Parola di Artista

Parola di Artista - Interviste agli artisti a cura della Redazione

Intervista a Silvia Negrini, (Parola agli Artisti 10)

Il compito del buon critico d’arte è quello di riuscire ad intuire tendenze artistiche ancora non storicizzate. Deve essere senz’altro una persona colta, con una visione grandangolare dell’arte e non solo e che, nello stretto rapporto artista/critico-curatore, deve, tramite la sua teorizzazione, fornire spunti per la stessa ricerca dell’artista.

Intervista a Giuliano Sale, (Parola agli Artisti 9)

Un'artista cosi' detto affermato, a mio giudizio lo rende la durata nel tempo. Molti artisti sono stati osannati per periodi più o meno brevi sia dal pubblico che per vendite o critica ma poi molti degli stessi sono scomparsi nel dimenticatoio o addirittura diventati patetici e macchiettisti.

Intervista a Massimo Gurnari, (Parola agli Artisti 7)

Direi che la spinta sostanziale è data dalla critica e da certe gallerie. il pubblico mediamente è abbastanza impressionabile e mediamente poco preparato (in italia perlomeno) per cui se un critico blasonato e strapagato e una galleria che goda di una certa credibilità dicono che un artista è bravo così è. ne conseguono inviti in altre gallerie, vendite, pubblicazioni e aste....tutto qui.

 

 

Intervista a Gianni Cuomo, (Parola agli Artisti 6)

Secondo me, nessuna di queste cose. È la consapevolezza dell'essere artista e delle cose che fa a rendere uno affermato; il mercato può essere una conferma, però l'artista affermato è quello che sente veramente di essere tale dentro di sé. È una consapevolezza che all'inizio non è così scontata: prima che un artista riesca ad arrivare ad avere una “cifra stilistica” passa del tempo, sperimenta, ricerca, fino ad arrivare ad un punto in cui si riconosce totalmente nel lavoro che fa, allora a quel punto è completo, pur non finendo mai.

 

 

Intervista a Francesco Garbelli, (Parola agli Artisti 5)

Sto sviluppando due ricerche, in contemporanea, che mi portano ad utilizzare tecniche e “materiali” completamente diversi e apparentemente distanti tra loro. La prima, quella sui fondali marini, (a cui appartengono i lavori qui pubblicati), potrebbe definirsi come un lavoro di tipo scultoreo, (anche se per me si tratta di un lavoro concettuale); la seconda è di tipo fotografico, sfruttando le potenzialità della tecnologia digitale per inventare immagini inedite, evitando il pericolo dell’omologazione, è una sfida che mi attira. Spostando il discorso su un’altra direttrice penso che la fotografia sia più vicina alla scultura che alla pittura o al cinema.

 

Intervista a Jessica Iapino, (Parola agli Artisti 4)

Preferisco pensare alla “costruzione” di un opera come alla costruzione interna mentale di un individuo che lavora su se stesso. Portando la sua mente su di un livello “differente” o “superiore” e riesce poi a costruire-creare un lavoro organico coerente con la sua individuale filosofia di pensiero. L’opera, appunto, per me non è una “costruzione materiale” ma una “costruzione mentale” individuale, di ogni persona/artista. Inoltre, c’è una frase di Marina Abramovich da cui ho imparato molto: “non è importante ciò che si fa ma da quale stato mentale la si fa”.

 

Intervista a Daniele Giunta, (Parola agli artisti 3)

Per me è necessario fare tabula rasa. Nessuna costruzione, nessun progetto da riportare, niente storia, niente seguito.
In ambito installativo così come nella pratica pittorica (su seta) il mio approccio allo spazio è come un processo di osmosi e dopo un po' di tempo siamo in grado di intuire, così si genera. Tutto è imprevisto, seguito, esplorato e condotto. Una psicogenesi. Spesso c'è una seconda fase, più viscerale, in cui mi approprio fisicamente della psicogenesi avvenuta.

 

Intervista ad Arianna Carossa (Parola agli Artisti 2)

Ti posso dire che in questo momento il mio pensiero ed il mio lavoro sono concentrati sulla grammatica del fare.
Quel che mi interessa è il linguaggio stesso; la definizione e ridefinizione del linguaggio grammaticale dell'arte integrato chiaramente al mio sentire.
Un lavoro nasce e lo costruisco camminando avanti e indietro nel mio studio, fissando il vuoto per un po'.
Un lavoro si progetta anche pensando ad altro.