In ricordo di Agostino Bonalumi

In ricordo di Agostino Bonalumi

Titolo

In ricordo di Agostino Bonalumi

Inaugura

Martedì, 1 Ottobre, 2013 - 18:00

A cura di

Alberto Zanchetta in collaborazione con Massimiliano Rossin

Artisti partecipanti

Agostino Bonalumi

Presso

Museo d'arte contemporanea
Viale Padania 6 - fronte Stazione FS, Lissone MB

Comunicato Stampa

Nato il 10 luglio 1935 a Vimercate, Agostino

Bonalumi era cresciuto a Sulbiate ma aveva

scelto di vivere e lavorare a Desio. Ancora

adolescente scopre la sua vocazione

pittorica, riuscendo a coniugare logica ed

estetica in base a una coscienza tecnica che

si opponeva all’eccesso psico-emotivo

dell’Informale. Come ricorda lo stesso artista:

«l’Informale non mi appagava, mi sembrava

più ginnastica pittorica […], non mi piaceva,

era troppo lasciato all’istinto, non si partiva da

un progetto».

Pur rivendicando d’essere un autodidatta, gli

studi di disegno tecnico e meccanico

avevano influito sulla sua ricerca extrapittorica,

soprattutto dal punto di vista formale

e progettuale. Restio all’espressività soggettiva,

Bonalumi aveva perseguito quella

che è stata definita di volta in volta Nuova

tendenza o Pittura oggettuale. Rinunciando

alla figurazione a favore della significazione,

l’artista venne cooptato nel Gruppo Zero che

Lucio Fontana aveva tenuto a battesimo nel

suo studio milanese. Bonalumi ap-parteneva

infatti alla Nuova concezione della pittura

vaticinata da Udo Kultermann, che di lui

aveva scritto nel 1965, spiegando che «il

carattere di quest’arte è severo, l’estrinsecarsi

generalmente simmetrico dei mezzi

pittorici nel flusso costantemente cangiante di

luce fluida esprime a un tempo permanenza e

cambiamento. La costrizione rituale del

colore, l’ordine mobile di una netta legalità e

la radicale semplificazione avvicinano tali

quadri ai segni magici. Come in questi ultimi,

l’effetto artistico nasce dalla tensione tra

un’estrema certezza e possibilità di variazioni

che si estendono all’infinito».

Le sperimentazioni e le ricerche votate

all’azzeramento dell’arte sanciscono il suo

sodalizio con Manzoni e Castellani, datato al

1958, che nel volgere di qualche anno li porta

a un rapporto di costante frequentazione e li

vede co-fondatori di Azimut, spazio espositivo

che era stato catalizzatore e promotore delle

ricerche più innovative dell’epoca. Attorno ad

Azimut si raccolse un gruppo di artisti che

sviluppavano l’estetica del monocromo,

esperienza di primaria importanza nella storia

delle ricerche ottico-dinamiche che in quegli

anni stavano emergendo a livello

internazionale. Nel 1961 è particolarmente

significativa la presenza di Bonalumi al XII

Premio Lissone nella sezione Informativo-

Sperimentale dedicata agli "artisti dell’ultima

generazione operanti in gruppi o isolatamente";

tra i partecipanti figurano gli

esponenti del Gruppo Enne di Padova, del

Gruppo T di Milano e dell’estemporaneo

Gruppo Milano 61 che annoverava Castellani,

Dadamaino, Manzoni e lo stesso Bonalumi.

A rimarcare l’importanza di queste tendenze

avanzate ci aveva pensato Giulio Carlo Argan

– che nell’introduzione del catalogo criticava

aspramente gli indirizzi più conservativi

dell’arte – adducendo al fatto che «la critica

deve essere più che mai attenta e rigorosa. In

tutti i campi dell’attività umana è in atto una

profonda trasformazione dei modi di comportamento

nella determinazione dei valori;

abbiamo fondato motivo di ritenere che

questa trasformazione della struttura e delle

tecniche operative della società possa

mettere in pericolo l’esistenza stessa

dell’arte. Soltanto una trasformazione altrettanto

profonda, anche se non necessariamente

conforme, delle strutture e delle

tecniche dell’arte può assicurare la presenza

e la funzione di un’attività estetica nel quadro

delle attività della società attuale e di quella

dell’immediato avvenire. Il compito dell’arte

contemporanea non è di conservare a tutti i

costi i valori impropriamente detti "umanistici"

in una società che diventa sempre più

tecnicistica, ma di determinare quella che

sarà, nella figura storica della cultura

moderna, il posto e la funzione dell’attività

estetica».

Bonalumi è stato protagonista di questa

radicale e virtuosa trasformazione in cui la

vocazione tecnologica si sposava con una

perizia artigianale, tipicamente italiana (rigore

e precisione sono aggettivi che ancor oggi si

attagliano all’opera dell’artista).

Elio Talarico, vicesindaco e assessore alla

cultura di Lissone, lo ricorda come «artista

orgoglioso della sua Brianza. Figura cardine

dell’arte del secolo scorso, presente nelle

principali rassegne di rilievo nazionale e

internazionale. Scomparso lo scorso 18

settembre, con lui se ne va un pezzo di

storia, un capitolo fondamentale del nostro

patrimonio culturale che affonda le sue radici

nella tradizione della pittura lombarda.

Questo piccolo omaggio a Agostino Bonalumi

è un sentito quanto doveroso riconoscimento

alla sua ricerca artistica, con la speranza che

in futuro si possa ospitare una mostra più

ampia ed esaustiva negli spazi del nostro

Museo, così come si era auspicato il nostro

direttore all’inizio del suo mandato. La città di

Lissone intende quindi ricordarlo per il suo

impegno etico, la capacità di innovare la

pittura, dagli anni Sessanta fino ai giorni

nostri, spingendosi sempre più al limite del

visibile e al di fuori delle convenzioni».

Il tributo che il MAC di Lissone dedica a

Bonalumi si compone di due opere che

appartengono alle collezioni permanenti del

museo: Bianco del 1976 (smalto su tela

estroflessa, 100x100 cm) e Bianco del 1977

(acrilico su tela estroflessa, 140x140 cm –

Comodato Collezione Walter Fontana).

Com’era consuetudine per l’artista, i quadri

sono denominati in base al loro colore,

elemento fondante-fondamentale dell’opera;

a dispetto di molti suoi compagni di strada,

Bonalumi articolava la superficie con una

sensualità cromatica, uniforme, compatta,

solida, che diventava un tutt’uno con lo

spazio e la luce. Alla stregua di un libro

bianco, questi due dipinti intendono esplicitare

il costante e coerente progetto

dell’artista, finanche nel suo divenire e

mutare attraverso i decenni.

Entrambe le opere sono la testimonianza

dello sforzo di pensare e praticare la pittura

(in modo razionale ma non meramente

concettuale). L’analisi morfologica del campo

pittorico si avvera nelle estroflessioni e

introflessioni della tela che tende a una spazialità

dietro/dentro l’opera stessa. Il movimento

coincide infatti con la volontà di

modulare lo spazio, assecondando i rapporti

tra pieni e vuoti, tra i valori pittorici e

l’oggettivazione formale. Non si dimentichi

infatti che l’etimologia della parola "oggetto" è

da ricollegare al termine Ob iacio, che

significa "gettare, lanciare in avanti"; così le

tele centinate dell’artista, le quali sottopongono

la superficie a una sollecitazione

che sembra premere, spingere e resistere di

continuo alla sua tensione interna. Questo

aggetto-affioramento è tipico dell’arte italiana,

in specie di Bonalumi, che grazie alle estroflessioni

ha aperto la via a un nuovo modo di

concepire la pittura.

Il piccolo tributo è accompagnato da alcune

pagine del settimanale Il Cittadino, a firma di

Massimiliano Rossin, che in tempi recenti ha

pubblicato una lunga intervista al maestro

vimercatese (sabato 20 luglio) seguita da un

articolo commemorativo (sabato 21

settembre), testimonianze che sanciscono il

profondo legame che l’artista aveva con il

territorio. Sulla facciata del museo sarà

invece riportata la poesia Nascere, scritta

dallo stesso artista, che recita: «…impossibile

dire essere nati/ quando ancora/ è nascita/

…il giorno che me ne andrò/ senza bagaglio/

che volgerò le spalle/ che non risponderò al

saluto/ sciogliendomi dal tempo/ la parola del

silenzio/ dirà che sono nato». Un estremo

saluto che – parafrasando questi stessi versi

– non vuole coincidere con una fine bensì

con l’inizio di una immortale posterità.

mostre, arte, eventi, artistici, gallerie, contemporanea

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