L'oblio e il sogno della fotografia analogica | Leda Lunghi

 L’OBLIO E IL SOGNO DELLA FOTOGRAFIA ANALOGICA

di Leda Lunghi

 

 

Negli ultimi anni la fotografia d’arte è andata sviluppandosi verso il digitale preferendolo come mezzo d’espressione all’analogico. Abbiamo senza dubbio grandi e stimati talenti in questo campo, ma ogni qualvolta mi trovo dinanzi ad opere in analogico nascono in me riflessioni dettate da sensazioni che la fotografia digitale non è in grado di creare , soprattutto quando si tratta di opere di giovani artisti nei cui scatti si percepisce innovazione , ricerca, sperimentazione, idee fresche ed immensamente profonde;  a mio parere dinanzi alla fotografia analogica prende forma la fotografia più soave, creativa, quella in cui nasce la reale creazione dell’opera d’arte, quello stupore ,su cui verte un punto di vista fenomenologico che punta non sull’oggetto ma sul tempo.

Poco tempo fa mi sono trovata tra le mani alcune fotografie immensamente poetiche, indagatrici di un inconscio e al contempo portatrici di sogni, esse narravano una realtà visionaria, offuscata, un’ estetica che solo la macchina analogica è in grado di catturare e rendere tale; mondi lontani di fantasie desertiche e al contempo luoghi vicini di interiorità complesse.

Osservare queste opere per me era come inseguire la vita, facendomi cullare da una  musica soave , farsi ingannare, ammagliare da essa; l’obbiettivo che pur avendo catturato il reale ha portato con sé qualcosa di terribile e di dolce, di lontano, inattuale, di remoto, quella violenza descritta da Barthes, dettata dall’immagine, che come sottolinea il filosofo è paragonabile allo zucchero: “ molti dicono che lo zucchero è dolce; io invece lo trovo violento”, inquadra specchi di un remoto subconscio.

 

 

Non conoscevo il fotografo che aveva scattato quelle fotografie, che mi avevano profondamente colpito, feci delle ricerche e scoprii il suo nome: Chris Rain.

Giovanissimo ( Roma,1984) ma con un promettente passato alle spalle,Chris Rain , non è un fotografo, ma un artista nel termine tout court, i suoi scritti contenuti nel libro I am the Snow ,non sono meno profondi delle sue opere fotografiche.

In essi si ritrovano tratti baudelairiani , questo giovane artista narra le caduche , folli e sfuggenti verità della metropoli, come il grande scrittore francese racconta Parigi nel suo Spleen; realtà che si ritrovano nelle fotografie tra contrasti velati, in bianco e nero tra ombre e luci che si dissimulano all’orizzonte; celate dai contrasti le idee nascono, vivono e muoiono dall’incontro tra arte e letteratura.

Le sue fotografie sono emozioni inenarrabili, incontrollabili e irraggiungibili che solo l’obbiettivo riesce a catturare e rendere tale, portando a noi fragili ragioni di vita, miracoli, sogni ed illusioni.

Per quanto evolute le macchine digitali, non saranno mai in grado di rappresentare quei magici chiaro scuri, che nella loro sensibile delicatezza ci trascinano in racconti di raffinata poesia.

Le immagini di Chris Rain ci conducono all’inconscio, all’inconsapevolezza di sguardi e gesti infantili ed onirici, nelle sue fotografie ritroviamo la solitudine dei nostri desideri e la sequenza delle immagini è quella sovrapposizione della logica dettata dall’inconscio.

 

 

 Fotografia intensa, profonda emersa tra pagine di racconti di strada , realtà che emergono dai fantasmi dell’Io e le  fantasie della creatività, ma qui la realtà è tangibile, profonda e apparente la possiamo osservare sfocata o possiamo sentirla narrare in tautologiche espressioni ; l’unione della parola e della fotografia è un amore incondizionato. Offuscata dietro ogni immagine si cela una narrazione di vita, una fusione tra letteratura ed arte e queste due forme di linguaggio si articolano l’una nell’altra, come in uno spettacolo teatrale, in cui le due protagoniste non abbandonano mai la scena.

La fotografia artistica è sola, come l’anima, si racconta senza bisogno di frasi, essa è tremore e armonia coniugati insieme; essa è il raggiungimento di un’estetica, dietro alla quale si celano le parole, essa si fa specchio ed indaga l’inconscio e la magia del mondo immaginario. 

Flaubert in Memorie di un pazzo dice: “ mi propongo soltanto di mettere sulla pagine quello che mi verrà in mente, le idee, i ricordi, le parole, i sogni, i capricci, tutto quello che s’agita nella mente e nel cuore ; il riso e il pianto, il bianco e il nero, singhiozzi prima sgorgati dal profondo dell’animo, e poi sciorinati in periodi sonori, lacrime diluite in metafore romantiche.” Questo è in parte la descrizione del lavoro di  Chris Rain, è la follia di cui parla Nietzsche nella Gaia Scienza, chiedendosi  “ che cos’è il romanticismo” e a questa domanda non vi farò rispondere da Nietzsche ( che pur distingue tra sofferenze e sofferenti ), ma vi farò replicare dal diretto interessato Chris Rain: “ Non conosco un termine che al tempo stesso sia altrettanto melodico e frastornante per chi è preda della sua brama; l’unica maniera che fino ad ora ho trovato per poter  dimostrare riconoscenza a questa attitudine sensoriale è lasciare sempre incomplete immagini e parole che mi suggerisce.”

 


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