LE CORNA DEL SOLE PER IL "MI PIACE SU FACEBOOK"

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Alla Biennale di Venezia 2017, si può visitare il Padiglione Nazionale della Bolivia, con le installazioni degli artisti José Ballivian, Jannis Markopoulos e Sol Mateo. Il nostro secolo mostra l’affermarsi del web come spazio in cui l’ipertestualità “pungola il radicamento”. Tradizionalmente, la libertà si garantisce mediante la democrazia, che però “si livella” in una maggioranza. Il web pare davvero sommerso ed intricato come le radici. In democrazia, il governo fungerebbe da “ombrello” (mentre protegge facendo bella mostra di sé). Soprattutto, quello deve riassumere le istanze del popolo, in modo tale da non “scontentare” troppo… Esiste dialetticamente il “pungolare” dell’opposizione, la quale può affermarsi solo “nell’ombra”. Per il Padiglione Nazionale della Bolivia, gli artisti provano virtualmente a livellare lo sconfinamento del “web” sulla “tenuta” d’una maggioranza. Si percepisce quanto le installazioni ci “pungolino” sulla propria “copertura”. Il web è intricato “ariosamente”. La democrazia forse finisce per “sconfinare” nella mera “ombra” d’una maggioranza al governo. Così il web apparirebbe paradossalmente all’opposizione, in quanto ancora “aperto” sul non controllabile. Sarà il riassunto della “chioma”, che “si strofini” ariosamente. Le installazioni degli artisti sembrano a percepirsi fra l’intelaiatura e l’incartamento. E’ l’intertestualità che prova a “livellarsi” sulle proprie “istanze” di pluralismo. Gli artisti hanno installano piani al “pungolare”, immaginando i vari governi “ombra” del web. In quest’ultimo, il radicamento del testo copre la sommersione del democratico.

L’installazione di José Ballivian dal titolo Paisaje Marka ci mostra un toro, riconvertito in “divano” (senza le zampe). Esso sarebbe stato “tappezzato”, secondo la variopinta tradizione in Bolivia, e complici i danzatori d’un goliardico Waka Waka. L’artista avrebbe provato a farci percepire la terra come “all’ipertestualità” del suo latte. Immediatamente, c’è la tonalità bruna del toro. Ricordiamo che la danza del Waka Waka s’inventò per ironizzare contro le corride, all’arrivo dei colonizzatori spagnoli, i quali evidentemente fungevano da veri usurpatori. José Ballivian “frenerebbe” il toro, spezzandone sia le gambe sia il dorso. Quasi politicamente, sarà l’utopia di restituire la libertà agli antichi indigeni? All’artista pare interessi molto la metafora del latte: un alimento fondamentale per noi, ringraziando i bovini. L’installazione Paisaje Marka si configurerà come una “bottiglietta”, con le corna a fungere da “linguetta”. Il toro è bicefalo, ammessa politicamente l’azione / reazione fra gli Spagnoli (al governo) e gli indigeni (solo conquistati). Le corna devono pungolare, mentre le stoffe si farebbero “variopinte” per pluralismo. Allora, sarà possibile rimescolare la “bottiglietta” d’un latte “primigenio” (a riassumere in sé una gran quantità di valori nutrizionali)? Una testa sarà simbolicamente più cara al “controllo” (se non aggressivo almeno sicuro) d’una maggioranza. Quella avrebbe il “velo” della popolazione, ad “arieggiare” spesso ironicamente (contro i tradimenti dovuti agli eccessi di potere). Modernamente, il web permette di “rimescolare” il “livellarsi” delle opinioni. E’ il pluralismo che “strofina” continuamente se stesso. Data una certa idea, oggi avremo subito la “voglia” di verificarla, approfondirla, ridiscuterla ecc… Quanto si percepirebbe che le “corna” del toro installato a Venezia da José Ballivian ci guidino verso il “sommerso”, e quindi il pluralismo (che la maggioranza non può “coprire”)? E’ un radicamento per “piani arieggianti”. Il latte ha una discreta densità, come per l’intertestualità d’una pagina web.

Grazie a Rimbaud, noi possiamo immaginare che l’anima riassuma la persona. Ci basta percepire l’infinitezza della sua interiorità. Rimbaud voleva scrivere attraverso una lingua sinestetica, dove si riassumessero i profumi, gli aromi, i suoni, i colori ecc… Come spiega Bachelard, i pensieri poetici si sarebbero svolti “uncinando” continuamente se stessi. Qualcosa che fungesse da vero e proprio “buco nero” per le reazioni sensoriali (del corpo), sulla “vertigine” dell’interiorità. La poesia avrebbe letteralmente “tirato” al massimo ogni “cattura” del significato concettuale, sulle diverse parole. Per Rimbaud, il pensiero doveva sbocciare tramite un “colpo d’archetto”. Fra tutte le arti, sembra che la musica sia quella più concentrata (o riassunta) in se stessa, perduta la sua delimitazione con l’organo senziente: l’orecchio. Un archetto “uncinerebbe” le note, ma esponendole alla “vertigine interiore” dell’ascolto.

A Jannis Markopoulos esteticamente interessa capire quanto la società del postmoderno ci livelli in una solitudine. Ad esempio il social network non fa realmente incontrare le persone. Il paradosso è che una società migliore dovrebbe garantire l’equa suddivisione dei beni materialmente primari: l’acqua, l’energia, il cibo ecc… A Venezia, Jannis Markopoulos ha installato l’opera d’arte dal titolo Amphibian spaces. In questa, l’incartamento fungerà da “nuova casa” per una società finalmente in comunicazione “liquida” (citando Bauman). L’intertestualità del web è qualcosa che si riassume fra gli “uncini” d’un click a sfogliarsi. Quanto vi potremo adattare la percezione dell’antica palafitta? A Jannis Markopoulos l’incartamento dell’arte pare il discendente futuristico della casa che colonizza la Terra, oggigiorno. Nella società liquida, accade che le persone debbano “ondeggiare” di continuo (fra gli impegni di lavoro o familiari, ma anche gli ideali od i semplici interessi). Le amministrazioni comunali da molti anni favoriscono il riciclaggio della carta. L’ecologismo ha il merito di metterci innanzi a “rischi” che riguardano tutti, facendo “ballare” le nostre sicurezze. Il web si sostiene sulle “palafitte” del click ipertestuale. In apparenza, vi sparirebbero le “mura” d’una sicurezza portante. Il web letteralmente “c’incarta”, entro una solitudine che dovrà “colonizzare” il proprio approfondirsi, verificarsi, ridiscutersi ecc… Parrà il “riassunto” d’una casa dove le mura si siano “sfogliate”. Queste, le cui fondamenta proteggono il nostro interiorizzarci, diventerebbero “vertiginose” grazie ai “colpi d’archetto” sulle “palafitte” d’un impegno a lavoro, in famiglia, per hobby ecc… L’anfibio è percepito sempre a “sgusciare” fra la terra e l’acqua. I due elementi si farebbero riassumere, lungo “l’archetto” d’una riva. Nella sua “casa” di comunicazione liquida, Jannis Markopoulos ha “incartato” sculture in bronzo e resina. Egli immagina che quelle esibiscano un “metabolismo” dell’interiorizzazione, pure a seconda dei caratteri o delle inclinazioni. Pare che le sculture raffigurino gli invertebrati marini, ma per “l’acquario” d’una casa che comunichi la “liquidità” dell’animo. Forse, l’artista si sarà chiesto come possiamo “metabolizzare” i caratteri e le inclinazioni, nella civiltà del web? In fondo l’acquario ha il filtro per la trasparenza dell’aria. Gli invertebrati marini vivono in terre sommerse. Il web è in grado di “pompare” al massimo la libertà di pensiero; ciononostante il legislatore può decidere di “filtrarlo”, per il “livellamento” dell’etica. L’artista tende a spezzare le “vele” del suo incartamento. E’ la dialettica fra ciò che “sfogliamo” liberamente, e ciò che “spiaggiamo” eticamente. A volte, pare che per l’artista gli invertebrati marini riconfigurino una chiave USB, ad “incasellare” liquidamente tutto il “metabolismo” dei dati. Così, si spezzerà il “veleggiare incartante” d’un sistema operativo.

Leggendo D’Annunzio, pare che la realtà del vetro fuso, in via artigianale, richiami esteticamente l’immagine d’un fiore. Qualcosa che si percepisca nel simbolismo dell’amore passionale? Lavorato artigianalmente, il vetro ci mostrerebbe la nascita delle sue coppe, oscillanti in cima a più ferri, fra il tono azzurrognolo e quello roseo. Qualcosa che per D’Annunzio evochi i corimbi dell’ortensia. Essi possono cambiare in tonalità, dal rosa al celeste.

L’artista Sol Mateo si dice interessato a come l’uomo contemporaneo subisce un’intrusione della tecnologia, peraltro ammettendo che quella rappresenta al meglio ciascun “desiderio” di positivo miglioramento. Ad esempio, è la connessione dei dati a divulgare la scienza. L’installazione che si chiama Genetic mutation of colonialism rievoca apertamente la statua di Daniel Chester French su Abramo Lincoln (del 1920). Ora, una colonna bianca si sarebbe abbattuta sul corpo solo scarlatto, mentre l’universalità del sole si limiterebbe a “sgrassare” gli organi vitali, oppure a “profumare” il polistirolo, mediante gli “spicchi gialli di limone spruzzato”. Abramo Lincoln abolì la schiavitù. La colonna quasi “disboscata” s’accenderebbe come una candela, ma curiosamente tramite il logo d’un I like on Facebook. Lincoln scelse d’abolire la schiavitù in piena Guerra di secessione americana, quindi cavalcando l’ideale dell’Unione senza avere il controllo degli stati confederati. Quanto c’era in lui “l’acidità” dell’intrusione, politicamente? Oggi ai più sembra “ridicolo” sbandierare il proprio ideale contando gli I like on Facebook. Qualcosa che “si spruzza” facilmente, tramite un click. Forse per Sol Mateo il corpo “fuso” dalla colonna diventerà un memoriale che positivamente “rifiorisca”, se l’ideale di Lincoln (contro il colonialismo più oppressivo) era quello giusto? Un I like on Facebook si percepirebbe banalmente allo “spicchio” d’approvazione, di fatto rendendo “acido” (e come un limone!) il presupposto del suo universalismo. Nell’installazione dell’artista, la metafora del Bene è quasi l’offerta d’un calice a coppa. Questo sembrerebbe “frizzante” per I like on the Sun. Quanto la democrazia sul web rischia per esempio d’universalizzare “acidamente” il populismo, nonostante l’abbattimento in apparenza positivo dei confini nazionali?

 

Recensione d'estetica per il Padiglione Nazionale della Bolivia - Biennale di Venezia 2017 (13 Maggio - 26 Novembre)

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