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Homo Ludens - L’Impero degli Oggetti, di Francesco De Molfetta e Matteo NegriCondividi
pubblicato da arte contemporanea il 8 Febbraio, 2010 - 1:40am
Recensioni
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Recensione della mostra L’Impero degli Oggetti, di Francesco De Molfetta e Matteo Negri, presso Paggeria Arte di Sassuolo, patrocinata da Associazione Culturale Arscenica di Sergio Annovi. Di Luiza Samanda Turrini
Di Luiza Samanda Turrini
Perché proporre l’accostamento fra De Molfetta e Negri? Per gioco, forse. Un gioco al massacro per Negri, con le sue mine antiuomo da interno e i suoi Lego nevrotici. Un gioco linguistico e dissacratorio per De Molfetta, con i suoi atti di terrorismo in stile Hanna e Barbera. Tutti e due hanno le mani in pasta nell’impero degli oggetti, Negri in regioni di perturbante ed immobile eleganza, De Molfetta nel dipartimento in cui le cose prendono vita ed allestiscono dei teatrini per spiegarci il loro vero significato.
da sinistra: De Molfetta, Negri
Fra le migliaia di artisti, troppo spesso di casa nei territori della morte e della disperazione, De Molfetta ha uno stile immediatamente riconoscibile. La peculiarità delle sue opere è che riescono sempre a colpire lo spettatore, anche quello più ingessato o supponente. Ad assestargli un buffetto, una rosea punturina, a farlo sorridere. E scusate se è poco. Le opere di De Molfetta hanno un marcatissimo vettore emotivo in grado di modificare l’umore di chi le guarda, quello che Barthes definisce punctum. Scintillante, dolce, antidepressivo. Come il sorridente Buddha color cioccolato seduto su un vassoio di vetro, con un cucchiaio che gli ha asportato una porzione cremosa di pancia. Perché lui è il Buddino [1] . A seguire varie scene da un matrimonio. Quello di interesse, di E vissero sempre felici e contanti, con due sposi gaudenti dentro a una valigetta piena di mazzi da cinquecento euro. Quello in crisi, sul ceppo del boia, di Lei lo accetta ma lui la l’ascia. Il matrimonio gay, con torta tutta panna, coppietta in doppio smoking e uccello impagliato di Dolce e Gabbiano. De Molfetta ha la capacità di ironizzare con caustica leggerezza sull’attualità, come nel logo tagliato dall’aereo in picchiata di Ali taglia. Oppure di mostrare il lato clownesco delle icone del potere, come la severa erma bianca di Lenin, addizionata con un naso da pagliaccio. Perché Lenin era uno dei leader del Clowmunismo. Hitler invece era a capo del Nasismo : con molta serietà, assieme ai suoi fedelissimi Goebbles e Mussolini, presenziava dal balcone del Reichstag a parate di lucidi nasoni ariani, impettiti a mo’ di passo dell’oca. Lapsus freudiano o allucinazione fabbricata dallo Reich Sprietzen Meister?[2] L’ultima opera di De Molfetta visibile in mostra è un cigno imbalsamato coronato da un’aureola di neon, intitolato Lucignolo.
De Molfetta
Negri invece presenta la serie dei L’Ego. I Lego si connettono al ricordo dell’infanzia. Perfino per le ultime generazioni cresciute con la Playstation i Lego rimarranno in memoria come il primo gioco poietico, creativo, con cui si possono assemblare forme plastiche. Nulla di più facile che per qualcuno i Lego siano stati il peccato originale, la prima svolta verso il mestiere di artista. Negri trasforma i mattoncini colorati in un gioco da adulti, grande per formato, materiali, e trappole psicanalitiche. Con quest’operazione di blow-up emergono contenuti nascosti. Innanzitutto, la bellezza strutturale. Quella delle superfici brillanti, dei colori basici, degli incastri fra base quadrangolare, moduli tondi ed inserti a rettangolo. In secondo luogo, il fatto che i Lego siano variazioni su una regola ripetuta. I Lego hanno a che fare con l’omologazione, l’aggregazione, il rientro in un canone. In una parola, il lavoro. Industriale, o di qualunque altro tipo. Ad esempio in L’Ego Gold, dove un omino giallo sorregge un mattone, come nella statuaria socialista (o fascista) dedicata agli eroi del lavoro. Il mattone è tutto d’oro. L’arte è un mestiere? No, è un gioco. Ma forse domanda e risposta andrebbero rovesciate.
Negri
E quindi l’arte cesserebbe di essere un gioco per diventare un lavoro. In questi giocattoli ipertrofici rimane qualcosa di gelido, di improprio ed inquietante. Come l’ombra di gioco che smetta di essere un dispositivo ludico, e si trasformi nella traccia di un (L)ego gigantesco, ma paradossalmente non cresciuto. Negri e De Molfetta sono come lo yin e yang della medesima questione: oggetti ipersignificanti che spezzano la consueta catena semiotica, nel segno dell’inquietudine o del divertimento. Il gioco è bello, e dura fino al 21 febbraio.
Note: ___________
Paggeria Arte Piazzale della Rosa a Sassuolo. Periodo : 23 Gennaio – 21 Febbraio 2009. Orari di apertura: Martedì: 10,00 – 12,30; Venerdì – Sabato – Domenica: 10,00 – 12,30 / 16,00 – 20,00.
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