ROVERETO | PAOLO CONTI | GALV 1969-1973 | SABATO 24 ore 18.00

ROVERETO | PAOLO CONTI | GALV 1969-1973 | SABATO 24 ore 18.00

Titolo

ROVERETO | PAOLO CONTI | GALV 1969-1973 | SABATO 24 ore 18.00

Inaugura

Sabato, 24 Giugno, 2017 - 18:00

A cura di

Leonardo Conti

Artisti partecipanti

Paolo Conti

Presso

PoliArt Contemporary Rovereto
Via della Cartiera, Sega di Trambileno, Rovereto

Comunicato Stampa

Con il ciclo GALV, realizzato da Paolo Conti tra il 1969 e il 1973, si aprì la carriera espositiva del maestro bolognese, con la mostra di Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1971, allora curata da Franco Farina e Marcello Azzolini.

 

Sono tutte opere in acciaio, sottoposto a diversi trattamenti, come la zincatura (anche iridescente), la nichelatura e la vernice a fuoco, e rappresentano la prima risposta dell’artista al rapporto tra entropia e arte. 

La ricerca artistica per Conti è proprio la capacità di opporsi al disordine, creando incessantemente nuovi linguaggi. 

Tuttavia in queste opere è fortissimo anche il valore concettuale e simbolico, con il quale l’artista prende posizione nei confronti di ogni omologazione del mondo contemporaneo. Talvolta, leggendo i titoli delle opere, lo sguardo dell’artista è ironico e persino sarcastico, talvolta è tragico, ma sempre carico di una vitalità prorompente. La stessa ricerca di un’armonia generale, tra forma e luce, che renda giustizia alla maestosa presenza delle sue forme trovate, è frutto della certezza che l’arte sia una tra le vie maestre per la costruzione di un uomo nuovo.

 

Come scrive Giovanni Granzotto, in una delle introduzioni al Catalogo Ragionato I dedicato a questo ciclo, “Conti, recuperando gli sfridi industriali, i rottami, e rimettendoli in gioco attraverso le sue visioni combinatorie, riapre e riscrive pagine nuove della conoscenza, in una rigorosa e pur fantastica commistione di procedimenti empirici, ma anche di scelte fortemente debitrici delle sue convinzioni etiche ed estetiche”.

Valerio Dehò, poi, nell’altra introduzione al Catalogo Ragionato I, scrive che “Conti utilizza gli scarti industriali, le parti in surplus o rifiutate degli ingranaggi, il negativo degli stampaggi di parti meccaniche, per costruire un’utopia artistica basata sul riciclo dell’inutile e non funzionale, e sull’estetica del post industriale. In quegli anni non era facile lavorare ad un progetto di inconscio tecnologico. Conti  affronta la costruzione dell’arte a partire dal quell’hardware che è un avanzo di un procedimento. 

Soprattutto non è interessato a creare macchine più o meno celibi alla Tinguely, ma a costruire un universo in cui il dato industriale, la forma e il colore, la durezza della composizione, producessero un’estetica del riscatto pittorico. Come in Burri, che aveva aperto la strada alla materia che viene modificata e diventa parlante in nome e per conto della pittura, ormai morta come linguaggio, Paolo Conti opera nell’incertezza degli esiti, nella rarefazione formale, nell’insufficienza dell’arte in quegli anni a rapportarsi con la storia. Lui non opera una cesura netta, ma adotta il paradigma pittorico, l’idea del comporre e giustapporre segno/forma/colore, per dare spazio al fantasma del mondo della produzione”

 

Tra gli indefiniti riflessi di queste opere, il cui rigore si concede talvolta solo all’usura del tempo, emerge davvero un mondo in riscatto in cui è l’ostinato ottimismo il motore della ricerca.

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