La pittura della Bit Generation | Ivan Quaroni

la rubrica di ivan quaroni butterfly effect

 

 

La pittura della Bit Generation

(The Butterfly Effect n.8)

di Ivan Quaroni

 

 

 

 

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una serie di cambiamenti epocali che hanno radicalmente ridisegnato il nostro modo di vivere. Soprattutto la crescita esponenziale delle tecnologie, la cosiddetta rivoluzione digitale, ha comportato una profonda ridefinizione non solo delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti, ma anche dei nostri pensieri. In sostanza, la diffusione di massa del computer prima e del World Wide Web poi ha definitivamente modificato il nostro approccio cognitivo. A ben vedere, la digitalizzazione delle informazioni, divenuta ormai una prassi indispensabile, coinvolge ogni ambito dell’agire umano, dal lavoro alla cultura alla gestione del tempo libero.

 
Giuseppe Linardi, Decodificazione, tecnica mista su tela, 150x300 cm., 2010 Courtesy Casa d'Arte San Lorenzo, Milano  

Daniele Girardi, Inner Surface, tecnopittura su tela, 150x200 cm., 2009 Courtesy First Gallery, Roma

 

 

Al centro di questa rivoluzione c’è il PC, lo strumento che trasforma le informazioni in formato digitale. Per capire la portata di questo cambiamento bisogna ricordare che prima dell’avvento globale del computer le informazioni erano interamente gestite su supporti analogici, su oggetti concreti, fisici, dotati di una propria massa, dunque ingombranti.  L’era digitale è, per dirla con Nicholas Negroponte, una faccenda che riguarda il passaggio dagli atomi ai bit. “Anche se non c’è dubbio che siamo ormai nell’era dell’informazione”, scriveva l’ex direttore del MIT (Massachussets Institute of Technology), “la maggior parte di questa ci viene fornita sotto forma di atomi: quotidiani, riviste e libri” (1). Infatti, per quanto piccolo sia, l’atomo è pur sempre l’unità fondamentale della materia, o dell’energia, di cui è composto il mondo. Il bit, invece, non ha colore, dimensioni o peso e può viaggiare alla velocità della luce. Esso è il più piccolo elemento atomico del DNA dell’informazione (2).

 
Manuel Felisi, Trave, tecnica mista su tela, 50x150 cm., 2010 Courtesy Fabbrica Eos, Milano  

Cosimo Andrisano, Desintonizzazione, tecnica mista, 75x75 cm., 2010 Courtesy Casa d'Arte San Lorenzo, Milano

 

 

 

A distanza di 15 anni dalla pubblicazione del fondamentale libro di Negroponte, la rivoluzione dei bit sembra aver preso il sopravvento. Le informazioni sono sempre meno “atomiche” e sempre più virtuali. Sono perfino nate forme d’arte prima impensabili, come la Pixel Art e la Pittura Digitale. La Pixel Art, che alcuni considerano come una evoluzione informatica dello stile pittorico divisionista, consiste in una tecnica di costruzione delle immagini che evidenzia la struttura dei pixel, ritenuti gli elementi fondamentali dell’immagine digitale. La Pixel Art, eseguita al computer con l’ausilio di software grafici, richiama nostalgicamente le immagini semplici e poco definite dei videogame degli anni Ottanta. Più innovativa è, invece, la cosiddetta Pittura Digitale, il cui oggetto finale è comunque un bitmap (3) , ma che può inglobare virtualmente qualsiasi stile pittorico. Con i software oggi disponibili, l’artista digitale può simulare sulla sua tavoletta grafica qualsiasi tipo di segno o pennellata con qualsiasi tipo di tecnica. Di fatto, la pittura digitale è la pittura dell’epoca dei bit. Ciononostante, anche la pittura analogica, la pittura tout court, ha in qualche modo subito l’influsso della rivoluzione digitale. Già l’opera di artisti come Gerhard Richter, Chuck Close e Malcolm Morley ha rappresentato, come sostiene Wolfgang Becker (4), una sorta di preparazione dell’occhio digitale. Il mutato modo di vedere (ma anche di concepire) le immagini pittoriche attraverso il filtro di media come la fotografia e la televisione ha infatti predisposto le nostre percezioni visive all’avvento delle immagini formate da bit.

   

Daniele Girardi, Drawing X, tecnopittura su carta intelata, 30x40 cm., 2009 Courtesy First Gallery, Roma

 

Manuel Felisi, Piscina, tecnica mista su tela, 100x100 cm., 2010 Courtesy Fabbrica Eos, Milano

 

 

Le opere di Close, ad esempio, introducono il concetto di de-differenziazione, concernente un tipo d’immagine pittorica figurativa ottenuta dalla composizione di segmenti autonomi, privi di soggetto e dunque astratti. Con questa tecnica l’artista evidenziava come l’immagine sia nient’altro che il risultato di una sommatoria di segni astratti e autoreferenziali. Lo stesso pensiero è riscontrabile nelle opere di Cristiano Pintaldi, che invece sono dipinte seguendo la logica di scomposizione propria delle immagini digitali, dove l'unità elementare dell'informazione visualizzata sullo schermo è il pixel, con i tre punti di colore rosso, verde e blu.

   

Giuseppe Linardi, Decodificazione, tecnica mista su tela, 80x150 cm., 2010 Courtesy Casa d'Arte San Lorenzo, Milano

 

Cosimo Andrisano, Desintonizzazione, tecnica mista e mosaico, 75x75 cm., 2010 Courtesy Casa d'Arte San Lorenzo, Milano

 

 

Sia nel caso di Chuck Close che in quello del summenzionato artista italiano è evidente la presa di coscienza dello scarto esistente tra le immagini analogiche e digitali. Tale scarto riguarda il passaggio, dal punto di vista genetico, da un’entità materiale, ascrivibile all’ambito della fisica classica, a una virtuale, più prossima alla fisica quantistica. Nel caso delle immagini digitali la sorgente è, infatti, rappresentata da informazioni immateriali, laddove in quelle analogiche assume la forma tangibile della pellicola  fotografica. Lo scarto consiste anche nel fatto che le immagini digitali sono essenzialmente formate da un codice informatico. Per l’artista della Bit generation riflettere sulle immagini digitali significa riflettere su un nuovo tipo di linguaggio e sulle nuove modalità percettive che esso comporta.

 

 

 

 

Note

_______________

1) Nicholas Negroponte, Essere digitali, Sperling, 2004, Milano.

2) Secondo la Teoria dell’informazione di Claude Shannon, elaborata nel 1948, il bit (binary unit) è l’unita di misura dell’informazione, ossia la quantità minima di informazione utile a discernere tra due possibili alternative (si/no, vero/falso, acceso/spento) egualmente probabili.

3) Un bitmap, letteralmente una mappa di bit, è un’immagine digitale formata da un insieme di pixel.

4) Wolfgang Becker, "La preparazione dell'occhio digitale", in Iperrealisti, cat. Chiostro del Bramante, Roma 2003.

 

[Butterfly effect n.08, "L pittura della bit generation", pubblicato su Lobodilattice il 19-10-2010]

 

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Commenti

la bellezza del niente.

..in effetti anch'io mi interrogo su cosa ho, su cosa posseggo, quando penso alle immagini digitali salvate sul computer.
Una certa ansia mi prende se penso che i dati contenuti nelle cartelle potrebbero scomparire, e la stampa su carta delle immagini non mi da la stessa sicurezza che invece mi danno le "vecchie" diapositive.
è come se ci sia, in effetti, una progressiva perdita di materia, un perdita di consistenza fisica delle immagini, dei supporti.
La possibilità però di scambiarsi immagini e informazioni ha a che fare con la magia, ciò corrisponde ad un vero miracolo per cui le immagini corrono alla stessa velocità del pensiero.
Parlando di riproduzione fotografica delle opere trovo che esse abbiano bisogno di una verifica dal vero per un giudizio definitivo.
A volte mi sono tanto entusiasmato nel vedere delle foto di opere sullo schermo, così belle luminose, tanto da rimanere deluso quando mi sono trovato davanti alle opere.
Non è che che le riproduzioni digitali creino aspettative speciali, forse a volte, semplicemente, alcuni lavori sono molto fotogenici.
Per me, tuttavia, la fotografia- analogica o digitale che sia- ha significato sopratutto, ancora, se piegata alla buona riproduzione del lavoro, alla documentazione.

Più la qualità immediata che i mezzi digitali offrono aumenta, maggiore è la paura che questa perfezione sia talmente labile da poter sparire con facilità.
D'altro canto c'è anche da dire che con i mezzi digitali le cose si possono rifotografare con molta più facilità, e a volte è più rapido rifotografare un soggetto che cercare l'immagine archiviata!
La coscienza della labilità delle immagini fanno assumere alle stesse quella bellezza che si trova nei mandala orientali fatti con terra colorata e distrutti una volta completati.
Il mondo digitale ci fa prendere maggiore coscienza dell'aspetto sottile delle cose.
Spero le mie considerazioni non siano troppo buffe.
Prima o poi dovevo commentare il saggio, e se non parto.....
grazie, filippo.

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