Prima la terra, poi il paradiso

Prima la terra, poi il paradiso

Titolo

Prima la terra, poi il paradiso

Inaugura

Sabato, 28 Giugno, 2014 - 17:30

A cura di

Daniela Pronestì

Presso

Sala delle Colonne/ Palazzo Sansoni/ Pontassieve (FI)
Via Tanzini 30, Pontassieve

Comunicato Stampa

Mostra di pittura e scultura

Opere di Giulio Galgani

 

Con la partecipazione di Charlie Gnocchi

Presente in mostra con una selezione di opere pittoriche

 

 

S’inaugura sabato 28 giugno alle ore 17.30 nella Sala delle Colonne a Pontassieve (Fi), la mostra di Giulio Galgani, artista di origine ligure che da anni ormai vive e lavora in provincia di Arezzo. Come indicato anche dal titolo, la mostra, curata da Daniela Pronestì, racconta il legame di Giulio Galgani con il territorio in cui vive.  Un legame che da diversi anni lo vede puntare l’attenzione sul recupero della cultura contadina, la cui memoria rischia ormai di sparire, cancellata dai ritmi selvaggi della contemporaneità. Come un archeologo che scava nella terra per riportare alla luce le tracce di civiltà ormai perdute, Galgani fa riemergere dal passato semplici e consunti attrezzi agricoli, che connota artisticamente con l’applicazione del colore e l’integrazione di vari materiali.  Si spiegano così le Vanghe, opere che evocano un vissuto antico quanto l’uomo. Un modo per riportare l’attenzione della nostra società sui valori e sulle esperienze umane che hanno segnato la storia dei territori, creando i presupposti per la nascita delle civiltà. Nelle Vanghe realizzate per questa occasione espositiva, le ossidazioni del metallo prodotte dal tempo e dall’usura scompaiono sotto abbaglianti cromature e inserti di pelle colorata, modificando in maniera sostanziale le caratteristiche cromatiche e strutturali di partenza. E’ così che queste reliquie di un passato non troppo lontano tornano a vivere nel presente, sovrapponendo ad una gestualità antica un agire artistico di segno contemporaneo. Il risultato sono opere che, sfuggendo alle consuete categorie artistiche, confermano la natura ibrida del suo registro espressivo, che non ammette alcuna distinzione tra pittura e scultura, materiali vegetali ed elementi industriali, strumenti tradizionali e tecniche personali. Anche i Paesaggi presentano una configurazione diversa rispetto al passato: la loro forma quadrata è un riferimento al significato che questa figura geometrica assume in molte culture, compresa quella occidentale, per le quali simboleggia sia il mondo terrestre che la concretezza e l’immanenza delle cose materiali. In questo caso, il quadrato è un recinto che delimita e contiene il corpo dell’opera, quasi a farne un oggetto sacro, un microcosmo in cui gli opposti si congiungono, la natura e la storia s’intrecciano. Così concepito, il paesaggio custodisce le impronte di un’età mitica dell’uomo e di una sacralità consegnata tanto alle forme - i piccoli cipressi che affiorano dal fresato come allusioni al desiderio d’immortalità che da sempre anima l’essere umano - quanto ai colori, che, oltre a rendere luminosa la ‘pelle’ dell’opera, specialmente quando prevale il bianco, ne accentuano la portata simbolica.  I grandi fresati che completano il percorso espositivo, sono l’esito di una sintesi tra la fisicità della materia e l’incisività del tratto pittorico. In Casa Country (2012) la bidimensionalità della tela è interrotta dallo spessore irregolare del fresato e dagli oggetti - fiori finti, animali di plastica, residui metallici - che il recupero artistico riscatta dalla condizione di scorie del vissuto quotidiano. L’organico e l’inorganico convivono sulla superficie dell’opera, richiamando il contrasto tra autenticità e artificio, energia vitale della natura e azione dell’uomo. Con Capi grossi e cervelli fini (2014), titolo ispirato ad un noto proverbio, ritorna la forza comunicativa dei segni, che si muovono come gli ingranaggi di un congegno meccanico, occupando un’estensione priva di coordinate spaziali, al cui interno disegnano percorsi labirintici e ignote geometrie. Segni rubati alla vita, al mondo e ai linguaggi contemporanei, e poi imprigionati in una visione ciclica e circolare del tempo che descrive il continuo ripetersi degli eventi nella storia delle civiltà. Lo scopo è spezzare l’unità della pittura tradizionalmente intesa, farla muovere nello spazio, darle sostanza. Un’ambizione che proietta la ricerca artistica di Giulio Galgani in una dimensione dilatata dove tutto può succedere, e dove anche i generi, liberati dai vincoli del consueto, subiscono una continua mutazione.  

 

In mostra, nella saletta di accesso alla Sala delle Colonne, una selezione di opere pittoriche e grafiche di Charlie Gnocchi, noto conduttore radiofonico e personaggio televisivo, qui presente in veste di artista visivo e amico di Giulio Galgani. Le opere esposte fanno parte della serie denominata Moto - Moka, che si caratterizza per l’immediatezza e la freschezza esecutiva. Come scrive il giornalista Paolo Fontanesi, le Moto - Moka «catturano lo sguardo dell’osservatore: per i colori accesi, di stampo pubblicitario, per le linee curve, semplici e chiare, che permettono a chiunque di sognare una moto, che è il tema conduttore di tutta questa serie (…) Eppure nella loro semplicità, non cadono mai nel banale». In bilico tra Pop Art e fumetto, questi dipinti, realizzati ad acquerello o con colori acrilici, colpiscono per «l’impressione di un dinamismo che richiama i fotogrammi delle prime pellicole cinematografiche e fotografiche d’altri tempi» prosegue Fontanesi, che aggiunge «l’originalità del segno, sta nella scelta di Gnocchi di voler ritornare a rappresentare la velocità, con immagini giocattolo che riecheggiano miti come: la Moto Guzzi la Guazzoni, passando per la Triumph, la Honda e l’Aermacchi. (…) Si riconoscono tutte queste mitiche moto, anche nel tratto sommario che caratterizza l’opera di Gnocchi: la Guazzoni Matta da competizione, la Laverda SFC Brettoni, la Morbidelli, insieme con alla MotoBi e la Moto Guzzi Le Mans. Ciò che risalta sono alla fine questi corpi roboanti in movimento, pezzi staccati che se ne vanno via e che rappresentano i movimenti di questa velocità». 

 

Giulio Galgani nasce a Genova nel 1958, ma vive in Toscana da molti anni, immerso nel verde della Val Di Chiana, terra dove trae ispirazione per molti dei suoi lavori. Dopo un iniziale percorso figurativo-realista nei primi anni ’80, si indirizza verso una dimensione enigmatica e metafisica dell’arte d’ispirazione prevalentemente dechirichiana, a cui segue, dal 2000 in poi, una nuova dimensione intellettuale e umana, che lo vede spingersi alla ricerca di altre forme e opportunità di riflessione sul mondo che lo circonda utilizzando materiali di scarto (pneumatici, chiodi arrugginiti) quale insolita e inedita materia per la creazione artistica. Ha iniziato ad esporre nei primi anni ’90, presentando le sue opere in numerose mostre personali e collettive.

Nel 2011 è protagonista della mostra itinerante Viaggio In Italia, curata dal noto critico d’arte Martina Corgnati, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità italiana.

Nel 2012 espone una significativa selezione di lavori in una personale di intitolata L’arte Nostra, allestita a Roma nella prestigiosa cornice del Chiostro del Bramante e curata dal critico d’arte Giovanni Faccenda.

Ha realizzato il premio per il Driming Art - Festival Internazionale del Cinema Città di Cortona (2009) e il Premio Toscana Mia per il concorso internazionale Ippico Toscana Tour (2008). Nel 2009 è stato insignito del premio Arti, Culture, Futuro nella Sala dei Grandi della Provincia di Arezzo.

Molte sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private sia italiane che straniere, tra cui la collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani, la pinacoteca civica di Città di Castello, la collezione RAI di Roma, il Musicom Museum di Amberg e l’Assembly House di Norvik.  

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