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   Venerdi, 03 Settembre 2010



Non solo muri sporchi

ritratto di moorg
Approfondimenti

Se vogliamo parlare dei cosiddetti graffiti, senza ricadere nella banale propaganda incrociata del perbenismo-libertarismo, bisogna soffermarsi per riflettere su quale spazio occupino questi segni nella nostra contemporaneità. Essi nascono come movimento negli anni ‘70 a New York, come forma espressiva dei giovani dedicata a rendere evidente l’opposizione ad un sistema che li relegava in una condizione sociale precaria e scomoda. Questa singolare rivendicazione esistenziale, attraverso l’utilizzo di una forma espressiva non convenzionale e di quotidiano riscontro sui muri, è riuscita a colpire con forza l’immaginario sociale ed, anche, ad ottenere qualche risultato di sensibilità politica.

Il concetto fondamentale, alla base di chi compie questi gesti espressivi, è capire che attraverso queste realizzazioni si cerca un’affermazione personale in un mondo spersonalizzante. Il fatto che spesso lo stesso graffito non venga riconosciuto come forma artistica a tutti gli effetti, ma indicato come un atto di vandalismo, non altera il significato del graffito stesso, poiché la recente storiografia artistica ci dice che anche i grandi artisti di questo fenomeno, come, ad esempio Keith Haring o Jean Michel Basquiat, sono stati percepiti (almeno all’inizio) proprio in questo modo “vandalico”.

L’odierno graffito nasce nelle strade, specie nelle periferie, per identificare e denunciare una condizione scomoda. Esso viene realizzato da individui che cercano una propria identità, proponendo una singolare “visione” della creatività, all’interno di un grigiore metropolitano che non riconosce e sembra quasi voglia avvolgere e cancellare questa forma d’espressione. Bisogna  comunque dire che  la pubblicità, la grafica e  l’avvento dei “prodotti di massa” hanno fatto sì che il graffito, inizialmente apprezzato da pochi, non risulti più una forma elitaria, ma una trama con risvolti “commerciali”, come dimostra l’aumento di graffiti commissionati a scopo pubblicitario o per decorare vari oggetti di uso comune.

Coloro che proseguono in una propria ricerca fuori dagli scopi commerciali, invece, propongono una realizzazione grafica o uno studio sempre più elaborato, come ad esempio quello del lettering (la conformazione delle singole lettere presenti in un graffito, che si evidenziano nelle svariate tag) che diventa un’espressione carica di originalità. É, infatti, proprio nel fenomeno più universalmente osteggiato (la tag, cioè quella firma seriale sui muri che viene comunemente definita uno scarabocchio) che si evidenzia un interessante aspetto artistico fondato sulle relazioni tra colori e omogeneità dei tratti, volta a raggiungere una perfezione formale del segno.

Una ulteriore interessante realtà è la Street-Art, corrente correlata al graffito (anche se non da tutti i writers riconosciuta ed apprezzata) che utilizza dei logotipi predefiniti, inseriti a loro volta su stickers, poster, stencil, ecc… Le “faccine” di Arnold, Tyson o Maradona che spesso ritroviamo come poster incomprensibili ai più, rappresentano una esigenza di identificazione seriale particolarmente sintonica con la sensazione di massa dei giovani e giovanissimi.

Ovunque, quindi, siamo circondati da un linguaggio simbolico, intriso di significati differenti, che comunica le sensazioni, i sogni, gli umori di questi “poeti dell’immagine”. Questo linguaggio, apparentemente incomprensibile, in realtà totalmente innervato nell’esistenza quotidiana. Così, proponendo piccoli o grandi enigmi visibili ed intuibili da chi riconosce questo agglomerato di forme e colori, questo fenomeno assume oggettivamente le caratteristiche di un’espressione artistica vera e propria. Per questo, quando parliamo semplicisticamente di “graffito” o di muri da ripulire, in realtà perdiamo l’occasione per entrare dentro un fenomeno che contiene in sé diversi e non disprezzabili significati artistici, generazionali ed esistenziali.

Ilaria Borraccino



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Ok!

Benissimo hai spiegato tutto con molta semplicità e capacità linguistiche dirette e di facile approccio, un mini saggio atto a far comprendere anche ai non addetti ai lavori le motivazione di questa forma artistica. 


Posto di seguito un articolo che scrissi tempo fa e pubblicato su www.valianti.it 




Il graffitismo americano, sorto alla fine degli anni ’60, è un fenomeno artistico che si sviluppa spontaneamente come reazione all’industrializzazione dell’arte. Esso propone un concetto di cambiamento complessivo dell’estetica e del commercio artistico.
Inizialmente a New York si diffuse fra i giovani, soprattutto di colore e di cultura punk e new wave, la pratica di coprire di scritte e immagini realizzate con bombolette spray su convogli delle metropolitane, per poi riempire qualunque superficie dello spazio pubblico.
La traslazione da una pratica anonima e totalmente spontanea alla contaminazione con il mondo ufficiale della critica e del mercato artistico si chiarifica nel 1973 con l’esposizione alla Razor Gallery delle opere di Hugo Martinez, che aveva fondato il primo gruppo di graffitisti, l’United Graffiti Artists. In realtà, va però specificato, che il primo writer ufficialmente riconosciuto è Taxi 183, identificato, grazie all’abitudine di lasciare la sua firma su centinaia di muri.
La vera innovazione di quest' arte, sta nel supporto scelto, che non consiste più in una tela o in una tavola, ma si espande nella situazione urbana, realizzando opere chiaramente a scopo non di lucro, dunque non vendibili.
Importante è anche il targhet, il pubblico cui si rivolge, tale espressività, infatti, non necessita dell’appoggio di critici o galleristi, ma è indirizzata, in modo diretto alla massa.
Le caratteristiche di questa forma d’espressione, quali la sintesi delle immagini, l’immediatezza formale, la forza d’impatto data dai colori accesi e contrastanti, l’uso del crudo linguaggio fumettistico, creano nell’uomo comune un riadattamento percettivo forzato verso una nuova forma estetica, ciò comporta una nuova lettura della realtà, una visione critica di essa.
Il graffitismo rivolse la sua attenzione alle nuove forme di degrado urbano, sia estetico che sociale, soffermandosi in particolare ad interventi eseguiti sullo squallore periferico delle città contemporanee.
I graffiti “cantano dunque l’ideologia della strada”, così come del resto accadeva nella musica dei Sex Pistol, dei Talking Heads ieri, e dei cantanti rap e hip hop oggi; d’altronde le similitudini sono immediate, dai forti contrasti, ai segni netti, dai ritmi acidi ai testi violenti.
Il nuovo linguaggio si snoda secondo percorsi e strutture primordiali da cui nascono formule contaminate da movimenti pittorici già riconosciuti come la pop art e l’informale segnico.
Importanti interpreti del graffitismo americano furono: Keith Haring (1950-1990) e Jean- Michel Basquiat (1960-1988), che trovarono nei treni, nelle metropolitane o sui grandi muri, la superficie idonea al loro linguaggio, e il desiderio di essere in comunicazione con la città.
Il mondo figurativo di Keith Haring è volto a ridurre in forme astratte, i soggetti del mondo reale. La pop art diviene la sua scuola artistica, da cui ne colse il pedante linguaggio pubblicitario e la forza dell’immagine cinematografica e televisiva.
Haring, si arricchì, inoltre, attraverso lo studio di grandi artisti quali: Klee, Dubuffet e Pollok.
Le sue immagini risultano semplici e comprensibili a tutti; egli va alla ricerca di una sintesi che crei un linguaggio universale e che appartenga prima all’uomo e in un secondo momento all’arte, una comunicazione che racchiuda tutti i disaggi dell’essere contemporaneo.
I suoi omini sono ridotti a segni, i millepiedi, i robot, i cani meccanici, sono la sua espressione di rifiuto verso il dominio tecnologico che omologa e opprime.
Haring affermava che quel modo di fare arte costituiva l’opportunità per imparare a disegnare tra il pubblico. Questo porta il suo graffitismo ad un’esperimento sociale e psicologico simile all’happening, in cui il confronto con gli interlocutori è un elemento obbligatorio.
Riferendoci invece alle opere di Jean-Michel Basquiat, esse nascono dall’influenza di diversi elementi: dall’arte infantile all’art brut di Debuffet, da De Kooning, Cy Twombly alla pop art.
Sono lavori spontanei e dalla poderosa forza segnico-gestuale, in cui compaiono figure primitive, frasi sparse, e formule scientifiche, che si miscelano su sfondi policromi.
Queste sue magnifiche espressioni sono un sunto della New York sotterranea, quella che lo stesso Basquiat viveva, il resoconto delle sue radici e dell’esperienza multietnica e hip-pop; sono lo specchio della caotica realtà della vita di strada, sempre firmate SAMO, ovvero “same old shit” (la solita vecchia merda).


Valentina Gaglione 


 

;D

 Valentina apprezzo il tuo scritto,
capisco e soprattutto ammiro ciò che dici (sia musicalmente che artisticamente) ... 
io ho cercato d spiegare, dal mio punto d vista, la tematica del gaffito e della street art, perchè la amo, perchè la faccio, perchè la vivo da sempre come realtà...

mi ha fatto molto piacere leggere la tua citazione su Debuffet, veramente aprezzata.

SAMO the king! 
..anche se, a mio malgrado, il graffittismo e Basquiat sono 2 concetti un po' differenti..


 cmq grazie.                      

graffiti graffiano sorrisi

Moorg, hai proprio ragione! a me piacerebbe tanto potesse essere indetto un concorso fra i migliori artisti di graffiti della città, delle città, e si proponesse di colorare alla grande i muri grigi delle periferie, che sono piene di vita, e non solo di mala-vita. E fra colori, musica, festicciole per strada, vivere il lato bello dei quartieri dove la gente comune, quella che fa la storia con le proprie mani, ha diritto di vivere bene, nel colore.

Grazie Moorg, per la tua sensibilità!!!

;D

 è meraviglioso che c siano persone che la pensano come te Fiamma.
(l'ho sempre detto che sei una persona fantastica!!)    

grazie a te!!!                      

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