PARTENZE di Nicola Giuliato De Vázquez

PARTENZE di Nicola Giuliato De Vázquez

Titolo

PARTENZE di Nicola Giuliato De Vázquez

Inaugura

Domenica, 3 Febbraio, 2013 - 17:00

Presso

Casa dei Beni Comuni

Comunicato Stampa

Domenica 3 febbraio alle ore 17.00 presso Casa dei Beni Comuni, via Zermanese 4, Treviso, in collaborazione con il collettivo ZTL WAKE UP! nel contesto della rassegna letteraria “Giri di Parole” sarà presentao PARTENZE di Nicola Giuliato De Vázquez, edito dalla casa editrice Sigismundus di Ascoli Piceno.
La presentazione sarà a cura della scrittrice Bruna Graziani, con la partecipazione dell’artista Alessandro De Bei e del compagno di “sventure” Andrea Pesce. Sarà presente l'autore.

BIOGRAFIA

Nicola Giuliato De Vázquez è nato a Treviso nel 1969. Ex giocatore di rugby della Benetton, ha lavorato per alcune agenzie fotografiche e pubblicitarie italiane. Nel 2008 ha fondato l’agenzia di comunicazione Dasler. Come promotore culturale è stato fondatore nel 1997, con l’amico Alberto Munari, dell’Associazione Spazio Paraggi. Oggi è dedito alla fotografia commerciale e alla direzione creativa. Dal 2009 si dedica alla scrittura. Attualmente vive in Messico.

DALLA PREFAZIONE di Gianluca Pulsoni

«Le partenze sono creatrici.// Ci plasmano/ senza mediazioni». Le Partenze di Nicola Giuliato De Vázquez sembrano presentarsi subito così, nel loro esplicito carattere auto-riflessivo: come una azione allo stesso tempo proiettata all’esterno e trasformatrice all’interno di chi la compie. Un’azione a suo modo radicale, nella misura in cui diventa capace di esprimere e “traghettare” in modo controllato un soggetto attraverso un passaggio, da un prima a un dopo. Ora, il “prima” in queste pagine è senza dubbio tutto scritto e detto nei versi, una scrittura biografica dove una vita si fa letteratura, e dove più nello specifico la dimensione intima e privata dialoga con la riflessione “clinica” (nel senso di chirurgica, rigorosa) e disincantanta, disillusa (a tratti non distantissima, forse, da quel modo di intendere il proprio rapporto con le cose che Pasolini a suo tempo definì “disperata vitalità”). Tale mescolanza apre a una pluralità di prospettive da cui tutto comincia – se ne contano probabilmente tre, di piani che si intersecano nell’operazione: uno dell’io; uno che appare composto attraverso un dialogo con un ipotetico e sfuggente “tu”; uno a carattere generale e impersonale – e sembra qualcosa che possa essere ben esemplificata dalla metafora dello scrittore come specchio, capace così di riflettere, accogliere e perturbare tutto, come Altro («Sono uno specchio/ la vostra coscienza/ l’animale che è in voi./ Lo sapete di essere animali?/ Bestie./ Semplici/ come bestie.» e ancora, «Sono uno specchio rivelatore/ la vostra coscienza/ l’animale che è in voi./ Per questo non riuscitea guardarmi senza provare vergogna/ per questo/ cercherete la mia distruzione.// Ancora un’occhiata furtiva/ di sguincio/ ma provate un profondo/ amaro/ turbamento.»). In via più generale, ci si trova di fronte a un lavoro, nell’accezione dinamica e processuale del termine, che offre una idea di azione poetica come narrazione, di sé, degli altri, dell’Italia e di riflesso del mondo presente, e allo stesso tempo una narrazione leggibile e interpretabile come una sorta di spericolato racconto di formazione in versi, dove la formazione sta quantomeno per una presa di coscienza profonda e tale acquisizione sembra avvenire progressivamente nella lettura, attraverso scene, quadri, immagini che si susseguono senza soluzione di continuità lungo la trama ritmico-compositiva, passando se si vuole dal tono confidenziale di alcune – appunto – “confidenze” molto intime, di connotazione erotica e psicologica (qui ci si riferisce soprattutto alla prima parte del libro, attraversata in modo tagliante da molte di queste rivelazioni), a riflessioni e invettive personali e contemporanee sulla politica, quindi nella dimensione più propriamente collettiva, e con un realistico retrogusto amaro, specie nella seconda parte («“Per salvare l’Italia!/ GOVERNO TECNICO”/ urlano megafoni e tromboni in ogni angolo del paese.// Salvarla da chi?/ mi domando.// Dai Politici?// Ma sono sempre loro/ stanno lì.// Dai finanzieri?// Ma sono sempre loro/ stanno lì.// Dai banchieri?// Ma sono sempre loro/ stanno lì.»). Cosa può essere invece il “dopo” a cui porta l’azione di questa scrittura? Fa parte senza dubbio del futuro, come qualcosa – quindi – di ancora non tecnicamente scritto. Ma, a ragione, parrebbe forse essere a suo modo già in parte e in qualche modo iscritto e intuibile in queste pagine, qualora provassimo a considerarle non solo come una classica narrazione cronologicamente lineare (da un punto A a un punto B), ma anche come una specie di iniziazione raccontata da terzi o retrospettivamente e dunque un tipo particolare di viaggio capace, grazie alla scrittura e alla lettura, di far rivivere tali Partenze e l’esperienza stessa del partire in modo rituale (come separazione, stato liminare, nuovo approdo) e in una possibilità ripetibile e reversibile, dunque con forte valore maieutico e andamento ciclico, strutturando un percorso il cui spazio è sempre tra reale e immaginario e il cui resoconto da affidare è sempre o scisso tra testimone che scrive e soggetto che vive oppure ha origine temporale postuma agli eventi, comunque capace in ambo i casi di riflettere e strutturare nella rammemorazione-rievocazione già molti dei segnali di cambiamento percepiti. È anche attraverso questo punto di vista – un punto di vista innegabilmente antropologico – che i versi di Giuliato De Vázquez si presentano, e con efficacia, al lettore.

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