Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte II

piero fogliati - alessandro trabucco rubrica less is more n.11

 

Piero Fogliati, ovvero, La rivelazione fantastica della luce. Parte II

di Alessandro Trabucco

 

Nel momento storico attuale, in cui problematiche legate a questioni ecologiche e di protezione e valorizzazione delle risorse naturali sono di urgente attualità (oltre che molto di “moda”), l’opera di Piero Fogliati rappresenta la visione preveggente della contemporaneità, un’eccezionale rivelazione di istanze intuite e realizzate con più di 40 anni di anticipo. Infatti, verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, Fogliati già immaginava di utilizzare le cosiddette “fonti di energia rinnovabile” come la luce solare, il vento e l’acqua, impiegandole al fine di ottenere dei puri esiti estetici, quindi lontani dai bisogni pratici della vita quotidiana, ma pur sempre tesi alla realizzazione di oggetti funzionanti, da disporre sul territorio nel totale rispetto della natura ed in perfetta simbiosi con essa.

Nasce il progetto della Città Fantastica, una sorta di città ideale nella quale distribuire tutti quegli elementi appositamente concepiti per un deciso miglioramento della vita urbana, percepita dall’artista come troppo alienante e lontana dalle innate esigenze di bellezza dell’essere umano.

L’artista piemontese ha realizzato un elevato numero di disegni preparatori, non tanto concepiti come dei veri e propri progetti, quanto realizzati come suggestioni visive e mnemoniche del risultato che si auspicava di ottenere.

Ma l’idea di utilizzare queste “fonti di energia rinnovabile” (all’epoca non esisteva questa denominazione) rimane un caposaldo della sua ricerca, ribadita con continuità ed attuata in “dimensioni espositive” con le opere che realizzerà negli anni successivi.

 

La Città Fantastica

 

Quella di Fogliati è una volontà di intervento globale nel territorio, con la creazione di ambienti interni o con azioni volte a modificare l’ambiente esterno. Egli usa l’espressione “cambiare i termini delle cose”, quindi, modificare sia l’aspetto esteriore (se possiamo usare questa parola, “esteriore”, per il vento, il Sole o l’acqua) sia il rapporto diretto con l’uomo, come con la modulazione del rumore del traffico. Il contesto urbano diventa quindi il contesto dell’immaginario, non più, o meglio, non solo funzionale ad esigenze primarie, ma teatro di eventi e sorprese in grado di ri-creare il rapporto con il naturale e l’artificiale, attraverso una partecipazione attiva, interagendo consapevolmente o inconsapevolmente con i dispositivi collocati nell’ambiente e governati dal Campo autonomo, sorta di torre di controllo in grado di attivarli in modo sempre variabile.

Con le sue opere Fogliati intendeva modificare i fenomeni partendo dalla loro stessa natura, mantenendone intatte le caratteristiche peculiari. Egli voleva cambiarne la percezione e la fruizione ordinaria e passiva introducendo eventi inaspettati e piacevoli. E’ una sorta di estetica dell’ambiente, in perfetta armonia con esso. Nessuna violenza e nessun stravolgimento dell’ecosistema, quanto un vero dialogo nell’intento di creare inedite sensazioni.

Nella nostra epoca, in cui la spettacolarità ha assunto talvolta forme grottesche per imbonire il pubblico con effetti speciali di tutti i tipi e di dubbio gusto, gli interventi che Fogliati ha concepito anni fa costituiscono un’alternativa a mio avviso insuperata da qualsiasi successiva innovazione tecnologica. L’alternativa sta nei mezzi utilizzati, mezzi meccanici essenziali e dall’esito essenziale. Ma non è nemmeno un’epoca in grado di percepire l’importanza e la potenza dell’immaginazione messa a disposizione dell’ambiente circostante con l’obiettivo di arricchire l’animo umano e di distoglierne l’attenzione dalle brutture della città industrializzata; purtroppo non siamo nel Rinascimento, e il grandioso progetto di Fogliati non ha trovato la possibilità finanziaria per essere realizzato. Peggio per noi.

Tutto questo (solo per i patiti dei vari punti di contatto tra le idee degli artisti) piuttosto che avvicinare l’opera di Fogliati, come potrebbe capitare di fare, a quella degli artisti della Land Art, per  l’intervento concreto sul territorio, lo avvicina (forse) alle formulazioni situazioniste di Constant (New Babylon) o alla “Théorie de la dérive” debordiana pur distaccandosene all’istante appena se ne prendano in considerazione le specificità.

 

 

 

Gli artisti americani della Land Art operarono in solitudine nei grandi spazi tipici del territorio degli Stati Uniti (i deserti, i laghi salati) documentando poi le loro opere con filmati o fotografie dando allo spettatore solo questa occasione di fruizione del loro lavoro, all’interno degli ambienti deputati all’arte come gallerie private o Musei. Nessun intervento dello spettatore sul luogo originale di realizzazione dell’opera e nessuna partecipazione attiva-interattiva alla sua creazione. Semmai, oltre alla visione di foto o video, è possibile una ricostruzione in miniatura in galleria degli eventi stessi. Ma sulla differenza di una siffatta fruizione rispetto all’evento originale non credo si debbano spendere ulteriori parole.

 

Le idee di Constant e Debord rientrano in una più vasta teoria derivata dalla confluenza, nell’Internazionale Situazionista, di varie personalità provenienti dagli ambienti del Lettrismo di Isidore Isou, dal Comitato psico-geografico di Londra e dal Movimento per una Bauhaus Immaginista di Jorn e dal suo Laboratorio sperimentale fondato assieme a Piero Simondo e Pinot Gallizio. Simondo, ricordiamo, fondò nel ’62 a Torino il gruppo CIRA, al quale parteciperà per tre anni Fogliati stesso, che a sua volta potrà conoscere, attraverso l’esperienza di Simondo, le idee che hanno animato quel periodo e quei movimenti.

Ma se possiamo ragionevolmente pensare che tutto questo può aver influenzato Fogliati, ugualmente possiamo sostenere la differenza sostanziale delle sue idee per la creazione della Città Fantastica.

La psicogeografia e la teoria della dérive prendono in esame lo «studio degli effetti precisi che l’ambiente geografico, coscientemente ordinato o no, esercita direttamente sul comportamento affettivo degli individui» (I.S., I, p. 13). E la “deriva” in particolare è «il modo di comportamento sperimentale legato alle condizioni della società urbana», «la tecnica del passaggio rapido attraverso vari ambienti». Tutto ciò rientra in un progetto più vasto di rinnovamento globale del contesto urbano, quella «urbanistica unitaria» definita come «la teoria dell’impiego d’insieme delle arti e delle tecniche concorrente alla costruzione di un ambiente in legame dinamico delle esperienze di comportamento».

La conseguente critica al funzionalismo ci riporta alla mente le polemiche degli anni immediatamente precedenti tra Jorn e Max Bill. Quest’ultimo aveva fondato la Hochschule für Gestaltung di Ulm che riproponeva le finalità del Bauhaus di Walter Gropius senza tra l’altro prevedere la presenza dell’aspetto più strettamente artistico.

Riporto necessariamente questi riferimenti per far capire quanto fosse nell’aria questa volontà di completo rivolgimento delle convenzioni ambientali e di comportamento, rilevando poi l’unicità delle declinazioni di Fogliati su una tematica che accomunava varie personalità.

Possiamo anche individuare una sola grande differenza che basta a porre il lavoro di Fogliati in una posizione completamente autonoma nei confronti delle altre teorie di sconvolgimento delle convenzioni passivamente accettate dall’uomo: nel lavoro di Fogliati è assente qualsiasi tipo di condizionamento socio-politico, un aspetto, questo, assolutamente presente (direi, prepotentemente presente) in tutte le troppo decantate poetiche dello sconfinamento dell’arte nella vita e viceversa.

Fogliati non si è mai interessato di accompagnare con teorizzazioni ideologiche i propri progetti di intervento sul territorio anche perché non concepiti per contestare il sistema, quanto per migliorare esteticamente la percezione degli eventi naturali.

E’ quindi interessante riflettere su l’utopia irrealizzata della Città Fantastica di Piero Fogliati e alla sua idea di utilizzare i fenomeni atmosferici come “materiali nobili” da manipolare esteticamente: l’acqua, il vento, la luce solare, il suono, diventano gli elementi primari e costitutivi della creatività umana, energie originarie e primordiali, energie rinnovabili e sostenibili, pulite ed assolutamente compatibili con un’esistenza in completa armonia col mondo intero.

 

 

 

 

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