Lecce2019 e trasparenza: emergono superficialità e presunzione

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Trascorsi solo pochi giorni dalla pubblicazione dei dati relativi alla candidatura di Lecce a Capitale della Cultura Europea, le proteste che ne sono scaturite appaiono come le più rigide mai emerse sul territorio. Sono numerosissimi i cittadini e gli operatori culturali che quotidianamente manifestano la propria rabbia verso una gestione percepita come troppo privata ed oscura e verso le cifre altissime spese per uno staff inadeguato, che ha condotto al fallimento un’intera città.
Per dovere di cronaca, bisogna dire che non poche delle polemiche sul caso nascono da chi, per paura di penalizzare Lecce di fronte ai commissari europei, ha preferito criticare di straforo invece di palesare pubblicamente le carenze e la mala gestione di cui ora si riempie la bocca, rendendosi in parte complice del fallimento.

Tuttavia siamo in moltissimi ad aver cercato si salvare il salvabile mettendo in luce i limiti del coordinamento, offrendo idee e contributi (mai presi in considerazione) e ponendo domande che avrebbero potuto cambiare le sorti della candidatura e che restano, ad oggi, senza risposta, a partire dai criteri di selezione del personale, sino a quelli di finanziamento dei progetti.
In un documento scaricabile dal sito www.lecce2019.it/trasparenza si legge che la maggior parte dei collaboratori del Comitato Lecce2019 sono stati selezionati dal coordinatore Airan Berg (il cui incarico fu definito tramite verbale dei Fondatori  n.1 del 15/03/2013) attraverso valutazione dei curricula o tramite sua espressa richiesta.

Posto che ci sarebbe da chiedersi in che modo i curriculum di cui sopra siano giunti sulla scrivania di Berg, non essendoci stato alcun bando pubblico, sorge spontaneo domandarsi come mai la selezione di professionalità così fondamentali per il raggiungimento di un obiettivo tanto rilevante sia stata lasciata nelle mani di uno straniero residente in Austria, che con Lecce non ha mai avuto alcun legame (se non un intervento all’interno di un convegno sul management culturale, ideato da Fondazione Fitzcarraldo nel 2010) e che quindi non era certamente in grado  - non foss’altro per una questione di scarsa conoscenza del territorio e delle sue risorse - di individuare i soggetti più idonei alle gestione della candidatura. A supporto di questa tesi, basta leggere alcuni curriculum dello staff - pubblicati sul sito ufficiale - dove una fotografa viene assunta come responsabile della comunicazione ed un laureato triennale in lingue (dopo un corso per imparare ad essere un buon leader) diventa responsabile della comunicazione sui social network. Appare tra l’altro singolare che almeno un paio dei collaboratori di Lecce2019 abbiano collaborato in passato con Bigsur, ovvero l’agenzia che per circa 70.000€ (sempre su selezione di Berg) si è occupata del piano strategico di comunicazione, e che altri membri dello staff di candidatura siano parte della sovracitata Fondazione Fitzcarraldo o abbiano con essa collaborato in passato. Sembrerebbe, insomma, che nella composizione del gruppo di lavoro, Berg abbia - legittimamente, ma forse troppo superficialmente - privilegiato persone con le quali era già in contatto, ritenendo accessorio valutare le professionalità locali (e quindi edotte sulla situazione culturale del territorio salentino) e soprattutto le precise competenze necessarie per ogni settore di lavoro.

E la stessa superficialità sembra sia stata impiegata anche nella selezione dei progetti a supporto della candidatura, come la criticatissima (e pericolosissima) installazione Ba*Rock*Roll o la giornata di celebrazione dei matrimoni gay, decisamente poco apprezzata dalla cittadinanza leccese; di entrambi i progetti, come di molti altri, non sono ancora pubblici i costi né i criteri con i quali sono stati selezionati tra le tantissime proposte raccolte sul sito www.2019idee.eu e durante LUAC e Curiosity Zone (ed anche qui, è a tutt’oggi ignota la cifra spesa per l’organizzazione delle giornate in giro per il Salento).

Forse se non ci si fosse chiusi in una torre di supponenza e presunzione; se si fosse concesso agli operatori culturali del territorio di suggerire modifiche, strategie e metodi di gestione culturale ed inclusione sociale; se si fossero privilegiati i bandi pubblici e le professionalità specialistiche; se non si fossero nascosti i problemi e le carenze dietro buffonerie e carnevalate; se si fosse data voce a chi dall’inizio (per esperienza) contestava la pessima gestione e le pessime scelte strategiche dello staff offrendo alternative e proposte; se si fosse puntato alla concretezza e non all’apparenza, forse oggi Lecce sarebbe Capitale Europea della Cultura.
Con il giusto timoniere Lecce avrebbe potuto farcela ed è un peccato che la causa del fallimento siano state superficialità ed inesperienza proprio di chi era preposto a condurre verso la vittoria.

Eppure, dopo oltre un mese e mezzo dalla sconfitta nessun passo indietro è stato fatto e neppure si è cercato il dialogo per ripartire con coerenza e contenuti concreti.
E molti di noi attendono ancora risposte!

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