La città che ascolta

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Forte è l’impatto entrando in Studio D’Ars, piccolo spazio espositivo dedicato all’arte contemporanea che ospiterà fino al 4 Febbraio la personale del duo di street artist Urban Solid. In occasione di questa mostra-installazione la galleria in via sant’Agnese a Milano è stata rivestita completamente da grandi sculture bianche a forma di orecchio. I padiglioni auricolari si ripetono in serie, trasformando il luogo in zona audio sorvegliata, impossibile infatti per il visitatore non sentire il controllo esercitato dalle strutture. Ideatori dell’allestimento sono Riccardo Cavalleri che insieme a Gabriele Castellani forma, dal 2009, il duo degli Urban Solid, il cui nome sta ad indicare la tridimensionalità delle loro opere, che, a differenza della maggior parte dei lavori street, si avvale della terza dimensione. 
 
“Quando abbiamo iniziato questo percorso” racconta Riccardo “abbiamo trovato che l’espressione urban solid nella lingua inglese stava ad indicare i rifiuti di grandi dimensioni che venivano abbandonati nei boschi o nelle zone poco battute della città. Ci sembrava un buon punto di partenza.” 
 
In un atto di fiducia, ci mettiamo in silenzio all’ascolto di quanto ha da dirci Riccardo sull’ultima personale ospitata a Milano, curata da Daniele Decia.
 
“La zona audio sorvegliata” ci spiega “rivela, dietro al suo lato pop, buffo e divertente, una denuncia per come siamo costantemente rintracciabili, ascoltati, monitorati dal punto di vista sociale e mediatico, come se fossimo perseguitati.” 
 
La mostra è parte di progetto più ampio che ha lo scopo, tramite crowd funding, di realizzare un video-documentario del viaggio a Parigi degli Urban Solid. Collezionisti ed appassionati di arte potranno offrire il loro contributo ed in cambio riceveranno l’installazione nella propria parete domestica di un padiglione auricolare come quelli esposti allo Studio D’Ars. 
 
“Abbiamo pensato di assecondare il doppio movimento che caratterizza la street art in questo periodo, da una parte il flusso migratorio che dalla strada passa nelle gallerie, nelle mostre e nelle case dei collezionisti dall’altra la necessità, caratteristica intrinseca di questa arte, di essere in strada dove le persone possono essere spettatori casuali dei nostri lavori, di un muro o di un solido, come nel nostro caso.”
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Lo scorso 11 Gennaio il Leoncavallo ha ospitato una tavola rotonda organizzata dall’Associazione per dipingere per discutere la questione relativa alla street art e alla sua repressione, da parte del comune di Milano in particolare. Questo tema ha richiamato l’attenzione anche del web chiediamo, quindi, agli Urban Solid un’opinione in merito: 
 
“La risposta è dare spazi legali ad artisti qualificati che, con le loro opere, scoraggino il principiante a “sporcare” il muro con tag o scritte. La bellezza e l’operosità dell’artista costituirebbero così un deterrente per chi vuole semplicemente imbrattare la città” 
 
Il lavoro degli Urban Solid ha sempre risposto ad un’unica regola: sempre prima la strada. Ogni scultura, prima di essere esposta in galleria è stata portata alla mercè dei passanti, in strada, consapevoli di come la dimensione urbana costituisce un campo di prova ed esercizio anche per il writer principiante. Ogni opera è vissuta come un dono, che l’artista fa alla città, che rispetta e desidera migliorare, per questo è importante riuscire a trovare un giusto canale per portare l’arte nelle zone pubbliche della città. Come ultima domanda chiediamo agli Urban Solid di immaginare di descrivere la loro arte proiettandola nel futuro, magari raccontandola ai loro figli cresciuti:
 
”Spiegherei innanzitutto la nostra necessità di andare in strada, il bisogno di comunicare velocemente e massivamente ad un pubblico di non eletti e non addetti, semplicemente passanti. Racconterei come l’illegalità di queste azioni fosse una cosa legata al nostro tempo, e con cui era necessario scontrarsi per dare voce a questa esigenza comunicativa. Il proibizionismo dei graffiti che caratterizza questo momento storico è superabile, basterebbe che ogni artista non fosse chiuso esclusivamente nel proprio lavoro, ma si confrontasse con gli altri artisti, fosse aperto al dialogo, come all’interno di un movimento unito.” 
 
Milano, ascolta.

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