Focus on artist: la dialettica del segno e la connessione concettuale tra scultura e pittura di Michele Giangrande

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Per "Focus on artist", la rubrica dedicata agli artisti italiani e stranieri più rilevanti della scena contemporanea, Lobodilattice ha intervistato questa settimana Michele Giangrande. Artista poliedrico che spazia con disinvoltura - nell'ottica di una profonda ricerca storico-filosofica - tra i diversi linguaggi artistici della pittura, scultura e installazione, Giangrande ha recentemente presentato alla Fondazione Museo Pascali di Polignano a Mare (Ba), per la collettiva Synthesis, le Writing Series. Opere in serie, come tutta la produzione dell'artista barese, che simboleggiano la connessione concettuale tra pittura e scultura. Oltre ad esplorare l'universo artistico di Michele Giangrande, Lobodilattice ha approfondito la sua concezione dell'arte, in relazione anche al ruolo di insegnante che ricopre all'Accademia di Belle Arti di Catanzaro.

 

Il gioco tra essenza e apparenza costituisce il concetto fondante del tuo universo artistico. Secondo la tua ottica, l’artista può modificare la realtà? L’arte può essere rivoluzionaria?

La risposta potrebbe cambiare asseconda del contesto storico. Attualmente, dal mio punto di vista, l’artista non modifica la realtà. Per lo meno non volutamente. Egli si ritrova a crearne di nuove, parallele, migliori per certi versi. Per queste ragioni possono risultare rivoluzionarie e finiscono, se l’artista in questione è davvero bravo (e spero ce ne siano sempre più), per cambiare la realtà, magari in meglio.

Perché la scelta di creare opere in serie?

Quando concepisco un lavoro ho sempre un senso di insoddisfazione personale. Sviluppare un’idea in serie mi aiuta a superare questo stato d’inquietudine interiore e sviscerare al massimo il tema trattato. La serie termina quando sono “guarito”. È come una medicina: in base al male e al paziente, bisogna somministrarla tante volte quanto necessarie altrimenti non si ricava nessun beneficio.

Per la collettiva Synthesis alla Fondazione Museo Pascali hai scelto le Writing Series, in cui hai rappresentato una connessione concettuale tra pittura e scrittura. In che modo ritieni che ci sia una connessione diretta tra i due campi artistici? Quali tecniche e materiali hai adoperato?

In Writing series, la pratica della scrittura si mescola con quella della pittura. Un’opera concettuale composta da 6 dittici monocromi realizzati con delle biro di diversi colori, scariche o a  matita, riscrivendo più volte sullo stesso foglio testi rubati alla Storia che ha segnato il nostro Paese tra gli anni ’40 e ’70 del novecento. Il risultato sono coppie di semplici fogli A4 perfettamente identici. L’intreccio dato dalla sovrapposizione della scrittura genera una texture, superfici pittoriche gemelle prodotte però dalla sovra scrizione ossessiva di testi diversi. Ogni dittico dialoga con gli altri. Ogni pezzo dialoga col suo corrispettivo cromatico e con gli altri. Nel linguaggio verbale, solitamente, quando si ribadisce un concetto, lo si ripete più volte, lo si fa per rafforzare il messaggio, per renderlo potenzialmente più efficace. In Writing Series, quindi in un linguaggio scritto, paradossalmente avviene l’esatto contrario. Scrivendo e riscrivendo il testo più volte si arriva alla completa censura, all’illeggibilità totale del contenuto, che appare come un concentrato del messaggio stesso mentre soccombe dinanzi all’esperienza pittorica.

Sempre a proposito delle Writing Series, perché la scelta di collegare a opere monocrome documenti storici, testi di canzoni, poesie e articoli di giornale appartenenti alla storia del Novecento italiano? Cosa rappresenta per te il cosiddetto “Secolo breve”?

Il ‘900 è definito il "secolo breve" sia per la sua particolare collocazione temporale all'interno di due date fatidiche, la prima guerra mondiale (1914) e il crollo dell'Unione Sovietica (1991), sia per l'incredibile densità di eventi che lo caratterizza. Inoltre risulta essere veloce, perciò breve, per gli enormi progressi tecnologici, sociali, politici ed economici che l'umanità ha compiuto. Tutto ciò però si riferisce alla storia mondiale. Il mio lavoro punta i riflettori sul “secolo breve italiano”, che rispetto al sopracitato, è molto più corto, ricopre di fatto un arco temporale di circa quarant’anni. Le due opere agli antipodi infatti, che aprono e chiudono la serie, sono la formula della bomba atomica (realizzata con biro nera) e l’ultima lettera di Aldo Moro scritta a sua moglie (realizzata con biro scarica).

Nella serie di opere realizzate con cartoni da imballaggio, e in particolare in Gears, hai rappresentato appunto le ruote degli ingranaggi. Perché sei affascinato da questo simbolo? Dalla perfezione del cerchio come forma? E come mai la scelta di materiali da riciclo che riemerge spesso nella tua opera?

Da anni compio una ricerca che trae ispirazione nell'arcaico, nel primitivo, nella rilettura del passato e del “segno”, attraverso un approccio sistemico di pittura, scultura, artigianato, installazione e architettura. Partendo dalle mie origini, ho deciso di compiere un percorso a ritroso nelle tradizioni popolari e nella stessa storia dell’umanità, per giungere alle prime espressioni artistiche e coglierne così la scintilla basilare con interventi scultoreo-installativi. La mia ricerca si propone come un tentativo d'individuare nell'estremo passato una comunicazione nel contemporaneo proiettata al futuro, attraverso un viaggio concettuale ed analitico che parte dalle memorie dell'essere umano traversando con curata leggerezza la genesi stessa del fare.  Nel 2011, questa mia “tendenza” e “attitudine geometrica”, unita all’occasione di aver a disposizione un’intera industria su cui e in cui lavorare a Roma in occasione di una mostra retrospettiva, ha fatto scattare la scintilla: sono nati gli Ingranaggi. 

L’installazione Gears (Ingranaggi), e le successive "declinazioni", scaturiscono fondamentalmente da un'ossessione: la ruota, il simbolo dell’inventiva umana e l’affine figura geometrica del cerchio. Il cerchio rappresenta la perfezione, la compiutezza, l’unione. Stando alla filosofia platonica e neoplatonica, il cerchio è la forma più perfetta; il leggendario tempio di Apollo degli Iperborei viene descritto come circolare e la città dell’ isola di Atlantide viene descritta da Platone come un sistema di anelli concentrici di terra e d’acqua. L'ingranaggio viene utilizzato per il trasporto dell'energia e appare, inoltre, sull'emblema della Repubblica italiana come simbolo del lavoro su cui si basa. I miei ingranaggi si generano dalla combinazione di centinaia di cartoni da imballaggio, anch’essi strumento di lavoro spesso faticoso e al tempo stesso costituiti da un materiale fragile come la carta.
Il cerchio appare spesso nei miei lavori, basti pensare a Mandala (2008), un cerchio formato dalla successione di coloratissime cravatte anni ’70 o il più recente Lost in the magic wild white circle  (2014), dove i segni che la natura produce, in questo caso su dei sassi, compongono forme complete, geometriche. Archetipi primitivi, di atavica memoria, da decifrare. A settembre del 2015 l’installazione Gears (con delle interessanti varianti) sarà presentata come Special Project alla terza Biennale Industriale degli Urali ad Ekaterinburg in Russia grazie al supporto di Savina Gallery di San Pietroburgo e il Mars Center for Contemporary Art di Mosca.

Quanto c’è (se c’è) di pop e di quanto di concettuale nel tuo universo artistico?

Sinceramente non amo riflettere troppo sulla categorizzazione del mio operato. Le influenze certo sono tante, inevitabili i riferimenti culturali, ma preferisco concentrarmi sul lavoro e lasciare a chi di competenza l’ardua sentenza. A questo proposito sarà certamente utile il film-documentario “Odissea dandy – Michele Giangrande e il suo atelier”, promosso dall’Apulia Film Commission in collaborazione con la Fondazione Museo Pino Pascali e prodotto da Esprit Film che andrà in onda su Sky Arte il prossimo autunno.

Tu sei anche insegnante all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro: qual è il suggerimento principale, il consiglio che dai ai tuoi allievi, agli artisti in erba?

Lo sono stato con sommo piacere e grandissime soddisfazioni. In un’Accademia come quella di Catanzaro, il rapporto con gli studenti è agevolato dal numero non elevatissimo degli stessi e da una direzione di respiro avanguardistico. Si lavora da Dio insomma. Come ho sempre ripetuto ai miei ragazzi, l’arte è una cosa, il sistema dell’arte un’altra. I miei consigli si riassumevano nell’invito a viaggiare il più possibile, leggere il più possibile, sperimentare il più possibile “sfruttando” l’esperienza altrui senza lasciarsi condizionare troppo da tendenze o altro, ma rispettando il proprio essere e le proprie volontà. Studiare arte è probabilmente una delle esperienze più coinvolgenti ed culturalmente elettrizzanti che ci possano essere. Fare, o meglio, desiderare di concretizzare una professione come quella dell’artista ci porta inevitabilmente all’interno di un sistema che, in quanto tale, è fatto di “regole” ben precise che vanno interpretate, assimilate e poi magari anche rivoluzionate, riscritte. Certamente all’inizio fare l’artista (o meglio esserlo), è una condizione che comporta grandi difficoltà e sacrifici. Il primo rischio è sentirsi chiedere “Che lavoro fai?” e alla risposta “L’artista”, sentirsi dire: “Si, ma che lavoro fai?”. Ci vuole talento, pazienza, costanza, coraggio, impegno, questo si, ma prima di tutto ci vuol un gran bel fondoschiena (e non solo per sopportare i tanti calci in culo che questa bellissima professione riserva).

http://www.michelegiangrande.com/

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