LA SCULTURA INTERROGA LA PITTURA #4 FRANCESCO SENA & GIORGIO DE CHIRICO

LA SCULTURA INTERROGA LA PITTURA #4 FRANCESCO SENA & GIORGIO DE CHIRICO

Titolo

LA SCULTURA INTERROGA LA PITTURA #4 FRANCESCO SENA & GIORGIO DE CHIRICO

Inaugura

Sabato, 14 Settembre, 2013 - 18:00

A cura di

Alberto Zanchetta

Artisti partecipanti

FRANCESCO SENA & GIORGIO DE CHIRICO

Presso

Museo d'arte contemporanea
Viale Padania 6 - Lissone (MB) fronte Stazione FS

Comunicato Stampa

Per Pablo Picasso «la scultura è il miglior commento che un pittore possa fare sulla pittura», Barnett Newman definiva invece la scultura come «quella cosa su cui inciampi quando indietreggi per guardare bene un quadro». Ma cosa accadrebbe se l’inciampo diventasse il fruitore delle opere che l’attorniano? Cosa accadrebbe cioè se scultura e pittura si trovassero a contrapporsi, esponendosi l’una alla presenza dell’altra? Il sarcastico Salvador Dalí affermava che «il meno che si possa chiedere a una scultura è che stia ferma», nulla vieta però di poterle accordare la facoltà di guardare la propria “nemesi”.
Il ciclo La scultura interroga la pittura cercherà di instaurare dei momenti dialettici in cui una scultura possa colloquiare con un dipinto, creando così un legame tra un maestro del passato e un artista contemporaneo. Ogni scultura – figurativa e a grandezza reale – sarà posizionata di fronte a un quadro della collezione permanente, dando l’idea che le sculture siano esse stesse dei connoiseurs d’arte, assorti nella suadente allure della pittura. Le opere che nei mesi di settembre e ottobre instaureranno un rapporto di affinità elettiva sono Il cavaliere di Giorgio de Chirico (prima metà degli anni ‘60, carboncino e gouache su carta intelata, 22x27,5 cm) e I vinti di Francesco Sena (2010, legno polistirolo e cera, 160x50x40 cm).
Le opere dei due artisti evocano una classicità inquietante in cui i rapporti con il mondo moderno tendono a rarefarsi. La facoltà di “trovarsi altrove” rispetto all’attualità è una condizione irrinunciabile per Giorgio de Chirico [Volos - Grecia, 1888], il cui gusto estetico mescola archeologia e impianto scenografico. Il cavaliere errante e solitario del maestro metafisico monta a pelo il suo destriero bianco; le fiere posture dell’uomo e del cavallo permettono di mettere in evidenza le loro masse muscolari, esaltate dalla biacca con cui è stato sfumato il disegno a carboncino.
Ai toni diafani del dipinto si ricollega la pelle incolore, sottile e fragile delle sculture di Francesco Sena [Avellino, 1966] le quali evocano l’apparizione e la dissoluzione figurale, esito estremo delle sculture “velate” di Giuseppe Sanmartino e Antonio Corradini. L’opera sembra fare eco all’atmosfera metafisica e malinconica di de Chirico, così come ai suoi “uomini senza volto”. Il mezzo busto di Sena è parvenza più che presenza anatomica, figura fantasmatica i cui lineamenti si sciolgono sotto il gravame della materia liquefatta. La scultura gronda di cera fusa, stillicidio che si raggruma in “mille rivoli” (come usa dire l’artista), trasformando le gocce in lacrime di dolore e disperazione. Al sedimento della materia corrisponde infatti anche un sentimento del tragico che riduce il soggetto all’atarassia, vittima silente di travagli fisici e psicologici.
L’eroe della tradizione greca si trova qui a confronto con il vinto della cultura contemporanea: il primo impettito e altero, non dissimile dai molti altri Dioscuri in riva al mare; il secondo sconfitto e sconfortato, preda della rassegnazione, dell’instabilità e dell’ingiustizia che lasciano il loro segno sull’incarnato esangue. Messi a confronto, il quadro e la scultura sanciscono una sorta di metamorfosi ovidiana, in cui la coscienza si frange e si logora, generando un climax a dir poco perturbante.

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