Pino Deodato, Lieve… e così sia, El, melek, naaman.

Pino Deodato, Lieve… e così sia, El, melek, naaman.

Titolo

Pino Deodato, Lieve… e così sia, El, melek, naaman.

Inaugura

Sabato, 10 Ottobre, 2015 - 18:00

Artisti partecipanti

Pino Deodato

Presso

Spazio COMEL | Arte Contemporane
Via Neghelli, 68, Latina

Comunicato Stampa

Mostra personale di Pino Deodato, vincitore 2014 della terza edizione del PREMIO COMEL Vanna Migliorin.

Pino Deodato avverte l’alluminio quale elemento emozionale e combinando la creatività con le possibilità tecniche offerte dal duttile metallo realizza la scultura Colui che vede lontano, premiata alla terza edizione del Premio COMEL Vanna Migliorin 2014.

La composta figurina si libra leggera nel vuoto privo della forza di gravitazione, tiene fermo il telescopio con ambedue le mani, la testa protesa per permettere all’occhio di fermare il movimento degli astri. Si staglia in solitudine contemplativa davanti alla grandiosità del creato, piccolissime le sue dimensioni contro lo sfondo del nulla. Un'intrinseca forza si sprigiona dalla materia e una dolce, disarmante armonia invade l'essere, una musicalità percepita da tutti i sensi. Con muta eloquenza ci coinvolge a partecipare alla visione astrale, allegoria di un “viaggio orfico”, poiché si farà guida in un percorso iniziatico attraverso l’universo alla ricerca della “fonte orfica”, viatico alla purificazione. Una sensazione di sgomento sublime pervade l’osservatore, conscio dell’immensità cosmica che si trova ad affrontare l’essere che vuole spingersi per quei sentieri.

A coronare il successo dell’opera vincitrice del prestigioso premio, la mostra personale del vincitore.

Tre le installazioni in esposizione il prossimo ottobre presso lo Spazio COMEL: La Sera, La Notte, Il Giorno che si susseguono in altrettanti spazi espositivi dove l’artista muove le sue sculture seguendo un’ideologia legata allo spazio-luogo che non è inerte e riempibile a caso ma ha una logica dinamica e multiforme, capace di condizionare e influire sulle creazioni poiché costituisce un insieme con la dimensione del tempo che, fluido ed elastico, si dilata e restringe

Il desiderio di semplicità e di immediatezza muove il linguaggio poetico dell’artista attraverso forme primitive. Una maniera artistica come quella dei bambini, dall’espressività innocente che si rivela in modalità preculturali basate sull’istinto.

Il primitivismo è elemento costitutivo dell’arte contemporanea e si presenta in autonome e significative esperienze diversificate nello stile comunicativo. Un “gusto” infantile che connota la pittura di Miró e Dubuffet, come anche quella di Klee che affermava: “Si può ricominciare da capo partendo dalla stanza dei bambini”. Ed è a partire da quella stanza e da questo sogno che l‘artista sublima il suo mondo, nel luogo da dove “seduto all’ombra dei suoi pensieri ha la convinzione che le radici della pittura sono un essere vivente”. Radici quale metafora della creatività che “vive” nell’artista e si esprime attraverso l’intelletto, suprema forma di conoscenza del reale, capace di congiungere l'anima alla Natura, poiché ha facoltà eterna e immortale. Intelletto che per Pitagora "vede tutto e intende tutto, e tutto il resto è sordo e cieco".

L’apparente semplicità, nella riduzione della forma proposta, riconduce a pura essenza i modelli presenti nella coscienza ma trova complessa interpretazione iconologica rivelando una realtà trascendente che subordina la comunicazione a un codice esoterico, decifrabile in un intimo dialogo con le sue opere. Pino Deodato porta in sé il dono del codice ereditato e, nei suoi lavori, trasforma l’esistenza profonda in magia del sentire che si avvale di un modo espressivo peculiare per cui l’immagine non è più ciò che rappresenta ma cela una seconda e più profonda lettura legata ad un costante simbolismo. Una comunicazione meditativa di un processo interiorizzato che si palesa per segni svelando un mondo lirico e rarefatto.

Si estrania dal già noto e confonde, in modo consapevole, la realtà con la fantasia. Esalta il mondo interiore, la soggettività, l'irrazionale, l'arcaico, evocando esperienze emotive e percettive. Decifrare il codice è comprenderne il significato che si pone in relazione dialettica con l’elemento poetico. Un’eloquenza analogica ed evocativa che produce sensazioni intense e preserva quel sapere ancestrale dalle straordinarie capacità di visione: figure che sono indipendenti dall'illusorio ma anche un modo di "vedere" con il cuore, collegato saldamente all'amore. Squarci di lirica bellezza, che appartengono ad un sentire totalizzante, svelano ciò che rientra nell'attività autogenerativa dell'anima stessa che sa arricchirsi di energia vitale e ristabilire la propria armonia per proiettarla nel mondo.

Le speculazioni di Deodato sembrerebbero spostarsi a quel senso percettivo profondo che ha come effetto l'abbandono all'intuizione, forma privilegiata di conoscenza che conduce alla comprensione. Un Neshamà, la scintilla divina, lampo di verità che sostiene lo spirito per elevare l'intelletto e permette di esprimere una forza rivitalizzata. Emerge nell’artista un credo aconfessionale di visione panteistica e di comunione con il creato.

Deodato fa propri archetipi concettuali originati dalle dottrine dei diversi orientamenti filosofici e dalla tradizione giudaico-cristiana elaborando un repertorio di immagini contaminato da tensione verso il sincretismo. Porta avanti la trama di un linguaggio alchemico, esigenza espressiva che restituisce il significato legato a modelli iniziatici, mettendo in crisi espressioni ritenute stabili.

Parlare di alchimia in arte vuol dire esprimere in metafore e allegorie il pensiero ermetico e neo-platonico. L'artista diviene l'“adepto” consapevole di questa scienza segreta e le sue facoltà intellettuali rappresentano il "vaso" della trasmutazione che conduce al “far pietra dei filosofi”. Dalla fase iniziale della materia al nero, la Nigredo, si giunge alla meta finale: l’oro alchemico dal bianco bagliore. È un processo in cui “Il Giorno” si oppone a “La Notte” e la “luce” della conoscenza emerge dalle “tenebre” quale ricchezza spirituale che può essere estesa all’umanità.

In una scultura dell’installazione “La Notte”, il tronco cavo, che nel repertorio delle immagini rappresenta il “forno” dell’alchimista, “allusivo al fuoco filosofale che alimenta la materia”, svela il vero oggetto del “fabbricare” alchemico, da identificarsi in quell’''oro” che è la creazione dell'arte prodotta dall’artista-adepto, seduto all’interno del suo “Museo”. Pino Deodato è giunto alla consapevolezza che lo porta ad affermare: "Il mio lavoro è una cena celeste”. [Daniela Bernardo]

Liberamente tratto dal saggio: Daniela Bernardo, Pino Deodato, Lieve … e così sia, COMEL Edizioni, Latina 2015.

 

 

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