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Intervista Kònic thtr
pubblicato da Germana Berlantini il 15 Dicembre, 2008 - 12:35am
Interviste
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![]() Li abbiamo incontrati in occasione della presentazione di NOU I_D al Malafestival di Torino. Per parlare di interattività dei linguaggi, tecnologia, corpi in scena e interfaccia arte-vita. Konic Thtr è una piattaforma artistica che basa la sua ricerca sulla contaminazione fra arte, scienza e nuove tecnologie. In che modo questi linguaggi interagiscono nelle vostre installazioni e nelle vostre performances? Veniamo da ambiti di formazione molto diversi e questa idea di contaminazione fra teatro, arte e tecnologia nasce dall’incontro dei nostri mondi e dal lavoro che svolgiamo in stretta collaborazione. Si comincia sempre con l’ideazione della cornice artistica e tematica di un progetto, a partire dalla quale vengono sviluppate le tecnologie che ogni singola pièce richiede e dalle quali essa risulterà inevitabilmente influenzata, perché il rapporto che si viene a instaurare fra i diversi linguaggi messi in campo è di crescita dialogica. Ogni elemento del sistema-opera subisce una costante ritaratura per potersi relazionare organicamente con la globalità cui appartiene, ma da queste ridefinizioni risulta, in ultima analisi, arricchito. I linguaggi che intervengono in un progetto crescono in parallelo, simbioticamente e spesso il processo che conduce al compimento del lavoro è lungo: ci si può impiegare da 9 mesi a un anno e i risultati non collimano mai con l’idea di partenza. In questo consiste la contaminazione: ogni elemento di un lavoro lotta per mantenere la sua coerenza con l’idea originaria e la stessa idea originaria lotta per mantenere la centralità rispetto alla materia artistica che le si addensa attorno. Sviluppando le componenti tecnologiche di un progetto, a volte può capitare di venirne sviati, perché la tecnologia affascina, ma solitamente cerchiamo di interrogarci sempre sul senso di ciò che stiamo facendo. Dunque il dialogo è un elemento estremamente importante del nostro lavoro. Ora che abbiamo alle spalle molti anni di collaborazione è tutto più semplice: questo dialogo è divenuto quotidiano. Ma in definitiva, se si parla di interazione e contaminazione, credo che la questione principale sia chiedersi perché avviene. Cos’è l’augmented stage? Il nostro concetto di augmented stage proviene da nuovi ambiti tecnologici come l’Augmented Reality e vuole essere una metafora sulla necessità e possibilità di espandere la nostra espressione sul palco tramite specifiche nuove tecnologie che, tramite l’elaborazione dei dati acquisiti, offrano ai performer la possibilità di incrementare le loro capacità espressive. L’istallazione interattiva Mur.muros che avete presentato alla III Biennale di Siviglia, attualmente allo ZKM di Karlsruhe, sviluppa il rapporto utopia-distopia. Come si articola simbolicamente e tecnicamente tale dicotomia in quest’opera? Pur provenendo principalmente dalla letteratura fantascientifica e da opere come “1984” di Orwell il concetto di distopia in Mur.muros è maggiormente connesso al tema della migrazione, della ricerca di una vita migliore, di un mondo utopico e alla successiva disillusione che genera il confronto con una realtà totalmente diversa da quella immaginata. A livello contenutistico questa è l’idea di distopia. Tecnologicamente si lavora con ciò che succede al di fuori dell’istallazione: i suoni prodotti dai visitatori, le loro voci, sono captati da microfoni e interagiscono con l’istallazione, ma senza che questi se ne accorgano, perché l’interazione avviene all’interno. Quando entrano possono sentire e vedere ciò che hanno prodotto ma è un processo che non avviene in tempo reale sotto i loro occhi perché l’interazione è spazializzata, dislocata e risulta impossibile dirigerla. Lo spettatore si relaziona all’opera suo malgrado, agendo inconsapevolmente al di fuori della sua architettura. In questo consiste la distopia: in questa strana relazione, questo strano rapporto col sistema. Il concetto di distopia è applicabile ed è stato applicato anche al rapporto dell’uomo con la tecnologia e al sogno di poter costruire tramite essa un mondo migliore. Lavoriamo da sempre in stretto contatto con la tecnologia ma cercando di mantenere su di essa un punto di vista critico e questo ci aiuta anche a comprendere meglio il mondo in cui viviamo che è altamente tecnologico ma a volte della sostanziale positività della tecnologia se ne può abusare. Siamo costantemente sotto l’occhio di telecamere che controllano i nostri movimenti e tutti accettano questo stato di cose. E ad un certo punto si comincia a non sapere più quante telecamere ti controllano in un dato istante. Il nostro lavoro è anche questo: cercare di comprendere cosa è la tecnologia al giorno d’oggi, svelare le distopie sottese al sogno collettivo di un mondo migliore. NOU I_D parla di migrazione, provvisorietà, forse dello stesso sradicamento sperimentato dall’umanità di No Lugares. In una società in cui i concetti di spazio e tempo sono stati sconvolti e ridefiniti dalla rete e dalle nuove tecnologie in che modo credete che l’interattività dei linguaggi possa restituire al pubblico il senso di un suo “essere-nel-mondo”? Ciò che cerchiamo di fare è portare il mondo in teatro. Non tanto fornire al pubblico delle risposte quanto riflettere nei nostri lavori la società per ciò che è davvero. Per due anni abbiamo portato avanti questa indagine sui temi della delocalizzazione e della perdita di identità dei luoghi. In entrambi questi progetti scenici i corpi dei performer lavorano sul tema della decostruzione e ricostruzione dell’identità. Il pubblico vede i performer impegnati in una ricerca sul corpo e sulla sua costruzione nello spazio scenico, parte fondamentale del lavoro sulla ricerca di identità di queste due pièces. Altra parte fondamentale è la convergenza fra linguaggi. Il ruolo della tecnologia al giorno d’oggi è ambivalente: per certi versi ci offre mobilità e maggiore possibilità di comunicare ma allo stesso tempo struttura rigidamente il nostro comportamento ed esercita un controllo molto potente sulle nostre vite. Per questo riteniamo importante portare la tecnologia in teatro. La tecnologia pervade capillarmente il mondo in cui viviamo ma nel teatro c’è ancora una certa riluttanza ad adottarla come strumento drammaturgico e non solo a livello tecnico, per ciò che riguarda i sistemi audio e luci. In NOU I_D utilizzate il dispositivo intelligente Terra y Vida che consente alla drammaturgia plurinarrativa di articolarsi in un organismo compatto. In cosa consiste Terra y Vida? Terra y Vida è un progetto che abbiamo portato avanti in collaborazione con il matematico Martin Sanchez, che lavora con l’intelligenza artificiale. L’idea era quella di sviluppare un software con un concetto di interattività diverso da quello del web o dei videogiochi, che avesse una sua autonomia, cercavamo di dare la possibilità a più persone di interagire con un sistema che avesse la facoltà di cogliere l’intenzionalità dell’azione, il “timbro” dei gesti e che dunque producesse interazioni di volta in volta diverse, che avesse in un certo senso un suo margine di interpretazione. Terra y Vida registra ogni singola azione che avviene sul palco, ricevendo informazioni durante tutto il corso dello spettacolo. Ci siamo ispirati ad alcune tendenze di ricerca presenti ad esempio in architettura dove si comincia a parlare di Ambient Intelligence, di ambienti in grado di riconoscere l’umore del loro occupante o quante persone ci sono in un dato momento in una stanza e di agire di conseguenza, ad esempio modulando l’intensità delle luci o accendendo il televisore…sono sogni della tecnologia, e noi cerchiamo di capirli. Acqua, cibo, spostamento: le tematiche dei vostri lavori sembrano assumere ogni volta il corpo e la sua fisiologia come metro di una indagine sulla società che, nella sua biometria, si costituisce come l’interfaccia più logica dell’arte… Provenendo da un background performativo oltre che tecnologico, il corpo costituisce necessariamente, per noi, una categoria esperienziale privilegiata. La nostra indagine sul corpo in scena si articola su due livelli: come canale che ci connette alla vita, tramite cui ricevere e cedere informazioni, strumento che ci permette di esperire e di esprimerci. In secondo luogo in senso politico: come individualità nel sistema, cellula nel corpo della società. ![]() ![]() intervista a cura di Germana Berlantini Condividi Invia nuovo commento |
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