/ "Focus on artist" / La sperimentazione materica e la ricerca esistenziale nell’opera di Monica Casalino alias Gliforeal

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L’articolato e catartico percorso esistenziale - che conduce all’esplorazione degli abissi dell’Es -  narrato attraverso il linguaggio della scultura in relazione alla tecnologia; la concezione della materia legata ad una visione olistico-alchemica del mondo fenomenico,  la percezione come campo principale d’indagine. Sono questi gli elementi fondamentali che caratterizzano l’opera di Monica Casalino alias Gliforeal, artista originaria di Bisceglie che ha chiuso recentemente la sua personale “La pelle al limen” inaugurata nel marzo scorso al Museo Nuova Era di Bari e a maggio a Palazzo Tupputi di Bisceglie.  

Per la rubrica “Focus on artist”, dedicata agli artisti italiani e stranieri emergenti o che abbiano fornito un significativo contributo alla storia dell’arte contemporanea, Lobodilattice ha intervistato Gliforeal, cercando di approfondire le tematiche eterogenee, profonde e al contempo attuali, toccate dall’affascinante opera creativa di questa giovane scultrice pugliese.

 

Quali sono stati – se ci sono stati - i tuoi modelli artistici di riferimento dai quali hai poi avviato la tua ricerca personale?  Come è iniziato il tuo percorso artistico?

Ognuno artista attraversa il “tasto” delicatissimo della Storia dell’arte, e lo attraversa per curiosità e per necessità. Ritengo che  se ogni artista non facesse una ricerca si ritroverebbe, in modo inconsapevole, ad attraversare lo stesso tutta la Storia dell’arte, a fare delle cose che sono state fatte prima, attraversando il fare, l’esperienza dal paleolitico all’ action painting passando dall’ l’arte bizantina a quella surrealista  per poi scivolare nel realismo o nell’astrattismo. Invece, esplorando l’arte attraverso un dialogo defunto, in qualche maniera, ha due possibilità. La prima è sicuramente quella di scoprire se stesso e capire quale linguaggio parla. Capita che ciò che ti piace non corrisponda al linguaggio che parli, quindi può accadere che un artista possa innamorarsi di un altro artista del passato ma senza sposarne assolutamente una prosecuzione di linguaggio. Questo perché ognuno di noi è calato nella realtà. Ho cominciato ad esplorare l’arte da piccola, in diverse forme: la musica, la danza, la recitazione. Manipolavo tutto! Forse la prima cosa che ho fatto è stato paradossalmente il ready made di Duchamp, m’infilavo nelle cantine e prelevavo oggetti decontestualizzandoli.. sapevo cio che facevo? Ero molto piccola. il fatto di smontare e rimontare oggetti potrebbe essere considerata un’arte materica. Mio padre vola, ho cominciato a studiare le geografie. Il mio essere poliedrica ha sicuramente generato quello stranissimo problema di collegare i linguaggi artistici tra loro. Quindi, nel frattempo, ho cominciato a studiare la Storia dell’arte scoprendo artisti che sono stati miei punti di riferimento. Faccio solo pochi esempi, perché poi alla fine potrebbero essere infiniti. Prima ho scoperto Tony Cragg, poi Chillida, ovviamente Duchamp Queen…Da un punto di vista pittorico, la mia ricerca è invece sulla percezione. Ho amato follemente il Minimalismo ma non posso essere minimalista, perché la mia storia e il mio modo di calarmi nella pittura va in stratificazione.

E per quanto riguarda i linguaggi artistici che tu adoperi, hai affermato di aver intrapreso un percorso con la scultura, in particolare..

Si. Per un lungo periodo ho dipinto e manipolato cose. Ad un certo punto si è generata una rottura con il discorso pittorico, col contenuto del discorso pittorico, mi domandavo quale pittura dovessi fare. E’ qui che questo discorso si è interrotto e ho cominciato a lavorare sulle tecniche, ad esplorarle e inventarle. La mia prima iesperienza è stata quella di cucire della polvere, nel senso del pellein in greco quindi polline, ma anche polvere , ho raccolto pollini e polveri di diverso tipo sigillando così una rottura momentanea con la pittura, la polvere è il più piccolo punto visibile a occhio nudo, il punto zero della pittura. Inutile dire che questa prima opera, il tessuto di polvere è il progenitore di “del punto” una scultura in pietra recentissima. Poi ho cominciato a scolpire il legno, ad utilizzare il computer e lì mi sono “innamorata” di questo linguaggio. In parallelo sono dunque cresciuta esplorando linguaggi che apparentemente risultano molto diversi tra loro. Uno è immateriale e l’altro è materiale.  Ma in fondo.. e in superficie  tutto è materia, anche il suono è materia, materia impalpabile, che può riempire assolutamente uno spazio. Ho “ri-recuperato”  tutto quanto.  Poi, durante questo percorso di studio delle tecniche e delle tecnologie, un mio insegnante di anatomia, che era uno scultore, guardandomi lavorare sull’anatomia e osservando le mie mani mi disse che ero una scultrice ma che non lo sapevo. Ovviamente io trovai la cosa molto strana, nel senso che lavorare la pietra può apparire ostico. Avrei dovuto iniziare a 5 anni. Rifiutai l’idea, ma lui mi regalò degli attrezzi, lo ringrazio ancora Elio Bianco… A distanza di 5 - 6 anni mi si è presentata la possibilità di lavorare la pietra e l’ho fatto. E L’ho fatto con estrema libertà, mi sono proprio “persa” in questa materia. Lavoro però sullo scarto. Quindi non m’interessa tanto la creazione o la formazione di un soggetto  c’è un’inversione: Il soggetto diventa lo strumento , la tecnica diventa il soggetto e lo scarto diventa ciò che fa, l’agente, perché la quantità di scarto che io genero da un blocco, lavorando su  dimensioni sottilissime, fa si che queste forme leggerissime prendano vita. In questo il lavoro è più che altro tensivo e performativo: man mano che io mi avvicino sottraendo materia, il blocco diventa più leggero più sottile dunque  più fragile, mi avvicino a quel limite di rottura…la tensione aumenta..perchè calibrare forza e delicatezzadiventa sempre più difficile sui millimetri.. questo limite di rottura rappresenta per me le relazioni, il mondo delle relazioni. Ci vuole energia per scavare nella pietra ma ci vuole delicatezza per non frantumare tutto, ci vuole energia e forza perché una relazione prenda forma, una forma intima, sottile come la pelle, tanto più intensa tanto più fragile, distruggere spesso è un attimo. Il mandala ritorna.

Per quanto riguarda la tua ultima mostra al museo Nuova Era di Bari, “La pelle al limen”, ci vuoi riassumere la tematica che hai affrontato, il percorso tematico della mostra?

Il percorso tematico della mostra ha due cuori, due kernel: uno è il codice, la tecnologia, l’altro è la natura, intesa come esperienza esistenziale che parte dal più piccolo e quindi può essere la singola persona che vive nel mondo e che s’interroga poi sull’esistenza, e la persona che è calata all’interno di un contesto storico-sociale del momento. In questo percorso, il limen esperienziale, il ponte al di qua e al di la tra i due cuori è la pelle, ricettiva espressiva, istantanea. Tutto questo è stato quindi rivissuto e ricompilato partendo dal rapporto, dalla chiave che è il rame. Un materiale che è elemento fondamentale per la vita sulla Terra senza il quale non ci sarebbe la vita stessa e, da un punto di vista invece più tecnico, più estetico, attraverso l’alterazione di tecniche, quindi nelle materiografie, che sono le quattro opere che poi aprono una porta a tutto quanto il percorso, ci troviamo di fronte ad un’esperienza che si fa calco, ma calco ribaltato. Perché il calco è qualcosa che tu fai ad un oggetto o che un altro può fare a te, usa le sue mani e tu non vedi, ti mette le cannucce per farti respirare. Invece questo lavoro è nato dal desiderio di superare una paura, una paura che è speculare al momento storico che stiamo vivendo, che io chiamo nigredo, la paura del soffocamento, di non farcela. Ho ribaltato la tecnica e mi sono tuffata nella materia con la faccia tutta vivendo in prima persona la paura del soffocamento che è rimasta impressionata nel negativo . Questi positivi sono poi diventati ognuna le quattro fasi dell’alchimia, e quindi della trasformazione della materia, da Nigredo ad Albedo passando per Rubedo e Citrinas. Nero Rosso giallo Bianco. La materia che portata a combustione cambia colore diventando più pura, definita. Nigredo rappresenta la materia informe, quella potenziale, il momento dell’immobilità che è un momento che noi stiamo vivendo tantissimo attualmente. Noi sentiamo di avere un’energia potenziale incredibile, che potremmo sicuramente, con tutta la conoscenza e gli strumenti che abbiamo a disposizione, non avere tutti i problemi che abbiamo, e invece siamo immobili perché ci sfugge il meccanismo, ci sfugge la memoria che inizia a diventare troppa e  sempre più immateriale. Questo porta alla tecnologia. Vi è un input, un desiderio di spingere verso dei cortocircuiti e questo è successo tantissimo durante la mostra, soprattutto in persone che non cercano l’arte ma che hanno sentito questo processo sulla pelle. Infatti la mostra si chiama “La pelle al lìmen”, perché la pelle è il primissimo recettore di tutta la nostra esperienza.Le Materiografie mostrano come la paura diminuisca con il ripetersi dell’azione, bisogna tuffarsi nel momento, dentro di se, affrontare se stessi.

Ci sono dei collegamenti delle tue opere poste al piano superiore della mostra e al piano inferiore, c’è un collegamento con l’abisso…

Ci sono due opere centrali, posizionate nello spazio – perché la configurazione spaziale non è casuale - che attraversano lo spazio verticalmente, una è lo “Sciamano” che è un altro “calco impossibile” realizzato infilando il pugno direttamente nella materia. Ho dovuto però far capo ad altri sforzi fisici per poterlo estrarre, nasce così la catarsi: l’epifania di quest’opera è un’esperienza che gli sciamani fanno quando non riescono a leggere il momento, il presente e quindi infilano il pugno nella terra. Infilare il pugno nella terra però è una metafora infinita perché significa ricercare all’interno delle proprie radici o ricercare un contatto con la natura che sia più autentico, di nuovo genuino. Significa infilare la mano nel proprio corpo e cercare all’interno di esso quello che c’è, la nostra memori fisica . E’ ovvio che i riferimenti a tutto il percorso non sono solo di natura estetica, alchemica ma anche olistica: vi sono tanti riferimenti al suo interno. Il fatto di sentire il proprio corpo e lasciare che diventi una mappa che ci guidi in qualche modo, ad esempio. Infatti delle quattro fasi: Nigredo, Rubedo, Citrinas e Albedo - e Albedo è la vista e l’azione e il movimento - l’unica che non ha con sé un dispositivo è Citrinas, cioè l’olfatto, perché è l’unico senso che non riusciamo a controllare ancora bene. Facciamo tante scelte col nostro olfatto, ma non le gestiamo, non riusciamo a gestirle. Nigredo è il nutrimento e ha in sé un cellulare che è un cellulare della collettività, sul quale poi sono state lasciate tracce dai visitatori, tracce che diventeranno memoria nell’abisso di Bacur, perché Bacur è la memoria ed è una memoria molto estesa. E’ un corpo che ha la sua matrice in un altro corpo, in una scultura, da cui è stato poi ricreato un vuoto, o meglio un positivo però molto più leggero perché pesa meno della metà, è in lattice e all’interno ha tutto un dispositivo, fatto da un display-touch e un microprocessore, e gira all’interno un mantra di 50 tracce di persone di nazionalità diverse che raccontano il proprio sogno, il sogno della vita. E si sente questo suono che è molto importante nella mostra. Perché il suono crea quella dimensione intima che ti conduce esattamente dove tu devi vedere cosa c’è. Allora tutto ciò che c’è sopra sembra essere impattante ma imperscrutabile. Ma non c’è una chiave di lettura esplicita,  finchè non scendi giù, nell’abisso, nella pancia, dove risiedono le memorie e ritrovi la pittura che è diventata video, il video che racconta l’esperienza delle materiografie e poi bacur il corpo memoria e il corpo dello sciamano. L’esperienza documentata é rivisitata in modo pittorico, con quest’idea del  turbante in testa, in cui io mi tuffo nella materia e tuffandomi si aprono delle visioni, relative alle varie fasi e questo suono ancestrale legato al battuto cardiaco, a  campionature di cellulari che diventa musica, che diventa tribale corrisponde all’esperienza di sciogliere le radici. Poi si trova il corpo dello sciamano che continua, quindi questo ciuffo di rame che era nella mano impossibile si ritrova lì e giù, nella profondità ad essere capillari, vene, corpo.

Il rame, infatti, simboleggia la vita, l’energia..

Il rame è la vita, è l’energia, è quel conduttore che ci permette oggi di comunicare tra di noi. Spesso perdiamo molto della comunicazione che viviamo, quindi siamo sempre in bilico. Non c’è una lettura positiva o negativa ma c’è il fatto di ripristinare una consapevolezza del vivere gli strumenti riflettendo su cosa possano diventare questi strumenti.  Dunque tutto diventa Nigredo alla fine, anche se a suo modo  ognuna di queste fasi e centrale e diventerà una mostra. In questa sicuramente la centralità è rappresentata da Nigredo, perché il momento è adesso, è quello che accade ora, anche se il primo contatto forte è il primo passo ed è sicuramente Rubedo, infatti Rubedo ha un audio dotato di una voce molto profonda che è la voce di Bacur, questo alter ego che racconta, che canterà, che suonerà, che diventerà a sua volta una materia sonora e che stimola la pancia. La prima cosa da riattivare è sicuramente la pancia. La pancia intesa in una visione che può essere ayurvedica piuttosto che far riferimento a una cultura anche Occidentale in cui nella pancia risiede la natività. Ma la natività di cosa, dell’arte, delle persone? Il cibo, il nutrimento è rielaborato dalla pancia. Anche se ce le abbiamo a livello del cuore, le pulsazioni le sentiamo nella pancia. Le nostre emozioni le sentiamo tutte nella pancia. Dunque il primo contatto è sicuramente il ripristino con questa pancia, che ci porterà ovviamente ad un’apertura: apriamo i nostri sensi e cominciamo a sentire molto di più, anche a livello olfattivo e poi chiudiamo gli occhi e vediamo. E questo vedere è un vedere interiore.

A tuo avviso quale direzione sta prendendo, attualmente, l’arte contemporanea? Nella tua personale hai toccato la tematica della tecnologia, infatti nelle tue sculture vi è un costante collegamento materiale con i dispositivi tecnologici. Il mondo virtuale, il mondo dell’iperreale sta “invadendo” in modo smisurato anche il mondo dell’arte. Qual è la tua opinione al riguardo?

L’arte contemporanea si avvia verso la stessa direzione assunta dagli artisti oggi, noi abbiamo ciò che prima non c’era: è quella che io chiamo una libertà scollata dal soggetto. Questo ovviamente ci permette davvero di utilizzare l’immateria e soprattutto la virtualità. Parliamo della web-art per esempio. Io non riesco però ad essere aderente a questo, perché sono assolutamente dentro l’idea che è fantastico il fatto di poter portare l’esperienza nell’arte. L’arte oggi è esperienziale e lo è per tutti: lo è per chi la crea e si stacca, per chi la riceve, e diventa un’esperienza e spesso scioccante perché è cambiato il destinatario. Il destinatario è il mondo tutto: prima il destinatario era il secondo strato, il sub-strato dell’opera che poteva essere da chi aveva gli strumenti per decodificare l’arte. Oggi, in realtà, tutti si lamentano del fatto che l’arte contemporanea diventi sempre più criptica.

Non esiste un’arte senza una disciplina. Ma questa disciplina non è controllo: è lavoro ed è un lavoro interiore che poi tu scarti ed è giusto che sia così. va scartato perché è quello scarto che ti permette di fare un passo avanti e andare verso l’altro ma non perché ci hai pensato e hai voluto fare la cosa per l’altro ma perché in quel passaggio tu hai preso dalla tua esperienza esattamente quella essenza, quel codice che ti unisce al mondo, messo da parte te stesso. Dunque, all’altro non può arrivare qualcosa di criptico, arriva qualcosa di criptico soltanto quando prendi la tua roba, la metti li, senza una disciplina, senza un lavoro e l’altro la capisce solo quando ha vissuto qualcosa di esattamente identico, il che è difficilissimo.  Perché noi siamo uniti da esperienze affini e l’arte porta fuori l’invisibile, quindi non è detto che qualcuno guardando, percependo riesca a leggere quella sensazione, magari se la racconti è meglio e quindi è questo l’elemento, ed è per questo che io non riesco a staccarmi dalla materia, almeno per adesso fatta eccezione il lavoro sonoro e la danza, un suono che tocca, c’è un’inversione alla fine, ma c’è comunque una presenza. La materia, l’odore al momento ci allontana dalla vita. Ritengo dunque che una cosa sia il compito dell’artista, un’altra il compito dell’arte. Il compito dell’arte è quello di aprire delle porte, creare la pelle storica dei linguaggi che diventino poi condivisibili per forza di cose, per assimilazione capillare quindi magari c’è bisogno anche di un po’ di tempo, questo lo sappiamo. Certe volte può spaventare, scioccare, creare dei problemi.

Tra noi e il mondo risiede la pelle, la nostra e quella delle cose.

Io questo l’ho vissuto in mostra: ci sono persone che hanno pianto, persone che si sono emozionate tantissimo, altre che sono scappate, angosciate, e poi sono ritornate perchè siamo attratti da ciò che ci tocca intimamente. Quindi l’“immateria” va bene, ma il punto di contatto non va perso, secondo me.

Qual è il tuo pensiero sulla funzione dell’arte? Secondo te l’arte può essere rivoluzionaria, sia interiormente che esteriormente, cioè può produrre dei cambiamenti?

L’arte produce a prescindere dei cambiamenti: la differenza sta quando questi cambiamenti vengono colti, presi e quindi “usati”.  Può sembrare un brutto termine, ma a mio avviso l’arte andrebbe usata, vissuta, diffusa, perché l’arte riesce a fondere la cultura, la conoscenza, un pensiero, semplicemente la gioia oppure forme di emotività, le più disparate. Il nostro contesto poi è importante: noi viviamo in uno dei Paesi che hanno a livello storico la più grande quantità esperienze o di presenze artistiche nella storia, eppure in questo momento siamo in difficoltà perchè c’è paura, è questo il problema.  I mezzi di comunicazione di massa sono stati oggetto dell’arte per un periodo molto lungo, negli ultimi 40 anni. Il mezzo è sicuramente di per sé un messaggio, citando ovviamente McLuhan, però è anche vero che - e questo lo può percepire un artista -  andava fatto di più, per far il arrivare il messaggio a chi lo usa, a chi lo subisce. Il mezzo va utilizzato bene e deve diventare un veicolo, perché la cultura possa costruire. La cultura muove l’economia, contatti, persone, e quando si parla di cultura non si parla soltanto di arte.  Però l’arte è sicuramente quello strumento che può determinare cambiamenti. Anche attraverso il banale, utopico, inserimento della bellezza, nel senso che oggi l’estetica non è più l’argomento centrale, non siamo in Grecia, non siamo nel periodo ellenico. Però in molti resta,  c’è un’aspettativa forte sull’arte da parte delle persone, perché in questo momento, che non è molto semplice, siamo in guerra.

Nell’arte oggi, ma anche in molti altri campi, è difficile produrre in tutti qualcosa di veramente originale..

Secondo me questo argomento è legato alla tematica del personaggio. Quello dell’artista non è un personaggio ma è un ruolo complesso, molto doloroso, per certi aspetti, molto umile. Non modesto, perché ovviamente l’artista sa,  è consapevole dei suoi strumenti, di qualsiasi forma di capacità artistica. Però esplora, e cerca continuamente. Questo lo può spingere a una considerazione che è canonica,  è classica, sul fatto che noi non sappiamo e quindi come si può costruire un personaggio sapendo questo? E’ assolutamente stupido. Quello che si fa, quello che in sé s’insegue è l’idea che l’arte ti possa sconvolgere la vita da un momento all’altro con la motivazione principale che diventa la ricchezza e lì si è già perso tutto. Perché quella può essere una conseguenza al massimo, ma non una motivazione. La ricerca affonda le radici in tutt’altro, e spesso l’affonda nel dolore. Dolore non inteso necessariamente come quella cosa naif, straziante, no. L’idea, che non è romantica, che l’attraversamento della vita comporta una consunzione, e questa consunzione è sempre quella materia famosa, cioè Nigredo, potenziale, dalla quale poi nasce.  Ma questo processo non può avvenire così, senza fare nulla. Non può avvenire rivisitando cose esistenti, perché questo crea soltanto immondizia, crea quella materia di scarto che non può essere più riutilizzata perché non ha odore, non ha sapore.

Per quanto riguarda la tua formazione hai avuto dei maestri o sei autodidatta?

Io ho una formazione scientifica per lo più: questo può spiegare tutta una seria di interessi  paralleli che stanno dentro la mia opera. Volevo iniziare a studiare Filosofia ma non l’ho fatto. Ero appassionata di materiali, quindi ho studiato restauro, e dal restauro sono scivolata poi nelle arti visive, e dalle arti visive alla computer art. Contestualmente danza, yoga, discipline, teatro e quant’altro. Per quanto riguarda la pietra non mi ci sono avvicinata da sola: l’input me l’ha dato il mio insegnante, che mi consegnò  degli strumenti che a distanza di anni ho provato ad utilizzare, così come altri, numerosissimi materiali plastici. Le accademie - e questo è importante - gli artisti fanno parte di un nucleo, che è la famiglia, e quando tu dici a un genitore che sei un artista e che vuoi fare l’artista, non è che questa cosa venga presa propriamente in modo entusiastico. Questo, sicuramente da piccola, quello che mi ha spinto a iscrivermi a delle istituzioni come le accademie è stato più che altro un voler sigillare, soprattutto agli occhi dei miei genitori, un riconoscimento. E’ strano da dire, perché da noi se tu dici che sei un artista e fai l’artista non è considerato un lavoro. Ma è un lavoro e io lavoro davvero e ho fatto di tutto perché questa fosse la mia fonte di energia, di nutrimento, per nutrire poi l’arte di conseguenza. Non si può fare arte come hobby, perché è un lavoro che richiede 24 ore al giorno di dedizione. E non è vero che la commissione non esiste più. Noi abbiamo capacità comunicative e dobbiamo usarle: ci sono persone che non sanno cosa vogliono, e sono quelle che, molto spesso, poi si rivolgono agli artisti.  

Gli studi mi sono serviti per conoscere delle persone bellissime che ho incontrato sul mio cammino, mi dispiace che le accademie potrebbero essere molto di più rispetto a quello che sono attualmente. Sicuramente potrebbero essere corpi molto più integrati, e non dei corpi a parte, non così formali, però questo magari succederà in futuro. E’ necessario che ci sia quell’energia vitale che parta da chi le vive le accademie, ossia i ragazzi, e qui tocchiamo un altro argomento difficile perché noi stiamo vivendo una fase tremenda da un punto di vista esistenziale, in tal senso. I ragazzi ne sono anche inconsapevoli: ed è infatti questa la forza principale di Nigredo.

Nigredo è posizionata sul piano più basso, rappresenta l’età adolescenziale: il nutrimento è per i ragazzi che si sentono smarriti. E’ tutto uno smarrimento. Non ci sono sogni, manca il nutrimento del sogno, del fare, del costruire, con quest’idea ridondante, continua, del fatto che tutto ormai è stato fatto. Io non credo a questo assunto: potevano dire allo stesso modo nel ‘500 che tutto quanto è stato fatto, perché il fare è legato alla tecnica. Non è vero che tutte le tecniche sono state sviscerate. E’ sempre il come: la differenza è nel come si fa. Quindi, se si riuscisse a fornire questa chiave, e la chiave è il “come” si fa, secondo me ci sarebbe un’apertura  di  una natura completamente diversa.  Il “come” si riferisce anche al come utilizziamo oggetti come cellulari e quant’altro. Essi sono anestetizzanti: sono strumenti straordinari, costruiti come degli intrattenimenti, dei “distrattori” sociali, perché in tal modo noi non ci concentriamo su delle problematiche, che sarebbero di nostro dominio. Le problematiche sociali sono di dominio delle persone,  e non di chi costruisce degli oggettini e li distribuisce.

E questo fa parte del Il sistema attraverso la tecnica tende a controllare la coscienza collettiva

Questo è sempre accaduto ma la differenza è nell’odore. I lavoratori oppressi nelle fabbriche, le vittime delle sommosse popolari, dei problemi di lavoro nel passato.. prima tutto aveva una puzza, aveva un odore. Oggi invece le persone non si incontrano più: il loro sistema è che quando noi ci arrabbiamo, emettiamo delle sostanze che vengono percepite dal naso e che “gasano”. Noi oggi non abbiamo fermento perché comunichiamo ormai attraverso oggetti che non hanno odore, che non ci fanno produrre quell’odore che è nutrimento di emozioni che possono essere la gioia, la rabbia.. tant’è vero che poi, quando questi si abbandonano e si vao nei luoghi che creano stimoli sociali, succede il putiferio, perché non c’è un ritmo, non c’è più un abitudine ad un discorso emotivo vissuto in modo consapevole, e quindi tutto diventa uno shock. Qui sei addormentato, poi esci e parte una sorta di nevrosi di un sistema organico, quando invece potrebbe essere tutto molto più disciplinato.

Quali sono i tuoi progetti futuri, le tue prossime mostre?

La prossima mostra nell’immediato sarà la partecipazione ad un progetto che si chiama “Paradise” che è curato dal critico Grazia De Palma che è venuta alla  mostra “La pelle al limen” e ne è rimasta favorevolmente colpita.  Ne ha letto la sincronicità con un discorso di natura alimentare sul cibo olistico e alchemico e questo progetto che sta curando.  Recentemente ho inoltre trasposto la  personale  “La pelle al lìmen”, dal Museo Nuova Era di Bari a Palazzo Tupputi di Bisceglie, il mio paese natale.  Palazzo Tupputi ha ospitato, fino al 24 giugno scorso, versioni diverse della mostra, dalla quale ho eviscerato la tematica del mare e il discorso sonoro.

Ho costruito infatti un un excursus, dedicato ad un musicista del mio paese natale, Mauro Giuliani, che è un compositore notevole. Viene studiato in tutti i conservatori ed ha utilizzato il metodo ricercar, che è un metodo incredibile di approccio riguardo alla struttura della musica ma è anche un metodo interiore di approccio alla struttura musicale,  una trasposizione naturale che parte dal suono, come se fosse una metafora, una proiezione che facciamo nella nostra vita e che i compositori, i musicisti fanno nella musica: partendo da un tema, si comincia a girare intorno per sviscerarlo, aprirlo, chiuderlo, collegarlo. E questo io l’ho fatto partendo dalla musica rinascimentale che era tutta cantata, trasformando in musica testi come quelli del Petrarca. La musica rinascimentale dal mio punto di vista è la radice del rock, quindi io parto dalla musica rinascimentale e finisco attraverso questo approccio metodologico tratto dall’opera di Giuliani, creando un’atmosfera particolare per la mia mostra, caratterizzata anche da un discorso sul cibo e da una performance artistica, un’Italia di pane lunga tre metri..realizzata in una settimana di lavoro, dipinta da adolescenti con turbante utilizzando salse commestibili…un’Italia da nutrire e con cui nutrirsi.Una performance danzante di aperture che  è durata 8 minuti, 8 minuti intensi .   

In autunno, invece, esporrò nella collettiva “Paradise”, a cura di Grazia de Palma, che avrà tre sedi: il 17 settembre  inaugura a Corte Torre Longa a Triggiano in provincia di Bari,  il 24 settembre all galleria Bluorg di Bari, in cui resterà un mese, per poi spostarsi al Momart di Matera a Novembre, in data da definirsi.

Ogni evento, progetto, collaborazione, azione, opera, esperienza, vibra e nasce all’interno del mio alias, che è contenutore e soggetto agente, che svolgendo un’indagine anche retroattiva, si sposta, recepisce, ritorna dal passato al futuro per approdare nel presente, discerne, ordina, cuce, smonta, assembla, cancella, danza, suona.  Questo alias, è gliforeal, che sta per glifo rettilineo alternato, o glifo oscillante, logo reale, ovvero speculare..la sua storia e tutti i suoi mondi, nel luogo virtuale:

www.gliforeal.it

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