Da Jean-Luc Nancy a Santiago Sierra: il corpo in mostra alla Zachęta di Varsavia

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Messo a nudo, lesionato, abusato, umiliato: è il corpo esibito presso la Zachęta – National Gallery di Varsavia, che ospita fino al 19 Ottobre un'ampia selezione di lavori mirati al tema della corporalità.

La mostra prende spunto, e titolo, da uno dei testi cardine della filosofia contemporanea, Corpus (1992), opera di riferimento del filosofo francese Jean-Luc Nancy. Esponente di rilievo del pensiero decostruzionista, Nancy delinea in questo saggio la funzione del corpo nella tradizione occidentale: sacrificato allo spirito in ambito religioso, declassato dalla macchina nell'era contemporanea dominata dalla tecnica, discriminato e sfruttato nella sfera politica, il corpo è stato degradato nei secoli ad una funzione prettamente “rappresentativa”: sintomo concreto, garanzia reale di un principio Assoluto, esso è descritto da Nancy come elemento strumentalizzato, non più libero, ma un oggetto subordinato e senza alcuna autonomia.

La mostra apre con il video Status (One Hour with Timercode) (2005) di Dominik Lejman, chiaro riferimento al Cristo Morto di Mantegna: un corpo anonimo e senza vita è steso su un letto in attesa di un ritorno o, in altre parole, di una resurrezione: un timer scorre ai piedi dell'uomo, e mentre nulla cambia, accresce la consapevolezza del vuoto di fronte al senso di finitezza che caratterizza ogni vita.

Il rapporto con la morte, col corpo esanime, è anche quello approfondito da Marina Abramović, presente in mostra col video della performance Nude with Skeleton (2005), o da Zbigniew Libera, col film Intimate Rites (1984), in cui l'artista polacco è ripreso mentre con dedizione è chiamato a prendersi cura della nonna morente, lavandola e vestendola in un rituale intimo e commovente. Il video di Libera, per la semplicità e la carica patetica, è tra i lavori più significativi tra quelli in mostra, capace di deviare da ogni ovvietà trattando il tema in questione con sensibilità e poesia.

Altro lavoro centrale è sicuramente 250 cm Line Tattooed on Six Paid People (1999) di Santiago Sierra: sei giovani cubani in piedi uno accanto all'altro tatuati con una linea continua sul dorso per un corrispettivo di 30 dollari. Quello di Sierra è un corpo politicizzato, perché degradato e sottomesso alla violenza imposta dal sistema economico dominante. Parallelo e affine a questo è il corpo di Valie Export, anch'esso tatuato, ma per diverse ragioni: l'opera Body Sign Action (1970) è una foto in cui l'artista è rappresentata con un reggicalze tatuato sulla gamba, un marchio sulla pelle che designa simbolicamente discriminazione di genere e sessualità repressa.

E poi ancora il corpo malato e ferito proposto da Alina Szapocznikow e Marek Konieczny, quello nudo che reclama emancipazione di Vanessa Beecroft, fino al corpo-accessorio di Sarah Lucas, che con i suoi assemblaggi di oggetti richiama ad una versione del tema cinica e carnale.

Le opere scorrono, proponendosi in sequenza a ritmo incalzante. La lista di artisti presenti in mostra è infatti lunga, e i lavori si susseguono accavallandosi l'un l'altro. Quello che manca, più che la quantità proposta, è semmai una selezione mirata e che punti ad osservare il tema da un punto di vista diverso e illuminato.

Ingolfato e senza respiro, l'allestimento lascia invece poco spazio alla riflessione, proponendo una manciata di opere necessariamente connesse al tema della corporalità, ma nel complesso non capaci di conferire alla mostra un taglio curatoriale diverso da quel che ci si sarebbe potuto aspettare prima di varcare l'entrata: tanta nudità, e una visione del tema esplicita, seppur mai provocatoria o volgare, ma raramente brillante. Un esempio di come spesso l'audacia e l'inventiva del curatore soccombano di fronte alla pesantezza e alle responsabilità di certe tematiche.

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