![]() |
| home | copertine | news | rubriche | interviste | inaugurazioni | recensioni | approfondimenti | lifestyle | sondaggi | concorsi |
| pittura | fotografia | scultura | installazione | artwork | disegno | videoarte | docufilm | contenuti recenti |
| iscritti | staff | essenza | zona | materiali | disclaimer | newsletter | contatti | faq | links | rss |
rubricheintervisteapprofondimentitendenzearte e cultura newsrecensionioroscopovideonewsletter |
Là fuori è pieno di finestre che sbattono
pubblicato da Alessandro Ansuini il 23 Novembre, 2008 - 8:03am
A-Poesia
Interno di Alessandro Ansuini 282 letture
"Boncompagni è pazzo per davvero"
Carmelo Bene, Macao, 1997 E si ruppero tutti quei fragili scheletrini quella serie di ossicine messe in fila, vicino agli acquitrini le più giovani si tiravano su le gonne e alcuni le riprendevano continuamente per dimostrargli l’efficacia della loro esistenza – nel ghetto, gli altri, quelli diversi, stavano seduti sotto ai pergolati dei bar fumando sigarette tutto il tempo finché si apriva una porticina e uno sgattaiolava dentro mentre le polizie del mondo sbadigliavano tenendo la mano ben salda sulla testa di vostra figlia – i preti seppellivano gli auricolari ormai li si impiccava ad ogni albero e i chierichetti contandosi auspicavano alla fine degli alberi, da sempre senza messia – governanti e governati con le mani nella stessa pasta le ciminiere sciarpe di periferia a largo gli yacht con ragazzine pronte a conservare i propri vestiti a trasformarsi in bambole giocattolo e marta con l’apparecchio per i denti marta con una lente d’ingrandimento davanti all’occhio sinistro marta sulla neve, che fotografa un cane marta con lo sguardo corrucciato mentre scrive su un quaderno marta con un occhio chiuso e tutte le stradine piene di curve la macchina – il silenzio della strada vuota le luci e la cosmogonia nei neon fiammeggianti mentre marta corre su un declivio, in un prato, poco dopo nemmeno tanto tempo fa – “Ho interrotto qualcosa” disse lei entrando dalla finestra ma noi non stavamo facendo niente c’era, è vero quella faccenda dei sogni ma ormai fuori nessuno si preoccupava più di nulla “ Sono tutti senza camici nessuno sa bene cosa accadrà” dissi per muovere l’aria ma lei era già con una mano sul bollitore con l’altra nel mio petto che non ci accorgemmo che pioveva da quindici giorni filati e i bar erano affollati, comunque, gli insetti dell’aperitivo si asciugavano le zampette sottili sulla segatura all’ingresso di bar dai nomi esotici oppure erano curvi nei locali trendy del centro ricavati da grotte, parlavo di lei, la seppellita e ancora lei, la crocifissa per noi per redimere i nostri furtarellli da cucina, sorpresi com’eravamo stati con le mani dappertutto, marta con una giacchetta verde striminziata in una foto che prova ad accendere una candela, il cane con la sua ciotola in bocca e quella volta che il vino cadde nel vassoio e formò la costellazione del cancro “Nessuno sa cosa fare là fuori è pieno di finestre che sbattono” e io avevo paura non conoscevo nulla dovevo ancora approfondire dylan scoprire le radici della musica degli anni ’60, girare un corto, ma servivano le cassette le anfetamine del velluto viola lei, sul bracciolo del divano, in equilibrio, che cammina con le braccia spalancate – questa situazione sì insomma poiché io e i tuoi occhi, ci sono stato abbiamo condiviso, il lampeggiare della linea viola tutte quelle crudeltà, stringerti la carne o non rispondere i telefoni si annacquano nella placenta della conversazione comunicare il divisibile del resto farne caramelle da consegnare agli sconosciuti, dettagli di novocaina, le femmine dei barbari sui tacchi a spillo custodiscono le costole dei loro sarti che si grattano la gola con un dito ricurvo – lui prese la pistola a londra si incamminò per i pavimenti illuminati non aveva intenzione di diventare quel tipo di persona che non si emoziona più per un corpo nudo – la cecità della punta delle tue dita non le impediva (alle tue maledette dita) di raccogliermi dal pavimento le unghie che avevo divorato e sputato, souvenir di praga, tu allunghi la mano sulla curva della testa di lei che è negli occhi - spillo e giostra, maniacale come una cosa stupida che sbatte contro una cosa trasparente – non aver paura degli ascensori ti avvicina a dio, gesù parlava fitto fitto a Betsabea con uno con una barbetta e i piedi scalzi e impolverati gli diceva un sacco di cose che a quanto pare, non aveva invece intenzione di condividere con me – la strada è la porta e tu ci sei nel mezzo, come un occhio nell’ arcata Divorare le margherite farsele portare truccare il numero dei petali per dare sempre il tuo nome soluzione dell’est la manciata di soldi da coltivare il bulbo piantato nel tuo corpo ogni sera innaffiare i ganci per tirare la pelle sorriso le bende femmina per le ferite le tue ginocchia rosse tanto di quel tempo da coltivare una vite chiodo estetico tapparelle abbassate questo modo di essere eterno con una mano sulla tua nuca. scendemmo dalle mollette proprio come fa la pioggia e cominciammo: fanne un marchio fanne una scritta ti muovi con ragazzine pigre che ti danzano nella testa saltellano tutto il giorno, tutto il santo giorno ti ricordo col freddo in faccia, canticchiavi una canzone francese, tu che francese non eri per graffiarti via l’erba assorbirti a specchio leccarti l’interno delle guance poiché non sei venuta poiché ero in quello sguardo mattinata d’ebbrezza quella della spiaggia in cui ho mangiato le tue impronte per cavarmi dal corpo la fame le cose brutte che mi rimangono sempre addosso tu rimani trattieni pare che piova da quindici giorni le verdure non salveranno il pianeta il tuo vicino ha l’erba più verde stanno nominando il nome di dio non ci si può parlare tu non riesci a trattenere le tue parole sotto alla tua linguetta note: da "24 H", scaricabile interamente qui: www.smithandlaforgue.splinder.com Condividi Invia nuovo commento |
chi c'è onlineCi sono attualmente 2 utenti iscritti e 567 ospiti collegati
inaugurazioni
in loboconcorsiultimi iscrittiindice rubriche
amici di facebook |