"Focus on artist", gli “artieri” della ceramica: il gioco dei limiti nella sublimazione estetica degli Eva Hide

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Due maestri ceramisti, due artisti pugliesi diromopenti, che esprimono notevole originalità  creando - attraverso i diversi linguaggi espressivi della scultura e della fotografia, tra eccentriche maioliche policrome e caustiche sperimentazioni fotografiche - un universo estetico unico. Sono gli Eva Hide, originari di Laterza, in provincia di Taranto, che Lobodilattice ha intervistato per la rubrica “Focus on artist”. La sapiente provocazione degli Eva Hide riflette essenzialmente un’estetica – irriverente e al contempo delicata e raffinata - che riflette una condizione artistico-esistenziale immersa nel caos della società liquida contemporanea rispecchiando le contraddizioni dell’essere.

Attualmente gli Eva Hide partecipano alla collettiva “Notre avenir est dans l’air”, in corso all’Antiquarium Alda Levi di Milano.

Dissacrazione e provocazione che riflettono le contraddizioni della realtà fenomenica nella postmodernità liquida: come nasce la poetica irriverente degli Eva Hide e com’è nato il vostro sodalizio artistico?

La nostra non è una poetica, è una nevrosi. Tendiamo verso l'esposizione di una serie di ipotesi, ripetiamo le esperienze traumatiche per riprendere il controllo e limitarne l'effetto dopo il fatto. Occorre ricordare per non ripetere gli errori del passato, gli stessi dubbi e conflitti per tutta la vita. Cerchiamo di riportare al grado zero della realtà inanimata le eccitazioni della mente per sgombrarle, estinguerle o tenerle al più basso livello possibile.

Il nostro non è soltanto un sodalizio artistico, siamo compagni di vita e di arte da sempre. Abbiamo unito profondamente le nostre personalità opposte, facendo della nostra diversità un punto fondamentale per stimolare il più possibile riflessioni, confronti e nuovi modi di guardare al mondo.

 

Guy Debord negli anni ’60 aveva già preconizzato lo sviluppo della società dello spettacolo, definita come insieme di rapporti sociali tra individui mediati dalle immagini, stabiliti a loro volta dal sistema globalizzato neoliberista: cosa rappresenta il concetto di immagine per gli Eva Hide?

L’immagine è menzogna, le realtà immutabili, fisse, consistenti, sono solo delle costruzioni mentali, delle bugie vitali e necessarie. Ogni oggetto che prendiamo in considerazione è un "pensato", è qualcosa che passa attraverso la mediazione del nostro pensiero, è una nostra rappresentazione.

 

Nella vostra opera adottate diversi linguaggi artistici, prediligendo la scultura e la fotografia, ma non sembra che adoperiate molti mezzi virtuali o ipertecnologici per esprimervi:  dipende forse dalla vostra specializzazione come maestri ceramisti, quindi dal vostro originario legame con l’artigianato?

Ci piace la definizione di artieri, anche se il nostro lavoro tende fondamentalmente verso lo svilimento e la mortificazione del sapere artigianale. In ambito militare l’ artiere è il soldato del  genio che costruisce o distrugge,  ed è quello che noi facciamo costantemente. Dal processo creativo, plastico e pittorico, cerchiamo di salvare, dalla nostra stessa distruzione, la sintesi essenziale per  sostenere l’immagine e il pensiero che vogliamo comunicare. La fotografia non fa parte del nostro lavoro, ma è un mezzo prezioso che ci aiuta a indagare i dettagli che sfuggono a occhio nudo. Accumuliamo e archiviamo fotografie di tutto ciò che riteniamo interessante e funzionale alla nostra ricerca, anche se, come asserisce Christian Boltanski, archiviare equivale a perdere e dimenticare.

 

Cos’è la provocazione per gli Eva Hide e ha ancora un senso nell’arte contemporanea?

L’assurda drammaticità degli eventi a cui assistiamo quotidianamente ha alzato troppo l’asticella dell’attenzione collettiva, tale da non poter essere più superata senza ricorrere a facili stratagemmi sensazionalistici per attirare l’interesse di un pubblico vasto. Noi preferiamo concentrare il nostro lavoro sul concetto di silenzio, perché nel silenzio ognuno di noi, si prova. Si prova a sé stesso si prova al suo stesso peso.

 

Qual è l’opera a cui siete più legati, in cui vi siete sentiti pienamente soddisfatti a livello di espressione artistica?

L’arte che soddisfa e appaga è un’arte che guarisce, ma noi non crediamo nel suo potere di guarigione. Il giorno in cui comprenderemo quali sono le motivazioni che ci spingono a fare l’arte e avremo compreso pienamente il significato del  nostro lavoro, sarà il giorno in cui non avremo più bisogno di farla.

 

A quale progetto state lavorando attualmente, se è possibile svelarlo?

Lavoriamo in maniera disordinata a più progetti contemporaneamente e non sappiamo quale di questi arriverà per  primo a definirsi.

 

Secondo voi l’arte è rivoluzionaria? Che direzione sta prendendo l’arte contemporanea in generale, a vostro avviso?

La fede nell’arte può essere rivoluzionaria, credere fermamente che attraverso essa si possa contribuire a costruire delle coscienze migliori. Noi non abbiamo gli strumenti necessari per comprendere le direzioni che l’arte globale sta perseguendo, ma  siamo certi che l’arte, mai come ora, ha bisogno di verità e di umanità.

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