosa che coinvolga pure la “gru” tutta al naturale del becco. Dapprima, gli artisti creano il loro autoritratto, adoperando i semi di girasole sulla neve. Ma questi alla fine saranno stati mangiati, dagli uccelli di passaggio. Esteticamente, la performance apre alla critica del proprio ego, troppo fragile in mezzo al caso. Una gru virtualmente sa “addomesticare” il vuoto aereo. Il suo carico non sembra per nulla “insensibile” alla precarietà. Il beccare d’un uccello si percepisce “intimidito”, o quantomeno furtivo, pure nell’aia domestica. Per la psicoanalisi delle relazioni sociali, quanto l’ego rischia “d’arroccarsi” sulla propria prepotenza? Lo capiremo dal classico battibecco… L’ego si manifesta meglio se proviamo a “scioglierlo” come mera “neve al sole”. Chi pungola ad esempio “caricherebbe” furtivamente. Ma è qualcosa che “bucherà” efficacemente il vuoto dell’egocentrismo. La “furtività” del beccare si percepisce in via fermentante. Forse, si concluderà simbolicamente che la democrazia deve “addomesticare” il dibattito politico.

L’artista Anastasia Bogomolova dapprima raccoglie svariati oggetti, che in origine appartenevano alla famiglia del marito. Un ambiente è immediatamente “gettato”; ma quanto vi “fermenterebbe” la casualità dell’intemperia? L’artista scatta la fotografia sugli oggetti raggruppati; la sua stampa riveste un tavolo quasi “arrampicatosi” sui muri del museo, a Mosca. La memoria umana archivia per “incastri”. Sarà qualcosa da percepire “fermentando” il casuale? Anastasia Bogomolova sopra il tavolo attacca alcuni oggetti, lasciando che la realtà “assimili” la virtualità. L’arrampicarsi pare una “fermentazione” per l’incastro da “addomesticare”. Rammemorando, sempre ci gettiamo nel “buco” del passato. Così, la virtualità lancerà una sorta di “corda” per il sostegno della realtà. Certi oggetti per l’artista potranno “fermentare” sul continuo scivolamento verso la “tabula rasa”, volendo essere rammentati. Nell’allestimento a Mosca, pare che una tenda “faccia i convenevoli” per schiudere la stampa fotografica. Sarà l’addomesticarsi col nuovo, oppure il raccordarsi col vecchio?

 

 

Recensione estetica per la mostra Taming the void: 50 years of the Ural contemporary art, allestita al National Centre for Contemporary Arts di Mosca, dal 19 Ottobre al 3 Dicembre

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