A PROPOSITO DEL PREMIO CAIRO 2009, di Alessandro Trabucco
pubblicato da Alessandro Trabucco il 2 Novembre, 2009 - 12:20am
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La sera del 22 ottobre 2009, intorno alle 20:15, presso il Museo della Permanente di Milano, è successo qualcosa di particolarmente inedito nel mondo accomodante e passivo dell’arte contemporanea: qualche fischio accompagnato da timidi buuu ed una sola voce hanno disturbato l’annuncio della vincita del Premio Cairo 2009, quello della decima edizione, un numero tondo che doveva segnare un traguardo importante e trionfante di questa manifestazione artistica a cadenza annuale.
La serata inaugurale e di premiazione è da anni appuntamento mondano di prim’ordine, momento d’incontro, occasione d’oro che permette di passare qualche ora in mezzo a parecchi personaggi dell’arte oltre che a semplici appassionati e curiosi. Una preziosa serata caratterizzata dalle classiche pubbliche relazioni, un buon buffet ed in compagnia delle protagoniste assolute: le opere dei venti artisti invitati, “una di repertorio ed una fatta apposta per il Premio” come recita la mail di convocazione da parte dell’organizzazione. Una mail firmata, che assume quindi valore di documento ufficiale e certificazione. Sta personalmente all’onestà dell’artista seguire le indicazioni in modo corretto, perché questo documento ricevuto parla chiaro, non da adito a nessun dubbio circa la richiesta: la Giuria e il Presidente, sapendo di avere a che fare con professionisti (o almeno tali dovrebbero essere) non sarebbe tenuta a controllare che ci siano irregolarità, ma è un compito che dovrebbero svolgere un paio di persone preposte a questa mansione, una interna all’organizzazione e una esterna, un notaio, come avviene in qualsiasi concorso regolare.
La sola voce che si è innalzata a contestare il trionfante annuncio di Urbano Cairo è stata quella del gallerista della Changing Role (con sede a Napoli e Roma) Guido Cabib, il quale sosteneva che l’opera premiata non era “inedita” (cioè creata apposta per il Premio) ma precedente almeno di un mese la convocazione al Premio (lettera datata 7 maggio 2009) e presentata a Palazzo Venezia a Roma durante la manifestazione pubblica The Road to Contemporary Art ai primi di aprile. Dopo qualche momento di imbarazzo la manifestazione procede con i rituali scatti fotografici e tutto il resto, complimenti, bevute ecc... ecc...
La questione pare esaurirsi velocemente all’interno delle pareti del Museo senza che succeda altro, ma le prove delle affermazioni di Cabib esistono e sono concrete (fotografie e testimonianze oculari).
Appaiono, nel web, i primi articoli che segnalano l’anomalia, e alcune precisazioni di Cabib che difende la propria tesi.

(Marzia Migliora - Pier Paolo Pasolini 2009)
La sera di domenica 25 ottobre viene creato dalla giovane artista Angela Viola (mossa da sentimenti di giustizia e onestà per il proprio lavoro) un gruppo sul social network più diffuso e frequentato, Facebook, dal nome preciso e diretto, IL PREMIO CAIRO 2009 VA ANNULLATO. Un nome che chiede ciò che esprime letteralmente, quindi quella sola cosa.
Il sottoscritto, innanzitutto in qualità di libero cittadino e spettatore da anni del Premio, e poi di professionista nel settore, ne sposa la causa in favore di quegli artisti che invece hanno lavorato e rispettato la regola base dell’invito al Premio. Nulla di personale contro l’artista vincitrice né alcun giudizio critico sul valore dell’opera premiata. Questo è anche lo spirito che anima da subito il gruppo, che ha raccolto più di 800 iscritti in una settimana.
La cosa che mi ha più sconcertato è stata l’immensa costruzione fantasiosa e retorica sulla questione, da parte di alcune persone che hanno cercato di sviare in modo astuto l’attenzione dal suo vero nocciolo, la violazione della regola base di un ”accordo”, che in altri ambiti e in altre realtà nazionali viene preso molto sul serio. Un tempo, quando l’onestà personale e la fiducia reciproca ancora erano idealmente alla base della società civile, bastava la famosa “stretta di mano” e la parola data a convalidare un accordo, ora pare che non rispettarlo sia anche titolo di merito secondo i sostenitori di questa seconda possibilità, deceduta sul nascere, in quanto palesemente costruita sul nulla.
Ma ormai ci stiamo abituando, in questo paese malconcio e bistrattato all’estero (non solo politicamente, ma anche culturalmente oltre che, per assurdo, turisticamente) al fatto che lo sforzo maggiore viene dedicato dalla maggior parte delle persone, soprattutto quelle che dovrebbero guidarlo, alle giustificazioni più ridicole ed iperboliche delle cause già perse fin dal principio, il perché sinceramente non lo so, ma so che l’energia per sostenerle è immensa e tutta sprecata. Perché le altre nazioni sono “più avanti” nella politica, nella cultura, nell’arte rispetto a noi? Perché i talenti sono valorizzati per quello che valgono e non depressi dalla falsità che dalle nostre parti sta imperando. E’ finita l’epoca delle grandi menti del Rinascimento, ora penso solamente che siamo la rappresentazione tumefatta, grottesca ed adulterata di questo nostro glorioso passato di cui non ne siamo nemmeno più degni di goderne l’eredità.
Ma tornando alla vicenda in questione: in qualità di volontario portavoce del gruppo Facebook ho avuto modo di sentire Urbano Cairo nella serata di martedì 27 ottobre (in quel momento gli iscritti erano già 400), il quale mi ha confermato la conoscenza di questa realtà e la volontà di fare chiarezza sull’accaduto richiedendo l’immediata riunione della Giuria e del Presidente per discuterne e prendere la relativa decisione definitiva. Sulla reale buona volontà di tale proposito non possiamo che fidarci, proprio in base alla parola data.
A Cairo preme difendere il Premio che porta il suo nome e la sua immagine, anche perché finanzia di tasca sua tutto l’evento, dalla promozione, all’affitto del Museo per 10 giorni, all’acquisto dell’opera realizzata apposta per il suo Premio. Un’apparente dimostrazione di lucidità e forza di carattere (se reali lo saprà solo lui in coscienza), qualità che mi sento di reputare ormai rare se non disperse come cenere all’aria aperta, leggendo taluni commenti nemmeno firmati col nome originale, ma anonimi o con banali pseudonimi insignificanti come i contenuti che esprimono. A tali personaggi non mi sento neppure in dovere di rispondere. In quanto libero cittadino ho il diritto di confrontarmi con persone che mettono la propria faccia e il proprio nome a sostegno delle proprie tesi e non con codardi che non hanno nulla di meglio da fare se non fare insinuazioni stupide e degradanti per la loro già debole intelligenza, pensieri vuoti, come il vuoto pneumatico che alberga nelle loro teste. Non hanno nessuna considerazione da parte mia, se non queste poche righe che gli ho dedicato “col cuore”.
Un’ultima cosa mi sento di dire: le tesi, ridicole e stravaganti, le quali sostengono che sia meglio un’opera non inedita ma di maggior spessore rispetto ad opere inedite ma (secondo la personale opinione di chi le sostiene naturalmente) di minor valore, sono aria fritta: non si tiene conto, cioè, della tensione creativa che grava sull’artista che lavora su commissione rispettando una scadenza precisa. Un lavoro invece nato prima e con la tranquillità di un processo creativo “non condizionato” o “relativamente condizionato” dal tempo, può risultare più incisivo. Bella forza... Grazie, ma non ho bisogno di banalità, e neanche l’Arte vera ne ha bisogno, perché è l’opposto, e come tale combatte il banale.
Al momento della stesura di questo testo ancora non sappiamo quale decisione sarà presa. Nel gruppo ho scelto di adottare il “silenzio stampa” per correttezza nei confronti del lavoro di revisione della giuria, del sentimento di sfiducia diffusosi a macchia d’olio e anche del malessere che sicuramente starà vivendo l’artista premiata. Ma qui, in questa sede neutra (ringraziando la redazione) mi sento di esprimere chiaramente il mio pensiero al riguardo. Qualunque sia la decisione che sarà adottata quale rimedio effettivo, un semplice fatto (perché di fatti si parla e non di chiacchiere) è venuto alla luce dal mondo sommerso dell’arte contemporanea: che un certo tipo di “sistema” (ma ce ne sono un’infinità di altri) è stato leggermente scosso, che un po’ di gente che sostiene questa presa di posizione c’è e che, purtroppo, lo sciacallaggio è impossibile da estirpare perché bisognerebbe lavorare sulla mente malata di certi personaggi, ma io, personalmente, faccio il critico e curatore e non lo psichiatra. Cordiali saluti
Alessandro Trabucco
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