IL "TOUR" DELLA TUNDRA CHE ARRICCIA IL SOLE SLITTATO A MEZZANOTTE

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Recensione estetica per l'artista Kananginak Pootoogook, in mostra alla Biennale di Venezia 2017 (13 Maggio - 26 Novembre)

 

Alla Biennale di Venezia 2017, si possono vedere alcuni disegni (ad inchiostro e matita su carta) di Kananginak Pootoogook. Egli è stato un artista di rilievo, dentro la cultura degli inuit canadesi. In linea generale, i disegni documentano episodi di vita quotidiana, che però avvertono i mutamenti dovuti al progresso civile. Lo Stato canadese arrivò a “colonizzare” anche l’isolato Artico, dove gli inuit fondamentalmente si regolavano mediante “l’immaginazione”. Ad esempio, è risaputa la loro cura nel classificare le differenze percettive sulla neve. Per sopravvivere servono la caccia e la pesca, da una fauna immediatamente a “sgattaiolare” (sotto il ghiaccio, in mezzo alla nebbia, durante la notte polare ecc…). Noi in specie percepiamo l’Artico a “regolarsi” di continuo tramite la copertura nevosa. Qualcosa che inevitabilmente si potrà abitare solo con le “tracce” dell’immaginazione. Così pare interessante che a Venezia sia esposto il disegno sul poliziotto canadese, chiamato a censire una famiglia inuit. Kananginak Pootoogook lascia un colore davvero tenue. Ci sarà una riemersione della tundra, dal ghiaccio solo ibernante. L’immaginazione svicola “per arricciamento” sul “quadro” del reale. E’ una voluminosità per mere tracce di “coltre”, ibernante la presenza. La tundra forse può simboleggiare l’immaginazione, in quanto “arricciata” dai muschi e dai licheni per far “riemergere” il “fluire” del tempo. Il Nord del Canada non sarà quadrato, ma almeno pianeggiante. Ovviamente il Mare Artico ha la glaciazione perenne.

Kananginak Pootoogook lascia che l’acqua blu “si sgrassi” col verdino, ed “arricci” l’incandescenza del sole, mediante un violetto ondoso. Più in generale, un disegno a matita su carta è percepibile in copertura “muschiosa”. Volendo raffigurare la vita sociale degli inuit, quanto l’artista non avrebbe potuto evitare il sole di mezzanotte? Ricordiamo pure che la Groenlandia anticamente era un pelo più “verdina”. Nei disegni di Kananginak Pootoogook, la calotta di ghiaccio avrà i “ricci riflettenti” come una “rete da pesca”, che “tiri su” un “giallino” per squamosità sulla luce. Qualcosa che valga a mo’ di “tundra solare”. Pare uno “sgattaiolare” della luce, sulla coltre costantemente “ripescata” dal “gelo” galattico. Il sole di mezzanotte rimane sopra la linea d’orizzonte. E’ quasi una rete da pesca, a “squamare” il “ghiaccio” delle galassie. Il sole di mezzanotte platonicamente simboleggerebbe una conoscenza solo ipotetica, in quanto sospesa “all’orizzonte” d’uno studio. Ci piace immaginare che ai poli non “si tiri su” nulla. E’ la metafora d’un sole “giallino” senza abbagliare, e quasi “impigliato” nella “tundra” d’un suo irradiare “sgattaiolando”.

Kananginak Pootoogook raffigura la caccia alla balena. I toni tenui tolgono tutta la drammaticità del momento. La balena ha un occhio “mite”. Essa suscita in noi il desiderio del “viaggio”, trainata dal suo sfiatatoio. Più precisamente, l’artista avrebbe giocato fra il dramma tradizionalistico della caccia e la contemporaneità del pragmatico turismo. Pare che un inuit trattenga la videocamera, come una rete da pesca “giallina” in quanto a “pellicola sul ghiaccio”. La balena è un’attrazione per i turisti, date le dimensioni da “regina” dell’oceano. Allora quanto gli inuit si lanceranno più segnali d’avvistamento, forse cacciando con la tattica degli accerchiamenti, oppure “esulteranno” per una semplice ripresa? Soprattutto il tono “verdino” ci spinge a percepire la riemersione dalle “acque del diluvio universale”, e verso un pacificante eden che però la contemporaneità potrebbe banalmente commercializzare. L’imbarcazione degli inuit ha pure la scaletta. In quella forse “s’impiglierebbero” i “tranquillissimi” tuffatori, col mare artico dai toni eccezionalmente più caldi.

Edoardo Cacciatore immagina che il rame arricciato sia come la brezza con la spuma, in specie al pomeriggio. La luce scende improvvisamente. Ma quella al pomeriggio si fermerebbe, e riflettendo il suo “lancio” all’alba, dentro una tonalità ramata. Per Cacciatore, la neve attizza l’acqua appena avvizzita. Una cristallizzazione è sempre elettrizzante da percepire. Per Cacciatore, il colore viola ha il silenzio del nero che “sciaborda” in se stesso. Qualcosa dove “ghiaccerebbe” il ramato. Il viola fungerà da cratere per il blu dell’acqua, e così avvizzendola.

Più realisticamente, la neve farà “sballottare” il ghiaccio. Kananginak Pootoogook ha disegnato un tricheco, agganciato da morto sullo scafo. E’ quasi la percezione d’una zavorra, che renderebbe la fatica della caccia insensibilmente “ludica”. L’artista raffigura la barca tramite l’inquadratura di tipo panoramico. Pare un dirigibile da “scampagnata”, complici i toni tenuamente caldi all’orizzonte. Gli inuit vivono in terre dove il ghiaccio sull’acqua sarà la “spuma” per la “nebbia ramata” d’un sole a mezzanotte. L’artista dovrebbe mostrarci tutta la loro cura, nel preparare il tricheco cacciato (per le carni da mangiare, le zanne da tramutare in utensili, il grasso solubile in olio che illumini ecc…). In effetti, gli inuit imbarcati si dividerebbero i compiti. La scena ci sembra concitata, escludendo la “zavorra” del tricheco morto ma ancora integro. E’ una spuma sul consumo a lavoro, e forse per un fine non più solo d’autosussistenza. Quanto “attizzerà” il banco del rematore? La popolazione dei trichechi nell’Oceano Atlantico oggi è stata condotta quasi all’estinzione, per il business della sua caccia. Qualcosa che faccia “sballottare” la barca, e più del ghiaccio imprevedibile. In alto, c’è la distesa d’acqua in violetto, dove il sole di mezzanotte “rimescolerà” continuamente il ramato, entro il blu artico. Per noi gli inuit vivono soprattutto grazie alla duttilità degli arnesi, e nella concitazione per autogestione senza capi e ruoli ben definiti.

Guido Gozzano immagina che il ghiaccio del laghetto s’incrini, disegnando una sorta d’arabesco. Sopra di quello, i pattinatori subito scapperanno a riva, temendo di cadere in acqua. La donna del poeta però vuole sfidare il ghiaccio incrinato. Lei pare una procellaria pronta a spiccare il volo (se questa sa nuotare bene anche durante le tempeste). Gli inuit una volta vivevano solo nell’iglù, dai mattoni di ghiaccio edificati come un arabesco a ricoprire di continuo il suo “pescarsi” (col mulinello d’una concentricità). Qualcosa che fosse la miniatura per il sole di mezzanotte, dai raggi “spiccanti per incrinatura”, lungo l’orizzonte dei ghiacci. Nell’iglù, i freddi mattoni tramuteranno in “tizzoni” di riscaldamento.

Kananginak Pootoogook rappresenta la motocicletta, ed addirittura in luogo della più appropriata motoslitta. Un inuit si porta la mano sulla testa, tradendo il suo disorientamento nell’uso moderno della tecnologia. C’è un casco dai toni così sgargianti sino a rasentare il paradosso dell’esotico. A stento tutta l’immaginazione dell’inuit potrà “recensire” la motocicletta. Egli monterebbe in sella solo dal braccio, quindi con la duttilità della mano “a pedale” decisamente più slittante. La leva del freno sarà “ripescata” per puro caso, rispetto alla zanna combattente del tricheco. La motocicletta permette di sgattaiolare, ammodernando il lento giostrarsi delle barche, fra i ghiacci. Ma forse può diventare un “mero avvizzire” del procacciare da sopravvissuti al freddo, per esempio raggiungendo il mercato dell’insediamento canadese più vicino. L’artista resta sensibile a tale “dubbio”. Quanto egli userà dei colori nemmeno “turisticamente” attenuati, bensì al peggio “avvizziti” da un progresso in opposizione al glocalismo?

 

 

 

 

THE “TOUR” OF A TUNDRA THAT CURLS THE SUN SKIDDED AT MIDNIGHT

Aesthetics review for artist Kananginak Pootoogook, from his exhibition at Venice Biennale 2017 (13 May - 26 November)

 

 

At Venice Biennale 2017, we can see some drawings (by ink and pencil on paper) of Kananginak Pootoogook. He was an important artist, inside the Inuit culture in Canada. In general, the drawings furnish evidence of standard fare of the day, which however feels the change derived from civil progress. The Canadian State arrived to “colonize” also the isolated Arctic, where Inuit people fundamentally regulated themselves through “the imagination”. For example, we well know their care about classifying the perceptive differences for the snow. For survival, the hunt and the fishing are necessary, from a fauna which immediately “sneaks out of” (under the ice, in the middle of a fog, during the polar night etc…). We especially perceive the Arctic as if “regulates” itself continually through the snow cover. Something that inevitably could be dwelled only with the “tracks” of imagination. So it seems interesting that in Venice a drawing about a Canadian policeman was exposed, while he was called to conduct a census of an Inuit family. Kananginak Pootoogook leaves a color really tenuous. There a re-emersion of the tundra will be, from the ice only hibernating. The imagination slips out of “curling” on the “framework” of reality. That is a voluminosity by mere tracks of a blanket, hibernating a presence. The tundra perhaps can symbolize the imagination, because it is “curled” by the mosses and the lichens allowing a “re-emersion” for the “flowing” time. The Northern Canada will not be in squaring, but at least in level line. Of course Arctic Ocean has a perennial ice.

Kananginak Pootoogook allows the blue water to “be degreased” by a soft green, and to “curl” the incandescence of sun, through a wavy violet-purple. More in general, a drawing by pencil on paper can be perceived in a “mossy” covering. Interested in representing the social life of Inuit people, how much could the artist have not avoided the midnight sun? We remember also that Greenland in ancient times was a little “softer green”. In the drawings of Kananginak Pootoogook, the ice shelf will have the “reflecting curls” like a “fishing net”, which “lifts” a “pale yellow” for the scaliness on the light. Something that functions as a “solar tundra”. It seems apt to a “sneaking out” light, on the blanket constantly “fished out” of a galactic “frost”. The midnight sun remains over the horizon line. That is almost a fishing net, to “scale” the “ice” of the galaxies. The midnight sun platonically would symbolize a knowing only hypothetical, because it is suspended “on the horizon” of a study. We like to imagine that to the poles we can not “lift” anything. That is a metaphor for a “pale yellow” sun without a dazzling, and almost “snagged” on a “tundra” of its irradiation which “sneaks out”.

Kananginak Pootoogook represents the whaling. The tenuous colors take off all the drama of the moment. The whale as a “mild-mannered” eye. It arouses our desire for a “travel”, dragged by its blowhole. More precisely, the artist would have played between the traditionalist drama of hunt and the contemporaneity of a pragmatic tourism. It seems that an Inuit man holds the video camera, like a fishing net “pale yellow” from its function for “celluloid on the ice”. The whale is an attraction for the tourists, if we consider its dimension dear to the “queen” of oceans. So how much will the Inuit men sound more notes of sighting, maybe hunting with the tactic of encirclements, or rather “will exult” for a simple filming? Principally, the “soft green” tone drives us to perceive the re-emersion from the “waters of the Deluge”, and into a pacifying Eden which however the contemporaneity could banally commercialize. The boat of Inuit men has also a ladder. There maybe the “very calm” divers “would be snagged”, with an Arctic Ocean in tones unusually warmer.

Edoardo Cacciatore imagines that the curly copper is like the breeze with a foam, principally in the afternoon. The light suddenly runs down. It however in the morning would stop itself, and reflecting its “launch” at dawn, inside a copper tonality. According to Cacciatore, the snow pokes the water only parched. A crystallization is always electrifying to be perceived. According to Cacciatore the violet color has a silence of the black which “sloshes” on itself. Something where the copper plating “would freeze”. The violet will function as a crater for the blue of water, so parching this one.

More realistically, the snow will allow the ice “to be tossed”. Kananginak Pootoogook drew a walrus, dead and hooked on the hull. That is almost the perception of a ballast, which would make the effort of hunting insensitively “ludic”. The artist represents the boat through a framing in type of panning shot. It seems a dirigible for “day trip to the country”, complicit the colors tenuously warm on the horizon. The Inuit men live in lands where the ice on water will be the “foam” for the “copper fog” of a midnight sun. The artist should show us all their care, in preparing the hunted walrus (for the meat that they eat, the tusks that they transform in tools, the blubber soluble by them in oil for lighting etc…). In fact, Inuit men on the boat would split their assignment. The scene seems excited to us, except for a “ballast” of the dead but still intact walrus. That is a foam about consumption at work, and maybe for a reason no more only of self-sufficiency. How much will the bench for oarsmen “stoke”? The population of walruses in Atlantic Ocean today was almost led to the extinction, for the business of its hunt. Something that allows the boat to “be tossed”, even more than the unpredictable ice. Above, there is the expanse of open water in violet-purple, where the midnight sun will continually “re-blend” the coppery, inside the Arctic blue. For us Inuit men live principally through the ductility of tools, and in the excitement for a self-management without a boss or roles clearly defined.

Guido Gozzano imagines that the ice of a small lake gets cracked, drawing a sort of arabesque. Over this one, immediately the skaters will escape into the shore, having fear to fall in the water. The woman of the poet however wants to face the cracked ice. She seems a petrel ready to fly off (if that one is able to swim very well even during a storm). Inuit men at one time lived only in the igloo, with bricks of ice built like an arabesque continually covering its “fishing” (by the reel of a concentricity). Something that was a miniature for a midnight sun, whose rays “fly off for a rift”, along the horizon of ices. In the igloo, the coldest bricks will be transformed in “embers” for heat.

Kananginak Pootoogook represents the motorbike, and even replacing a more appropriate snowmobile. An Inuit man leads the hand on the head, revealing his disorientation about the modern use of technology. There is a helmet in tones so gaudy that these border on a paradox of exotic. With difficulty all the imagination of an Inuit man could “review” the motorbike. He would saddle up only by the arm, so with the ductility of a hand “at pedal” decisively more skidding. The brake lever will be “fished out” by chance, respect a fighting tusk of a walrus. The motorbike allows its sneaking out of, modernizing the slow juggling of the boats, between the ices. However maybe this situation can become a “mere wilting” for survivors for hunting against cold, for example if they reach the market inside the nearest Canadian colony. The artist remains sensitive to this “doubt”. How much will he use the colors not even “touristically” attenuated, but at worst “wilted” by progress in opposition to the glocalism?

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