// Focus on artist // La magia pop e la dimensione ludico-fantastica nel multiverso artistico di Miki Carone

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Il tripudio delle cromìe, la purezza espressiva che riconduce al sogno ludico infantile, la panica  relazione con il mare, la disinvoltura nell’uso dei diversi linguaggi artistici: dal mosaico all’installazione, dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alla performance. E’ l’eterogeneo universo pop dell’artista barese Miki Carone, che attualmente ospita nella sua galleria - laboratorio Atelier Blu - situata nel magnetico scenario dell’Abbazia di San Vito a Polignano a Mare - la collettiva “Amici miei”, cui partecipano alcuni tra i più talentuosi artisti pugliesi. Lobodilattice ha intervistato Miki Carone per la rubrica “Focus on artist”, per esplorare le sue molteplici dimensioni creative.

“Mio padre è concettuale, mia madre la pop art”, hai dichiarato. Nel tuo variegato percorso artistico sei stato influenzato anche dall’arte povera: ci parli della tua formazione? Quali sono stati i modelli che hanno favorito la tua ispirazione?

Quando ho cominciato a lavorare come artista era appena sbarcata alla Biennale di Venezia la Pop Art americana (che, non scordiamocelo, vuol dire Popular Art). Nel mondo dell’arte italiana ed europea ebbe l’effetto di una bomba atomica!... io che, ancora ragazzo, per la prima volta andavo a Venezia a vedere la Biennale, mi trovai molto vicino al centro di impatto dell’esplosione e quindi fui fortemente contagiato dalle sue radiazioni.

Uno dei temi ricorrenti della tua opera è il tepee, la tenda indiana, che hai rappresentato in diverse installazioni: come nasce la tua passione per la cultura indiana?

Da bambino giocavo sempre con i soldatini di plastica degli indiani e dei cow-boy, ma facevo vincere sempre i pellerossa, mi erano più simpatici loro dei visi pallidi, mi piaceva più il tepee del grattacielo e più il totem del crocifisso. Poi sono diventato grande ma ho continuato a giocare agli indiani e a cercare una terra, una riserva dove poter montare la mia tenda per fumare il calumet della pace con gli amici e, poiché l’ho trovata sul mare, come pali del tepee ho usato il materiale del territorio, i remi delle barche dei gozzi da pesca.

Spazi dalla scultura alla pittura, dalla fotografia all’installazione: ma c’è un linguaggio artistico che prediligi?

 No, le tecniche sono solo uno strumento per esprimere un pensiero.  Per me vanno bene tutte:  l’acquerello o il computer, la pittura ad olio o la telecamera, i colori a tempera o le performances,  la  scultura in marmo o la fotografia…. Le  uso tutte le tecniche, solo che, volta per volta, scelgo quella che secondo me è più adatta ad esprimere l’idea che voglio comunicare in quel momento.

Hai affermato che “l’arte è artificio e finzione” e che “Il senso dell’arte è nei sensi che l’arte stimola”. Qual è la tua concezione dell’arte?

 La prima frase vuol dire semplicemente che, come diceva Renè Magritte, “un disegno che   rappresenta una pipa, non è una pipa”.  La seconda frase parte dal desiderio di un’arte sinestetica, cioè da un’arte capace di stimolare non solo la vista, ma anche l’olfatto, il gusto, il tatto e l’udito.                                                                                                                                                                                            

Ci racconti del tuo stretto legame con il mare, che si riflette evidentemente nella tua opera?

 Il mare per me è il punto fisico e mentale di incontro tra l’arte e la mia vita. Il luogo in cui cerco di far   riflettere l’una nell’altro.  Il mare mi serve per andare a pescare o a fare un bagno o per andare con la barca a vela incontro al vento, ma poi, quando torno a terra, in studio, mi serve anche per fare le mie opere, magari con i sassi belli lisci e rotondi che vado a prendere nella spiaggia della grotta Rondinelle a Polignano per poi dipingerli di azzurro, d’argento e di blu con tutto quel colore che il mare mi ha lasciato dentro gli occhi, nella mente e nel cuore.

Come nasce la tua passione per l’arte del mosaico?

  Mi piace pensare che i miei mosaici, per la loro struttura fisica, per la resistenza al tempo, saranno ancora intatti quando io sarò cenere da centinaia di anni… Sai, non avendo figli voglio comunque che qualcosa di me rimanga sulla Terra quando non ci sarò più.

    E poi questa passione nasce anche dal piacere per la lentezza che la sua esecuzione tecnica richiede. Fare   un mosaico è molto rilassante, lo consiglio vivamente a chi ha problemi di nevrosi o isteria. Per maggiori informazioni sul tema del piacere della lentezza e del recupero dei tempi lunghi anti-Mac Donald e anti-fast-food, rimando al bellissimo libro di Franco Cassano che, meglio di me ha detto con: “Il pensiero meridiano”.

  Un altro tema ricorrente del tuo percorso artistico è la luna, soggetto legato a ricordi d’infanzia. Eloquenti sono infatti le diverse declinazioni, attraverso differenti linguaggi espressivi, dell’opera “Vogliolaluna”. Ci parli di questa tua ispirazione?

   Quando mia madre vide in studio la mia prima opera  intitolata “Vogliolaluna” (era un acquerello che raffigurava una barca da pesca nel mare di notte che portava dentro di se una scala altissima rosso magenta che arrivava sino alla Luna), mi disse: ”Allora, finalmente sei riuscito ad arrivarci!” . Io le chiesi che cosa volesse dire e lei mi raccontò una storia della mia infanzia. Pare che tutte le volte che d’estate andavamo prima e dopo cena, con la Millecento Fiat di mio padre a fare la passeggiata serale sul lungomare di Bari, passando davanti ad un ristorante che si chiamava Verdeluna e che aveva come insegna una grande luna al neon di colore verde smeraldo, io cominciavo a piangere e a gridare “Vogliolaluna, Vogliolaluna”.

 L’arte, a tuo avviso, può essere rivoluzionaria?

L’arte visiva, come il cinema, la letteratura, la musica, il teatro, ecc., può aprire la mente. “Allargare l’area della coscienza” diceva Allen Ginsberg.  Non so se questo possa essere considerato rivoluzionario, ma certamente fa molto bene alla salute mentale.

Quale direzione sta prendendo, secondo la tua opinione, l’arte contemporanea con l’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi media?

"L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, per dirla con Walter Benjamin, sarebbe dovuta servire ad una democratizzazione dell’arte ad una sua maggiore e più popolare fruizione e possesso da parte di tutte le classi sociali, grazie, appunto, alla possibilità tecnica sopraggiunta per la prima volta nella storia umana, di riprodurla in infiniti esemplari ad un costo molto basso, pensiamo alla fotografia o al DVD. Invece è avvenuto esattamente il contrario. Per mantenere i prezzi delle opere alti il mercato dell’arte si è inventata  “la fotografia d’artista”, o il “DVD d’artista”, numerati e firmati in soli 3 o 5 esemplari... Un paradossale controsenso, ma  non c’è niente da fare purtroppo, queste sono le “contraddizioni insite all’interno al sistema capitalista.” come scriveva Carl Marx… Che peccato!

 

     http://www.mikicarone.it/

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