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V. XOR, DESTRUDO
pubblicato da Spleen il 4 Dicembre, 2007 - 9:28pm
A-Poesia
Interno di Spleen 439 letture
- Brivido riversò su spavento di bestia azzurrastra - A togliergli la fregola del ballo giunge un contabile, che chioccia col tono da bando: «Oggi, nelle stanze di chicchessia, nati 30 maschi e 2 bambine; dall'aia trasportati nel granaio 500.000 moggi di miseria, aggiogati 500 fessi. Stesso giorno: lo schiavo Demofonte crocifisso causa bestemmie contro il nume tutelare dell'Azienda. Stesso giorno: incendi d'acqua nei cementi profumati. Qualche volo d'acciaio. Due insospettate puttane caracollano nei mezzanini del terminal, annoiate dal loro diurno di laboratoriste. Diapason luminosi trasformati in abitacoli da larva in fiore. Dipinto a fresco, un complesso di graffiature, simili alla scenografia d'una lotta frenetica tra due grembi violentati a vicenda.» - «Cosa?» lo interrompe «Quando avrei comprato questi mondi?». «L'anno passato» risponde il contabile, «per questo non c'è firma" - L'Afflitto perde distanza e sbraita molesto l'inedia: «Qualunque vita si prenda,se non ne vengo informato entro sei mesi, vi proibisco d'includerla tra le mie proprietà». Poi si passa alla lettura di certe ordinanze emesse, testamenti di peripatetiche nuotatrici della parola, nei quali l'Afflitto viene citato da certe clausole vergate con umore fresco- Tracciò sul collo magro un cerchio nerastro di pelle d'oca - Vengono letti i nomi dei complici, quello di una liberta ripudiata infante dal padre perché sorpresa a letto col suo specchio, quello d'un portinaio genuflesso su oblunghi idoli moderni e due tali, da una vertenza di camerieri ipocondriaci, nei loro fissaggi d'immagine - Così nuotava nel muco divino - Alla fine arrivano gli acrobati con le dita d'argento. Un raro deficiente tira su una scala e corbella un ragazzo di salirci su, un gradino dopo l'altro, ballando al suono di certe canzonette; di buttarsi attraverso dei cerchi di sterco reggendo un'anfora coi denti. L'unico che seguisse a bocca aperta era l'Afflitto: con mollezza dignitosa usava ribadire l'ingratitudine del mestiere, confortandosi di due sole cose al mondo, cioè l'acrobazia e i bei culi contrarsi sulle scale - Il resto, animali, concerti, religione, politica, erano vaghi tanfi d'ovvietà - «Avevo scritturato anche degli attori di commedia» aggiunge, «hmmm improvvisati, più fedeli alla natura e hmmm molto meno compromettenti; al mio flautista (una biancastra creatura dall'occhio semifisso annuisce) ho ordinato di suonare cose delle nostre parti». Nei debutti preferiva una cravatta rossa a righe alternate: rosso e niente. Così dove non c'era colore,una tinta diversa - Assecondava spesso un verde mela. Oppure azzurro malta. O cinabro di porto. L'indubbia predisposizione al sobrio, unita ad una zuccherina malvagità, valeva bene qualche occhiataccia dal contabile: memore di certi prodigi, lui lasciava semplicemente andare. Cocci sbrindellati addobbano il suo castigo d'umiltà - e lo buttan fuori all'inclemenza dei commenti della città senza nome. Una mano di scimmia inguantata rastrema le guglie, non è pioggia resa lucente da trent'anni - Durava strada intorno come un odore di castità. La mia logica ha il soprabito d'ingranaggio del pianeta immoto, l'unghia è segnata dall'aritmetica del bisogno. Spalle strette quando affonda il ferro, lungo lo stelo marcio del solco : sfilo il tocco, tagliuzzo, il suono strappa il moncone: brandendo strasciconi l'ala bagnata del suo cascame. Altri tubi sgorgano. Qualche secondo poi ruzzola, lo inseguo al suolo, non vibra più. Siedo in illusione. Qui non c'è corpo riconoscibile. Sono rigore sottratto da un arazzo. Polpe di vecchio masticano inondazioni di fiamma: in terra, la crosta odora di chiodi. Io sono in pace, sbuccio i miei bianchi tasti. Musica? Inodore, lesti poco ora gli spruzzi pesanti, sfila l'ultimo nervo. Quando la testa ruzzola, inizio a ridere.
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