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   Domenica, 01 Agosto 2010



THE BUTTERFLY EFFECT, la Rubrica di Ivan Quaroni, N.00: *CONCETTUALE, QUALCUNO HA DETTO CONCETTUALE ??*

ritratto di Ivan Quaroni
The Butterfly Effect di Ivan Quaroni Rubriche



Rubrica di Ivan Quaroni su temi e questioni che normalmente non trovano spazio nelle riviste o nei cataloghi di questo nostro "piccolo mondo artistico..."

 

 

N.00, "CONCETTUALE, QUALCUNO HA DETTO CONCETTUALE ??"
di Ivan Quaroni



Non ce la faccio, è più forte di me, quando sento pronunciare questo aggettivo mi viene l’orticaria, inizio a sudare e, in breve, perdo la calma. Dovrei cercare di essere più serafico, comportarmi taoisticamente, come l’acqua che s’adatta ad ogni superficie, ma è inarrestabile (e raramente imperturbabile) nel suo corso. Ecco, dovrei ricordarmi di tutti i libri del Dalai Lama che ho letto nel corso degli ultimi dieci anni, degli insegnamenti zen, della pericolosa calma dei maestri sufi. Dovrei contare fino a cento e poi trovare la quiete dell’indifferenza. E invece no, sono bellicoso per natura, amo lo scontro, la battaglia, la singolar tenzone.

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Questo argomento (come possiamo chiamarlo? Del concettualismo?) è, infatti, sintomatico dell’immobilismo e della sterilità di molta arte contemporanea, che si attarda su posizioni non più rispondenti alle esigenze di quest’epoca, caratterizzata da una profonda necessità di comunicazione. Ma procediamo con ordine.

Quando un’opera è definita concettuale? Ho una teoria al riguardo. Un’opera è definita concettuale, normalmente quando il suo significato è eccedente rispetto alla sua forma, ossia quando il suo aspetto non rimanda immediatamente al suo significato. Peggio ancora, quando la sua foggia non riflette un sentimento, una sensazione o qualsiasi altra emozione abbia governato la sua creazione. In sintesi, un’opera è definita “concettuale” quando non c’è coincidenza tra forma e sostanza, quando al “presunto” significato è attribuito un peso eccessivo a discapito della naturale vocazione comunicativa del manufatto. Insomma, se per capire l’oggetto che abbiamo davanti abbiamo bisogno, come diceva il compianto Maurizio Sciaccaluga, del libretto d’istruzioni, allora c’è qualcosa che non funziona. Nell’opera, ovviamente. Oppure nell’artista, che è poi la stessa cosa. 

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Come scrive Franco Bolelli in Cartesio non balla, breve saggio sulla Definitiva superiorità della cultura pop, che non mi stancherò mai di lodare per la sua indispensabile leggerezza e profondità: “Fedele al principio Don’t explain, don’t complain (Mai spiegare, mai lamentarsi), ho sempre pensato che ogni volta che – in qualunque situazione – c’è necessità di una spiegazione, allora c’è qualcosa che non va”. Siamo a pagina 19 del libro pubblicato da Garzanti. Qualche riga sotto si legge: “A mio figlio, quando aveva dieci anni, non ho avuto alcun bisogno di spiegare Apocalypse Now né Jimi Hendrix e nemmeno Jackson Pollock. Perché Apocalypse Now, Jimi Hendrix, Jackson Pollock e pure Nietzsche […] possiedono qualcosa di cui non c’è traccia nel codice genetico delle avanguardie concettuali e del pensiero intellettuale: possiedono energia, eccitazione, slancio vitale. Studiare e approfondire è naturalmente bello e appassionante: ma mai e poi mai può surrogare la mancanza di slancio ed energia”.

Ecco, mi scuso con Franco Bolelli per questa ennesima citazione del suo pensiero nei miei scritti. Lo ammetto, forse ne ho un po’ abusato, includendolo in numerosi testi, non ultimo quello della sezione di Italian Newbrow alla quarta Biennale di Praga. Il fatto è che io sono un gran lettore e fino a che non ho letto Bolelli (con l’eccezione di Nietzsche e di qualche maestro sufi), non mi era mai capitato di leggere frasi così brutalmente chiare e semplici.

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Una volta, a un giornalista che gli chiedeva quale fosse il messaggio della sua ultima opera Woody Allen ha risposto: “se avessi voluto mandare un messaggio, mi sarei recato al più vicino ufficio postale”. Con questa fulminea battuta Woody Allen (o era David Lynch?) non fa che affermare che l’arte non ha bisogno di significati ulteriori. L’arte è tutta li, nella forma, nel linguaggio, nel suo offrirsi, molto democraticamente, allo sguardo di chiunque voglia osservarla. Un artista non crea un’opera perché vuole mandare un messaggio, sia esso politico, sociale, religioso o messianico. Certo, può benissimo farlo, ma temo che in tal caso dimostrerebbe di aver sbagliato mestiere. Un artista crea un’opera perché ha un esubero energetico e una necessità di condividere questa energia e questa visione con altri esseri umani. Non ho mai creduto all’idea dell’artista che lavora solo per se stesso. Tutte baggianate! L’artista lavora per essere riconosciuto da altri esseri umani. Per condividere la propria eccedenza energetica con quanti vorranno riceverla, per essere amato, apprezzato, considerato. Qualche volta, in una logica povera e miserabile, persino per avere più possibilità di scopare.

Dunque, dicevo… L’aggettivo concettuale mi fa venire l’orticaria, perché prefigura l’idea di un’arte programmata, studiata a tavolino, strategica come una campagna pubblicitaria o elettorale. Io a questo tipo di “campagne” preferisco la campagna vera, quella dei contadini e delle mucche, dei prati e delle colline in fiore…

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L’arte è un’estensione della vita, una periferica del respiro, del sentimento, dell’energia (scusa Bolelli). Se non risponde a questa necessità e diventa, come nel caso delle opere cosiddette concettuali, un compitino ben fatto, con tanto di spiegazione chiarificatrice, allora non vale la pena interessarsene. Ciò che scrive Sheldon B. Kopp nel suo Elenco Escatologico della Biancheria (alla fine di Se incontri il Buddha per strada uccidilo, edizioni Astrolabio) può essere applicato anche alla visione dell’opera d’arte:

1.     È tutto qui

2.     Non ci sono significati reconditi

Una persona d’intelligenza media dovrebbe ricavare (o non ricavare) soddisfazione da un’opera d’arte indipendentemente dai suoi contenuti intellettuali. Le emozioni che l’arte ci offre non hanno nulla a che fare col cervello, semmai con le palle, lo stomaco, il basso ventre, l’inconscio o come diavolo volete chiamare la sede dell’energia umana. L’eccitazione fa muovere l’universo, non i concetti. Le idee, non le teorie. Bisogna inventare una critica (ma anche questo termine è odioso) che abbia le sue basi nella fisiologia umana, nella verità del corpo, nell’energia elettrica dell’individuo e nella saggezza dell’esistenza stessa. Solo così, tra inevitabili errori e fortunose derive, sarà possibile tornare a considerare l’arte un’attività necessaria, e non accessoria, alla crescita dell’umanità.

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DIDASCALIE IMMAGINI:

1) Francesca Guffanti, Pippi, 115x152cm olio su tela 2008

2) Paolo De Biasi, Network, 102x105 cm, acrilico su tavola 2009

3) Jacopo Casadei, Astst n2'', 100x70 cm, acrilico su tela

4) Agnese Guido, La volpe in giardino (seduzione), 150x200 cm tecnica mista su tela 2008

5) Daniele Bordoni, Sinapsi, 180x150 cm olio su tela 2008

 

 

 

The butterfly effect 00, di Ivan Quaroni.

"Concettuale, qualcuno ha detto concettuale?"

pubblicato su lobodilattice il 14/06/2009

 

Nota:

le immagini sono state selezionate da Ivan Quaroni e non hanno nessuna relazione col testo, tranne quella di dimostrare che c'è in giro ancora della buona pittura.

 



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Al termine ??concettuale?

Al termine “concettuale” sostituiamo “autoreferenziale”: i sistemi formali più raffinati lo sono sempre: la matematica (la meta-matematica, la matematica che parla di matematica; diversamente si dice “fare i calcoli”), la meta-logica, la musica (la musica parla sempre di musica). Le arti visive di tradizione occidentale, la pittura prima di tutto, cercano pervicacemente di parlare anche del mondo. La pittura è (fortunatamente?) schiava dell’icasticità: vuole rappresentare qualche cosa di diverso da se stessa. Illustra. Si sostituisce alla parola – al concetto. Credo che l’arte figa abbia sempre un aspetto autoreferenziale. Tutta l’arte è concettuale, a patto che si interpretino le arti visive come un sistema formale, il ché non è ovvio.

Mi trovo d'accordo con Ivan

Mi trovo d'accordo con Ivan Quaroni con cui condivido, sotto molti apsettti, la visione critica e talvolta anche gli artisti, però noto una eccessiva reazione nei confronti del termine concettuale. Sebbene sia un termine più abusato che usato e sebbene lo si utilizzi, in certi ambienti artistici, come sinonimo di qualità (il concettuale sta oramai all'arte contemporanea come il doc sta al vino), sarei propenso a salvarlo dalla sedia elettrica e concedergli un bel carcere a vita con possiblità di revisione, in appello, della pena. la metafora di Sciaccaluga relativa al libretto delle istruzioni è molto calzante, anche se talvolta il problema non sta nelle istruzioni ma in quello che si vuol fare funzionare. Non mi seve il libretto di istruzioni per gonfiare un palloncino, credo mi serva per far volare un caccia. Per molte opere il libretto di istruzioni è il sostanziale riconoscimento che possano diventare cittadine dell'arte contemporanea, senza porre però attenzione a che tipo di cittadino saranno. La cosa veramente grave di questo rapporto con il concettuale è che molti artisti, magari anche artisti di matrice pop, non trovando riscontro da parte di certe gallerie o di certi critici-essendo relegati perennemente nell'avilente categoria estetica del "carino" -un bel giorno si svegliano e si danno una spurzzata di eau de caoncettuale. In qualche caso, magicamente, alcune porte fino a quel momento chiuse si spalancano. Sono un po' come le ragazze super sportive che per andare al colloquio di lavoro in banca si mettono il tubino, il tacco 12 e il filo di perle. L'effetto finale è quello di uno spettacolo en travestie. Tempo fa leggevo un piccolo testo intrduttivo di Happylogie una mostra organizzata dalla galleria Silbernagl & Undergallery di Milano. Raffaella Silbernagl scrive proprio a proposito dell'arte concettuale:". Arte impegnata ed autoreferenziale spesso definita ??concettuale? perché il pensiero prevale sulla forma a tal punto che, quest??ultima perde di consistenza e diviene, il più delle volte, esclusivamente un progetto, incomprensibile ai più senza la prolissa e altrettanto arcana spiegazione del critico di turno. In sostanza, per fare un paragone letterario, la tristology altro non è se non una serie senza fine di tracce di romanzi mai scritti, ma solo descritti e indebitamente commentati?" Credo che abbia colto veramente nel segno..... Comunque bravo Ivan che alzi il tappeto per spazzare via la polvere del concettuale usato ed abusato.

Credevo di essere strana,

Credevo di essere strana, sbagliata forse. Ma forse no... Deliziata da questa lettura e decisamente rapita dai punti 3 e 4. P.S. Un “esubero energetico” (non ho mai trovato una definizione più esaustiva) che se non viene fatto defluire lacera il suo ospite...

ci tengo a precisare: non è

ci tengo a precisare: non è certo Quaroni che "tiene famiglia", mi riferisco più in generale al ritorno alla pittura che non va strumentalizzato come un trionfo ma va capito e analizzato in tutti i suoi aspetti. E dunque: d'accordo l'esigenza di comunicare, ma non dimentichiamo altre esigenze...

POP, QUALCUNO HA DETTO

POP, QUALCUNO HA DETTO POP??? Nonostante la stima che nutro per Quaroni devo dire che stavolta qualcosa non torna. Basta ribaltare l'argomento e salta fuori la magagna: se la forma eccede il contenuto cosa resta? Semplice: decorazione, arredamento e, particolare non secondario, merce. Perché ci si comincia ad accorgere che i quadri vendono sempre e "ci si paga l'affitto" e "tengo famiglia" ecc. Al contrario il famigerato concetto non si può vendere, perlomeno a certi livelli. E qui sta l'altro punto: i suddetti livelli sono da intendere come capacità economiche dei collezionisti ed allo stesso tempo come livelli di comprensione. Voglio dire: Quaroni si appella ad una ipotetica intelligenza media, ma sa bene cosa pensava Nietzsche del "buon senso comune". E poi se ci sono bambini di dieci anni che capiscono al volo Apocalypse now c'è una speranza per tutti!!! Vabbé, era una battuta ma di certo lo è anche quella di Bolelli (Hendrix, ahimé, scompare sempre più nel limbo...). Ma andando oltre, bisogna anche dire che l'illusione di una definitiva superiorità della cultura pop è esplosa più di vent'anni fa nelle pagine di American Psycho (e i detriti sono negli scatoloni della Lehman), così che il paradigma non è né mai sarà più univoco. Chi di voi non vede le tracce di decadenza sui volti delle popstar vecchie e nuove mente a se stesso. E così per interpretare quello che succede nel mondo (dell'arte) è meglio fare riferimento al pragmatismo della coda lunga e delle nicchie. Tanto è vero che gli artisti stessi seguiti da Quaroni stentano a riconoscersi nel marchio "pop": semmai goth, punk, dark, street, jazz ecc. ecc...Quindi propongo a Quaroni di rassegnarsi: il concettuale non scomparirà come una parentesi presuntuosa e autistica della storia dell'arte, così come la pittura non ha mai esaurito la propria forza che però è tale solo quando trascende la forma, quando mira al di là della semplice composizione di forme e colori. Ecco perché il pittore più rivoluzionario di tutti i tempi, Edouard Manet, lavorava sulla "materialità del quadro", attraverso "una pittura che si mostra per quello che è". Non per creare rappresentazioni, illusioni e decorazioni, ma per mostrare un nuovo spazio (mentale, concettuale) senza il quale anche Picasso, Pollock e Basquiat sarebbero da ridurre a sgorbietti. Lunga vita all'arte, lunga vita al cervello, senza il quale non esisterebbe nessuna "saggezza della vita" Lo zen è proprio andare e poi tornare. E poi di nuovo andare

Come spesso.....ma non

Come spesso.....ma non sempre..... BRAVO IVAN!!!! concordo pienamente il tuo pensiero...... " Sul concetto Astratto e Furbesco di.... Concettuale". Attilio

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