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   Venerdi, 10 Settembre 2010



Là fuori è pieno di finestre che sbattono

ritratto di Alessandro Ansuini
A-Poesia
"Boncompagni è pazzo per davvero"
Carmelo Bene, Macao, 1997





E si ruppero tutti quei fragili scheletrini quella serie
di ossicine messe in fila, vicino agli acquitrini le
più giovani si tiravano su le gonne e alcuni le
riprendevano continuamente per dimostrargli
l’efficacia della loro esistenza – nel ghetto, gli altri,
quelli diversi, stavano seduti sotto ai pergolati dei bar
fumando sigarette tutto il tempo finché si apriva una porticina
e uno sgattaiolava dentro mentre le polizie del mondo sbadigliavano
tenendo la mano ben salda sulla testa di vostra figlia –
i preti seppellivano gli auricolari ormai li si impiccava
ad ogni albero e i chierichetti contandosi auspicavano
alla fine degli alberi, da sempre senza messia – governanti
e governati con le mani nella stessa pasta le ciminiere
sciarpe di periferia a largo gli yacht con ragazzine pronte
a conservare i propri vestiti a trasformarsi in bambole giocattolo
e marta con l’apparecchio per i denti marta con una lente
d’ingrandimento davanti all’occhio sinistro
marta sulla neve, che fotografa un cane
marta con lo sguardo corrucciato mentre scrive
su un quaderno marta con un occhio chiuso e tutte
le stradine piene di curve la macchina – il silenzio della strada
vuota le luci e la cosmogonia nei neon fiammeggianti mentre
marta corre su un declivio, in un prato, poco dopo
nemmeno tanto tempo fa –



“Ho interrotto qualcosa” disse lei entrando dalla finestra
ma noi non stavamo facendo niente c’era, è vero
quella faccenda dei sogni ma ormai fuori nessuno
si preoccupava più di nulla “ Sono tutti senza camici
nessuno sa bene cosa accadrà” dissi per muovere l’aria
ma lei era già con una mano sul bollitore con l’altra
nel mio petto che non ci accorgemmo che pioveva
da quindici giorni filati e i bar erano affollati, comunque,
gli insetti dell’aperitivo si asciugavano le zampette sottili
sulla segatura all’ingresso di bar dai nomi esotici oppure
erano curvi nei locali trendy del centro ricavati
da grotte, parlavo di lei, la seppellita e ancora lei,
la crocifissa per noi per redimere i nostri
furtarellli da cucina, sorpresi com’eravamo stati con
le mani dappertutto, marta con una giacchetta
verde striminziata in una foto che prova ad accendere
una candela, il cane con la sua ciotola in bocca e quella
volta che il vino cadde nel vassoio e formò
la costellazione del cancro “Nessuno sa cosa fare
là fuori è pieno di finestre che sbattono” e io avevo
paura non conoscevo nulla dovevo ancora approfondire
dylan scoprire le radici della musica degli anni ’60,
girare un corto, ma servivano le cassette le anfetamine
del velluto viola lei, sul bracciolo del divano, in equilibrio,
che cammina con le braccia spalancate – questa situazione



sì insomma poiché io e i tuoi occhi, ci sono stato
abbiamo condiviso, il lampeggiare della linea viola
tutte quelle crudeltà, stringerti la carne o non rispondere
i telefoni si annacquano nella placenta della conversazione
comunicare il divisibile del resto farne caramelle
da consegnare agli sconosciuti, dettagli di novocaina,
le femmine dei barbari sui tacchi a spillo custodiscono
le costole dei loro sarti che si grattano la gola
con un dito ricurvo – lui prese la pistola a londra
si incamminò per i pavimenti illuminati non aveva
intenzione di diventare quel tipo di persona che
non si emoziona più per un corpo nudo –
la cecità della punta delle tue dita non le impediva
(alle tue maledette dita) di raccogliermi dal pavimento
le unghie che avevo divorato e sputato, souvenir di praga,
tu allunghi la mano sulla curva della testa di lei
che è negli occhi - spillo e giostra, maniacale
come una cosa stupida che sbatte
contro una cosa trasparente –
non aver paura degli ascensori ti avvicina a dio,
gesù parlava fitto fitto a Betsabea con uno
con una barbetta e i piedi scalzi e impolverati
gli diceva un sacco di cose che
a quanto pare, non aveva invece intenzione
di condividere con me – la strada è la porta e
tu ci sei nel mezzo, come un occhio nell’ arcata



Divorare le margherite farsele portare
truccare il numero dei petali
per dare sempre il tuo nome
soluzione dell’est
la manciata di soldi da coltivare
il bulbo piantato nel tuo corpo
ogni sera innaffiare
i ganci per tirare la pelle sorriso
le bende femmina per le ferite
le tue ginocchia rosse
tanto di quel tempo da coltivare una vite
chiodo estetico
tapparelle abbassate
questo modo di essere eterno con una mano sulla tua nuca.



scendemmo dalle mollette proprio
come fa la pioggia e cominciammo:
fanne un marchio fanne una scritta
ti muovi con ragazzine pigre che ti danzano nella testa
saltellano tutto il giorno, tutto il santo giorno
ti ricordo col freddo in faccia, canticchiavi
una canzone francese, tu che francese non eri
per graffiarti via l’erba
assorbirti a specchio leccarti
l’interno delle guance
poiché non sei venuta poiché
ero in quello sguardo
mattinata d’ebbrezza quella della spiaggia
in cui ho mangiato le tue impronte
per cavarmi dal corpo la fame le cose
brutte che mi rimangono sempre addosso
tu
rimani
trattieni
pare che piova da quindici giorni
le verdure non salveranno il pianeta
il tuo vicino ha l’erba più verde
stanno nominando il nome di dio
non ci si può parlare
tu non riesci a trattenere
le tue parole sotto alla tua linguetta 




note:
da "24 H", scaricabile interamente qui: www.smithandlaforgue.splinder.com


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