UR-NA // Danilo Vuolo

UR-NA // Danilo Vuolo

Titolo

UR-NA // Danilo Vuolo

Inaugura

Mercoledì, 22 Giugno, 2016 - 18:30

A cura di

Giangiacomo Cirla, Matilde Scaramellini

Artisti partecipanti

Danilo Vuolo

Presso

Twenty14 Contemporary
piazza Mentana 7, Milano

Comunicato Stampa

UR-NA è ciò che Luis Carol definisce una parola baule, un neologismo derivante la fusione
di due termini diversi: “UR” un prefisso tedesco potente e raro che sta a indicare tutto
ciò che è primigenio, e “NĀ” termine indoeuropeo che indica il flusso delle acque inteso
come negazione dell’atto di vedere.
Presso questi antichi popoli indoeuropei, l’idea di negazione nacque dall’esperienza
dell’oscurità delle acque notturne. In quei tempi, si credeva che le ore buie della notte
fossero provocate dal terminarsi del periodo di moto dell’oceano luminoso diurno, e dal
successivo giungere intorno alla terra dell’oceano di acque tenebrose.
Così, durante la notte alla domanda “Che cosa si vede?”, la risposta non poteva che essere
“Si vede solo NĀ” e cioè acqua, equivalente al non vedere nulla.
La serie di opere presentate da Danilo Vuolo, all’interno della mostra personale ospitata
nella galleria T14 CONTEMPORARY sono infatti scritture d’ombra, in cui alla nitidezza
oscura della china, l’artista contrappone la sua naturale trasparenza data dalla presenza
dell’acqua e messa in risalto dall’utilizzo di differenti oggetti vitrei.
Quella di Danilo è una riflessione sul linguaggio che, in un momento di sovraccarico
dell’informazione, mira alle potenzialità del “non detto”, nozione con una lunga storia
di riflessioni alle spalle e che diventa qui stimolo sensoriale e immaginativo.
Nel Discorso sull’indone del piacere e del dolore (1773), l’illuminista italiano
Pietro Verri chiama “oscurità”, l’intervallo tra l’esperienza immediata del testo e
l’intelligenza del senso:
Un libro in cui di seguito vi fosse una serie contigua di idee tutte sublimi e fitte,
non potrebbe essere mai un libro piacevole se non l’aiutasse l’oscurità. Questa oscurità,
obbliga il lettore a interporre uno spazio per meditare attentamente, onde poter intendere
il pensiero dell’autore.
Come ogni linguaggio, quello dell’artista è composto da segni e direzioni, che trovano la
loro perfetta formalizzazione attraverso differenti sperimentazioni artistiche.
Vi sono opere di natura maggiormente performativa, che guardano alla contrapposizione
tra l’orizzontalità e la verticalità dell’idioma, come nel caso della serie fotografica
intitolata Underscore (2016), in cui è un corpo inerme a farsi parola e simbolo di un atto
orizzontale; o nell’opera intitolata Lasciare che le acque vadano alla china... (2014),
in cui l’orizzontalità è data dalla disposizione delle bottiglie componenti l’opera e dal
gesto di dissoluzione delle gocce di china verso un nero assoluto. Mentre alla verticalità
linguistica, guarda l’installazione piramidale intitolata NĀ (2016), composta da 500
bicchieri di cui quello all’apice (colmo di china), una volta rovesciato crea una natura
le sfumatura di nero che richiama metaforicamente la stessa direzione fonetica che si
compie nel pronunciare la parola “nā”.
A evocare un movimento sonoro sono anche le due opere intitolate Monotonia in fase-Ode
al rumore nero e Vocalizzi in fase, entrambe del 2016. La prima, una video installazione
in cui l’artista documenta il tentativo di trovare una continuità sonora nello strofinare
con un dito il bordo di un bicchiere di cristallo colmo di china; l’altra caratterizzata
invece da un atto di regressione linguistica, in cui le fitte parole di un foglio di
giornale sono occultate da una soluzione di acqua e china che lascia spazio a un nuovo
spartito vocale.
Sempre facenti parte di questo percorso di sfumature verso un tempo indefinito, sono
la serie d’opere intitolate Divaghi (2016) in cui l’artista, a partire dal medesimo
processo d’azzeramento della superficie di un quotidiano, fa trapelare dell’oscurità
frasi di natura evocativa che attivano il nostro immaginario visivo.
Quella di Danilo, è infine una mostra che ci pone davanti a un patto con l’artista,
per cui la lettura delle sue opere è data solo a chi accetti l’invisibile. Solo in
questo modo il fruitore potrà cogliere, nella trasparenza dei suoi lavori, quel dato
visibile che ci trasporta verso la bellezza del vago e una realtà indeterminata.
 
testo critico di Elisabetta Rastelli
mostre, arte, eventi, artistici, gallerie, contemporanea

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