C'era una volta Milano, intervista a Virgilio Carnisio

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Oltre agli status più o meno interessanti di amici, parenti, conoscenti e serpenti, sulla pagina principale di Facebook in questi giorni mi è capitato di imbattermi in nostalgiche foto di una "Milano Sparita" che, come tutte le fotografie storiche che ci raccontano di un tempo ormai perduto, ci lasciano trasognati e sospiranti, nell'evocare una città d'altri tempi...a volte non poi così lontani come potremmo pensare. Come il protagonista di "Midnight in Paris", credo a mio modo di essere vittima della cosiddetta "sindrome dell'epoca d'oro", tanto che alla storia fotografica di Milano ho dedicato la mia tesi di laurea, ricostruendone l'antico volto attraverso le immagini contenute nell'archivio, fino a quel momento sconosciuto, del fotografo milanese Virgilio Carnisio. Una vita, la sua, trascorsa a percorrere e ripercorrere le strade della sua città per documentare luoghi e stili di vita a rischio d'estinzione: i cortili e la vita da "ringhiera", le antiche osterie, i navigli ancora navigabili, le periferie...

Se non conoscete ancora questo autore, propongo, qui di seguito, un estratto dell'intervista fatta a Carnisio, in data 5 marzo 2010, seduti a un tavolino del Bar Magenta. (Entrando, sulla parete destra, è appesa una foto del 1982 scattata dal nostro fotografo al locale. Durante la nostra conversazione l’attuale proprietario del bar ha voluto stringere la mano a Carnisio e lo ha informato dei numerosi apprezzamenti che la sua foto riceve ancora oggi. ndr.)

 

M.C. Il primo dubbio che mi deve togliere è questo: in ogni testo in cui si parla delle sue fotografie ricorre costantemente il termine “nostalgia”. C’è chi, come Roberto Mutti, nega che vi sia questo intento da parte sua, ma ci sono molti altri critici, mi viene in mente Enrico Finzi, che interpretano le sue immagini proprio in questa chiave. E’ una visione nostalgica, dunque la sua?

V.C. No, non era la nostalgia a ispirarmi. C’era più che altro la paura che la Milano vecchia, ottocentesca, delle case di ringhiera, venisse demolita. Il sentimento che mi muoveva era l’esigenza di documentare. Quello mi è stato chiaro fin dall’inizio. Pensavo di poter in qualche modo preservare la memoria delle “cose vecchie” attraverso la fotografia. La nostalgia, se mai, posso provarla adesso, vedendo come Milano sia cambiata, come abbia “mangiato se stessa”, per citare John Foot che ha scritto quel bellissimo saggio su Milano. All’epoca la nostalgia sarebbe stata prematura da parte mia. Oggi però mi rendo conto che nell’osservatore le mie immagini possano suscitare questo tipo di emozione ed è lecito.

 

M.C. Ma questa “preveggenza” nei confronti degli aspetti destinati a scomparire può valere per le case di ringhiera, ma il discorso per le botteghe, ad esempio, mi sembra diverso. Voglio dire che, negli anni ‘60/ ‘70, erano ancora molto diffusi negozi e negozietti. Cosa la spinta in quella direzione?

V.C. Ovviamente c’era anche un certo gusto estetico che mi ispirava nella scelta dei soggetti. Le botteghe, in questo caso, mi colpivano perché con le loro vetrine presentavano già una forma compositiva che mi attraeva. Lo stesso vale per i volti delle persone o per altri soggetti che mi catturavano per la loro espressività.

 

M.C. A proposito dei suoi soggetti, ho potuto constatare che un filo conduttore è costituito dalla dimensione della parola: le insegne, i manifesti, le scritte sui muri…sembra che andasse in giro per la città alla ricerca di parole di tutti i tipi. Da dove nasce questo richiamo?

V.C. Era spontaneo per me fotografare le parole così come fotografavo i cortili e tutto il resto, con un approccio sempre frontale. In generale credo che la parola costituisca un elemento essenziale allo scopo della documentazione, perché va a completare il dato fotografico, di per sé oggettivo e quindi inconfutabile, con le informazioni necessarie per la lettura completa dell’immagine. Questo è il primo uso che ho fatto della parola nella fotografia: la parola come didascalia, apposta da me sul retro dell’immagine (con tanto di via, numero civico e talvolta anche nomi delle persone ritratte), o inclusa all’interno dell’inquadratura per fornire maggiori coordinate di spazio-tempo all’osservatore.

M.C. Capisco. Questo accade quando, ad esempio, include nell’inquadratura il nome della via, ma nel caso, invece, delle antiche insegne o dei manifesti la parola mi sembra eserciti su di lei un fascino anche estetico. E’ così?

V.C. Sì, era un richiamo molto forte quello delle parole. Penso, ad esempio, alle insegne che esibivano una terminologia che stava scomparendo, come nel caso della “posteria”, negozio dove vendevano un po’ di tutto. In questo senso, come le dicevo, mi ponevo nei confronti della parola con lo stesso spirito con cui guardavo la vecchia Milano. Vedevo anche in queste parole “antiche” qualcosa da dover preservare, da non dimenticare. La parola costituiva un aspetto altrettanto rivelatore della società di allora. Questo vale soprattutto per i manifesti del 1980 con cui, semplicemente attraverso le parole, ho potuto ricostruire lo spaccato sociale e politico di quell’anno: dalle elezioni amministrative, al concerto di Bob Marley, agli arresti e alle morti del terrorismo. Anche in ambito politico mi accorgevo dell’esistenza di un linguaggio molto particolare, con cui i vari partiti e movimenti esprimevano le loro idee in una maniera, se vogliamo, anche un po’ poetica. Non era strano vedere poesie di lotta scritte a mano sui muri. Il fascino della parola è dunque riconducibile sempre alla sua capacità di riflettere una precisa situazione, al suo valore di documentazione sociale, come per gli altri soggetti che ho affrontato.

M.C. Tornando invece alle didascalie, quando ha iniziato a pensare di creare un archivio?

V.C. Quasi da subito, dal 1968-69 circa, quando ho iniziato a fotografare in maniera massiccia e sistematica la città. Avendo deciso di seguire la vocazione della documentazione si rendeva necessario una sistemazione precisa del materiale. Su ogni foto riportavo data e luogo della ripresa, non trascurando mai dettagli importanti, come il numero civico, che nel tempo si sono rivelati decisivi per ricostruire l’immagine della città com’era una volta. In tanti mi hanno chiesto di consultare il mio archivio, per esigenze diverse: dalle Belle Arti a chi aveva problemi di divisione dell’eredità!

M.C. Ripensando all'inizio del suo percorso, quanto crede che abbia inciso il neorealismo sul suo modo di fotografare?

V.C. Moltissimo. All’epoca, sul finire degli anni cinquanta, noi giovani fotografi giravamo per la città con le nostre macchine, ancora sconosciuti gli uni agli altri. Poi dopo anni quando le nostre strade si sono incontrate, ad esempio con Cesare Colombo, ci siamo resi conti che effettivamente fotografavamo un po’ tutti nello stesso modo, con le stesso taglio sociale, intendo. Era proprio un clima comune, qualcosa che era nell’aria e che potevi percepire, soprattutto nei nostri modelli culturali: per me, ad esempio, Cesare Pavese era un mito. Poi c’era tutta la cultura cinematografica che ci ha formato molto: “Roma città aperta”, “Ladri di biciclette”, “Miracolo a Milano”, “Ossessione” , eccetera. In generale c’era un livello molto alto di cultura, sia come bagaglio personale, sia a livello di diffusione degli eventi e di partecipazione da parte dei giovani. Molto diverso da oggi. Tornando al modo di fotografare posso dirle che non era una moda, ma un’esigenza comune che sentivamo, quella di mostrare Milano in tutti i suoi aspetti, anche quelli più critici. Non a caso, una mia mostra personale di fotografie scattate in Valsesia, allestita a Montraux nel 2000, si intitolava proprio “Le néoréalisme italien en Piemont”. 

 

M.C. In cosa crede che risieda la peculiarità della sua fotografia rispetto ad altre ricerche condotte su Milano?

V.C. Credo che consista nel mio cosiddetto “sguardo dentro”, nella consapevolezza del soggetto di essere ritratto. Le mie raramente sono fotografie “rubate”, mi piace creare un legame col soggetto, di complicità, di reciproca accettazione. Per soggetto intendo sia una persona, ma anche un muro o un’architettura. Quando entravo di soppiatto nei cortili, per evitare noie col portinaio, avevo adottato questo sistema: entravo, facevo le foto che mi interessavano, poi quando la portiera si accorgeva, era troppo tardi, le foto le avevo già fatte. Mi è capitato di dovermi scontrare con molti portinai, ma poi, puntualmente, una volta che capivano le mie intenzioni mi lasciavano fare e addirittura si mettevano in posa per me. Ho creato davvero dei legami bellissimi con questa gente. Ma anche quando gli inquilini non mi conoscevano, il mio modo sempre discreto di fotografare, la mia estrema calma nell’interagire con l’ambiente, davano alle persone una sensazione di tranquillità, di sicurezza. Facevo in modo che potessero assuefarsi alla mia presenza ed io alla loro, per creare quell’armonia, quell’atmosfera autentica che volevo catturare.
 

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