Testimoni dell’Invisibile - Dak’Art 2016 - 12 Biennale d’Arte Contemporanea Africana

Testimoni dell’Invisibile - Dak’Art 2016 - 12 Biennale d’Arte Contemporanea Africana

Titolo

Testimoni dell’Invisibile - Dak’Art 2016 - 12 Biennale d’Arte Contemporanea Africana

Inaugura

Martedì, 3 Maggio, 2016 - 18:00

Presso

Museum of African Art - Théodore Monod / INSTITUT FONDAMENTAL D'AFRIQUE NOIRE - IFAN
Rue Emile Zola, Dakar, Sénégal

Comunicato Stampa

Museo d’Arte Africana - Théodore Monod

Institut Fondamental d'Afrique Noire - IFAN

dal 3 maggio al 3 giugno 2016

 

TESTIMONI DELL'INVISIBILE

Stefano Canto, Emo de Medeiros, H.H.Lim, Chai Siris

selezione a cura di Valentina Gioia Levy

 

Dak’Art 2016 

12 edizione della Biennale d’Arte Contemporanea Africana

Dakar (Senegal)

direttore artistico Simon Njami

 

Nata nel 1989, la Biennale di Dakar è una delle manifestazioni artistiche più importanti di tutto il continente africano. L’edizione di quest’anno, La Città in un Giorno Blu, è diretta dal curatore svizzero di origini camerunesi, Simon Njami che sceglie come titolo il verso di una poesia dell’ex presidente senegalese Léopold Sédar Senghor, uomo politico ma anche uomo di cultura che ha segnato profondamente la storia recente del paese. Njami ha invitato sei curatori internazionali a presentare una selezione di artisti provenienti da varie arie geografiche del mondo.

Dall’Italia c’è Valentina Gioia Levy, che si interessa da anni alla scena artistica asiatica e alle dinamiche relazionali tra oriente e occidente. La curatrice italiana raccoglie l’invito di Njami  a “re-incantare il mondo” attraverso una riflessione sul rapporto tra visibile e invisibile, tra corpo e spirito, tra luogo reale e virtuale. Testimoni dell’Invisibile, il titolo della sua selezione si riferisce a un’espressione usata dal filosofo francese Jean-François Lyotard che in occasione della sua storica mostra al Centre Pompidou di Parigi, Les Immatériaux (1985), identifica gli artisti come coloro in grado di interagire con l’immateriale e di dargli forma. In mostra ci sono i lavori di: Chai Siris (Tailandia), Emo de Medeiros (Francia/Benin), H.H.Lim (Malesia), Stefano Canto (Italia).

Per la Biennale Africana, Chai Siris realizza un nuovo lavoro con il supporto del Ministero della Cultura tailandese, He Waits 500.000 Years for this Song, in cui l’artista si interessa ai cinema all’aperto, luoghi molto popolari nel periodo della sua infanzia e oggi completamente inutilizzati se non per curiose finalità religiose. In alcune aree rurali, infatti, questi cinema ormai abbandonati vengono occasionalmente riattivati dalla popolazione locale per divertire gli spiriti e ottenere   grazie. Siris decide di proiettare un film per lo spirito dell’Homo Erectus di Lampang, i cui resti ritrovati nell’omonima regione al nord del paese sono diventati oggetto di culto da parte della popolazione locale. Il suo lavoro rappresenta una riflessione sull’obsolescenza programmata delle tecnologie e quella meno pianificata delle credenze popolari, ma anche un tentativo di riattivare e portare a nuova vita entrambe attraverso un’azione che è artistica e mistica allo stesso tempo.  

Emo de Medeiros, artista franco-beninese che vive tra Parigi e Cotonou, presenta le sue Surtentures, arazzi che si richiamano all’antica arte tessile beninese, in cui i motivi decorativi tradizionali sono stati sostituiti da simboli linguistici contemporanei come elementi dalla segnaletica o icone del desktop. All’interno degli arazzi sono nascosti dei microchip che possono inviare messaggi ai possessori di smartphones attraverso la tecnologia blutooth. Come Siris anche de Medeiros si interroga sulla relazione tra l’uomo e le forze invisibili che animano il mondo, in un’epoca in cui non sono più gli oracoli a fornire risposte alle nostre domande ma Google.

H.H.Lim per la sua installazione Living Room, raccoglie dal web centinaia di immagini di rovine di città distrutte dai bombardamenti provenienti da varie aree del mondo, dal medio oriente all’Africa, Queste foto che rimbalzano continuamente sui nostri schermi contribuendo al dilagare di un’attitudine all’indifferenza e alla banalizzazione del male, sono usate dall’artista per realizzare una stoffa con cui rivestire un salotto così da ricreare un ambiente conviviale in cui i visitatori saranno invitati a fermarsi, riposare, discutere. 

Infine Stefano Canto realizza, con la collaborazione della coreografa Ashai Lombardo Arop, un lavoro che coniuga arte visiva e danza. L’artista crea una serie di sculture in cemento e acciaio che invadono lo spazio espositivo del museo come scheletri di città distrutte, mentre nel corso di una performance, un gruppo di ballerini diretto dalla coreografa afro-italiana interagirà con esse utilizzandole come un originale dispositivo immaginifico. In questo lavoro è il corpo che definisce l’architettura. I movimenti dei ballerini completano le strutture e disegnano nell’aria architetture che richiamano alla mente le città invisibili di Calvino.

 

 

TESTIMONI DELL’INVISIBILE

selezione a cura di Valentina Gioia Levy

nell’ambito di “La Cité dans un Jour Bleu”,

Dak’Art 2016, 12esima Edizione della Biennale di Dakar

diretta da Simon Najami

 

dal 3 maggio al 3 giugno 2016

Museum of African Art - Théodore Monod

Institut Fondamental d'Afrique Noire - IFAN 

Rue Emile Zola, Dakar, Sénégal

 

Dak’Art 2016 

12 edizione della Biennale d’Arte Contemporanea Africana

Dakar (Senegal)

direttore artistico Simon Njami

 

curatori invitati:

Nadine Aimé Bilong (Cameroun/Francia)

Orlando Britto (Iles Canaries)

Valentina Gioia Levy (Italie)

Solange Farkas (Brésil)

Sujong Song (Corée)

Sumesh Sharma (Inde)

mostre, arte, eventi, artistici, gallerie, contemporanea

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