Piero Sanna - Fragments Macro Elements

Piero Sanna - Fragments Macro Elements

Titolo

Piero Sanna - Fragments Macro Elements

Inaugura

Martedì, 24 Maggio, 2016 - 20:30

A cura di

Fabio D'Achille

Artisti partecipanti

Piero Sanna

Presso

Conservatorio Statale di Musica "Ottorino Respighi"
Via Ezio, 32, Latina

Comunicato Stampa

A cura di Fabio D’Achille

Apparati critici Marcella Cossu

Vernissage Martedì 24 maggio 2016  ore 20,30

Chiusura mostra 14 giugno 2016

Sede espositiva Conservatorio “Ottorino Respighi”, Via Ezio, 32 – Latina

Orari di apertura dal lunedì al sabato 10,30 – 19,30

Info 393.3242424 – eventi@madarte.itwww.madarte.it

Ingresso libero

 

Con la mostra di Piero Sanna a cura di Fabio D’Achille prosegue  la collaborazione tra il Museo Diffuso e il Conservatorio “Ottorino Respighi” nel connubio tra arte contemporanea e musica da camera, volto ad accomunare due diversi tipi di pubblico nella percezione sinestetica della cultura.

Fragments Macro Elements è frutto di due progetti artistici, Fragments 1.0 e Fragments 2.0 – fotografico il primo, scultoreo il secondo – finora esposti separatamente, due lavori paralleli che raggiungono l’ unisono sotteso alla poetica da cui prendono forma.

 

Piero Sanna: frammenti di un discorso d’arte

Marcella Cossu

Piero Sanna alla metà degli anni settanta è un giovane artista appena uscito dall’Accademia di Roma dove frequenta i corsi di Luca Patella, e nell’aria della città di Roma “osmotizza” un’arte che è punto di incontro tra l’astrazione più classica del novecento e una serie di nuovi fermenti e ricerche che partono dalla fotografia e dal cinema per approdare non si sa ancora dove, almeno per quanto lo riguarda. La ricostruzione dei frammenti di un suo percorso artistico, bruscamente interrotto dal ’77 al 2000, oltre che non facile, potrebbe rivelarsi  rischiosa, presentando inevitabilmente lacune o inesattezze anche di rilievo, ma affinchè la “macchina” riparta occorre in questo caso  tentare la ricomposizione del  puzzle da quanto a disposizione.

In primis, le foto di una Fiera di Roma del 1973-74.  Nel vasto capannone espositivo, alla presenza di Marcello Avenali, altro nume tutelare di Sanna, l’artista, giovanissimo e dotato di un’invidiabile chioma, allestisce un’imponente serie di stendardi in cellophane trasparente spiombanti dal soffitto al pavimento, sui quali ha , in precedenza,tracciato una calibrata decorazione astratto-geometrica d’inusitato vigore, al cui interno il rapporto segno-colore   risulta declinato costantemente  in bilico tra passato – quella “figurazione geometrica futurista” cui si accenna nell’unica recensione critica del passato in cui sia possibile imbattersi, non meglio identificata e tuttavia puntuale – presente, dato dal “trasparente” dilatato a superficie pittorica, e futuro,  quasi un presentimento  di certe soluzioni semantiche semplici nel complesso, che sembrano precorrere Keith Haring. Non dico che si tratti di un’esperienza unica di quel momento-tenuto conto poi della koinè di linguaggio e costumi della giovane arte del periodo- ma dalla documentazione fotografica di questo lavoro promana indiscutibilmente una grande energia.

Anche le tele fotografiche su cui l’artista ha operato per successivi interventi pittorici con colori acrilici, scomponendo e analizzando trame e orditi,  giocando a ingabbiare sole e luna in contesti rigorosamente geometrici, di poco più tarde ed esposte a Latina sono improntate a “vigore e rigore”, e vi è inoltre evidente un’evoluzione della sperimentazione tecnica data dall’interfacciarsi di pittura e fotografia. Trasparenze e intersezioni di campiture geometriche à plat parlano ancora di una predilezione per il novecento astratto-geometrico, da Depero a Moholy-Nagy, dagli astrattisti del Milione a Bruno Munari, anche se a conti fatti il look è pienamente quello degli anni settanta, com’è evidente soprattutto dalle foto d’insieme delle opere a parete.

Una serie di foto in bianco e nero, bellissime, in cui una figura femminile di spalle è come risucchiata  senza soluzione di continuità all’interno del moto vorticante e rotatorio di una spirale d’ispirazione optical, riconduce al periodo in cui Sanna, verso la fine della frequentazione in Accademia, lavorava a Roma per la casa discografica EMI, “costruendo” sogni di copertina per gli artisti nei locali più in voga della città. Da questa serie di lavori emerge in fondo il lato più “patelliano” e fantasioso di Sanna, vale a dire la capacità di porre un’alta tecnica fotografica al servizio di un nuovo linguaggio artistico che, traendo linfa dalle esperienze dell’optical, della land art, del concettuale etc., riesce tuttavia a sortire opere incredibilmente individualizzanti.

I lavori fotografici prodotti dal 2000 ad oggi, infine, sono né più né meno un fiume in piena, che scorre impetuoso una volta rotti gli argini del silenzio e dell’assenza di oltre vent’anni. Una colata  lavica e iridescente, in cui,  a partire dal ritrovato naturalismo che già occhieggiava nei dipinti della fase intermedia,forme e colori  si dispongono in variegato caleidoscopio di un germinale organico avente a protagonisti i quattro elementi empedoclei, aria acqua fuoco e terra,  belli e vigorosi come al momento della creazione. Perché, al vederli insieme, di un cosmogonia si tratta, una sorta di “De Rerum Natura”, in cui ogni elemento  si esalta dal confronto con il vicino, dal quale trae forza e giustificazione reciproca.

L’impressione è quindi che Sanna, ad onta della lunga assenza, non soltanto abbia ripreso in pieno il possesso del proprio iter creativo e produttivo, ma che, al contrario, dal prolungato silenzio tragga un’inesauribile carica per affrontare la seconda parte della sua avventura artistica.

 

FRAGMENTS 2.0

“Sanna attraversa la Fotografia con la Scultura. Le sue installazioni plasmate, bruciate, composte, sono la rappresentazione tridimensionale delle sue visioni artistiche. Esordisce come pittore nei suoi studi all’Accademia, ma comprende da subito che lo strumento, il suo braccio artistico, sarà la fotografia.. ma dopo un lungo periodo di professione fotografica anche nella pubblicità, nella documentazione ed il reportage riscopre uno spirito astratto-informale che traspone tra le sue tecniche espressive.

Le recenti esposizioni personali alla Raccolta Manzù di Ardea, alla Torre Civica di Pomezia e al Museo Archeologico di Anzio insieme alle collettive con MAD Museo d’Arte Diffusa “Odissea Contemporanea 2013”, “Odissea Winter” e alla GAMeC di Pisa hanno visto l’artista impegnato nelle due dinamiche espositive quasi a proporre che la fotografia e la scultura possono vivere artisticamente l’una in funzione dell’altra. Nella fotografia naturalmente il supporto digitale interviene a filtrare oggettività e creatività segnica mentre nella scultura, l’artigianalità s’insinua nella sua capacità manipolativa e alle intuizioni digitali si alternano le fusioni e le combustioni di materiali nobili e residuali, quindi la superficie chimicamente incisa e frammentata prende vita nelle sue installazioni, vibranti e trasparenti. È proprio nella trasparenza delle forme il punctum dell’immagine di Sanna, in un attimo la percezione trasforma l’opacità in pura luce”. (Fabio D’Achille – Curatore MAD Museo d’Arte Diffusa).

 

Sanna. Fragments.

INSTALLATIONS 2.0

Marcella Cossu,

maggio 2014

 

Ho vissuto da vicino la breve ma intensa vita di Fragments da un anno in qua; dalla fantasmagorica gestazione macrofotografica di pezzi di natura germinale, enucleata e indagata dall’obiettivo pittorico di Sanna con la precisione dell’entomologo e il lirismo del poeta, in una trasposizione contemporanea del

“De Rerum Natura”, e in un’involontaria quanto inaspettata ripresa della teoria dei “Macadam” di Jean Dubuffet, all’epifania del  fenomeno di cristallizzazione di tali prodigi biologici in gabbie di resina trasparente,  di forma rettangolare,  concepite inizialmente sotto forma di stele verticale, per acquisire successivamente  una sempre crescente libertà di luogo, tempo ed azione, disponendosi  anche in composizioni di respiro orizzontale.

In questa fase i “frammenti”- frammenti organici, di legno, a volte combusto dalle venature in evidenza, ma anche di foglie, dal rosso squillante della vite canadese alla gamma dei marroni sfatti dalle intemperie autunnali, frammenti di cielo azzurro squillante, di pulviscolo siderale, di nero profondo – si avvicendano  e si dispongono all’interno di teche dalla caratteristica  e inconfondibile craquelure.

Si potrebbero invocare altrettanti “patrons”, dall’Informale in poi, per cercare di definire queste installazioni di Sanna: dalle combustioni (legni, ferri, perfino cellotex) di Alberto Burri, all’ordo via via crescente nel caos dei frammenti imprigionati nella morsa glaciale: se all’inizio infatti la forma naturale del legno era quasi sempre rispettata, nelle ultime composizioni orizzontali vige un ordine nuovo, una nuova simmetria, in cui rettangoli scuri evidenzianti le venature del legno si alternano ad altri rettangoli chiari, anzi trasparenti,  fatti di “resina su resina”, appena sporcati d’oro o d’ocra scuro, talvolta definiti da un quadrettato metallico già sperimentato da Sanna nel primo periodo dei  suoi Fragments.

Quanto solo pochi mesi fa risultava, forse inconsapevolmente, e alquanto audacemente, lirico, si è andato trasformando in ricerca programmatica, che verte ad approfondire i rapporti forma-colore fissando contestualmente canoni e ritmi alla composizione, com’è chiaro dall’analisi delle nuove essenziali resine caratterizzate dalla scansione dei rettangoli scuro-chiaro-scuro, o scuro-scuro-scuro /chiaro-chiaro, dall’algore/rigore che riporta a Tàpies, se non addirittura alle traversine di binario metalliche e carboniose di Kounellis.

Ma ecco ad un tratto fiorire sotto il velo trasparente e increspato di quell’acqua di resina una sintesi di  “paesaggio dell’anima”, la cui sistemazione ottimale può essere soltanto in controluce, con alle spalle una vetrata investita dal sole di un tramonto, che trasfiguri ed esalti ogni sfumatura, ogni trasparenza di questi colori di cristallo.

La composizione dell’opera è quanto di più semplice, divisa in due parti. In basso, la terra, la linea d’orizzonte, in sfoglie di legno dalle tonalità calde e consumate, con l’inserto simmetrico delle tre piccole foglie a rilievo, ornamentali quanto gli animali in bronzo del fregio inferiore nella Porta della Morte di Manzù. Per tutto il restante, la galaverna merlettata della visione di un cielo bianco-dorato, al massimo della luminosità consentita, in cui danzano radi tronchi di argentate betulle.

Il cammino percorso in questo anno è notevolissimo, se lo si intende misurare con il crescere della fascinazione esercitata da questi Fragments di seconda edizione, nel solco della progressiva liberazione dagli elementi di più facile spettacolarità, in direzione di una ricerca che mira al cuore e all’essenza dell’arte.

 

 

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