Non fiori, ma opere di bene. Opere scelte 1996 - 2015.

Non fiori, ma opere di bene. Opere scelte 1996 - 2015.

Titolo

Non fiori, ma opere di bene. Opere scelte 1996 - 2015.

Inaugura

Sabato, 9 Maggio, 2015 - 11:00

Artisti partecipanti

Annamaria Targher

Presso

Spazio "Klien"
Piazza A. De Gasperi, Borgo Valsugana (TN)

Comunicato Stampa

L’ultima mostra di Annamaria Targher ripropone (come già a suo tempo per le Ninfee) la tematica del fiore. Tema ritrovato, si esplica, però, in un connubio inestricabile tra pittura ad olio di matrice astratta e l’impiego massiccio e metodico del collage che riporta, in maniera dettagliata e inequivocabile, l’oggetto di natura così caro all’artista.
Il fiore colto nella citazione inderogabile della carta stampata, è collocato soventemente sugli incroci di quella “rete” costituita dal sovrapporsi pressoché ortogonale delle larghe pennellate, punto d’esordio fondamentale di questi lavori, dove il colore emula il contesto naturale: prativo o boschivo.
Annamaria Targher ha lavorato per mesi a questa tematica la cui modalità può far pensare ad una battuta d’arresto nella sua produzione: la perdita di spontaneità, a vantaggio dell’atto ossessivo - maniacale della ricerca degli elementi utili ad essere dapprima ritagliati e poi faticosamente contestualizzati, può tradire, infatti, un atteggiamento cinicamente post - moderno per cui tutto è già stato fatto, detto e visto e all’autrice non rimarrebbe altra via se non quella del ritrarsi, del sospendere l’atto di pittura come sola forza e potenzialità di rappresentazione personale del mondo. Anche la tematica sembra rappresentare un atto di perdita: il fiore è caduco, è inebriante, ma non perdura (specie quello reciso impiegato nelle cerimonie rituali). E’ anche un lascito (“colse” fiori dai giornali, 50 anni prima, anche l’amato artista Tancredi Parmeggiani prima della sua dipartita voluta e definitiva), l’oggetto estremo e estetizzante del congedo (nelle sua vacuità e fragilità che sanno così tanto di memento mori o nella sua spietata iterazione che suggerisce piuttosto un horror vacui).
L’artista se inizialmente ha vissuto questi procedere ed espressività come una conclusione, addirittura la sosta definitiva del proprio lavoro, ne ha saputo ravvisare al contempo una potenzialità: i fiori finiranno, come tutti i cicli e le fasi, ma rimarrà lo sforzo, la voglia estrema di limpida ricerca. Inizialmente, infatti, il ciclo doveva essere un tributo al grande Giovanni Frangi e a suoi superbi cicli riguardanti la natura in cui, come ha scritto il suo omonimo Agosti, “scaturisce un senso organico della realtà”, ma la mostra è anche un omaggio all’uomo che quotidianamente “ha preferito portare avanti il suo lavoro rispetto all’insistenza sulla formula” e “che non ha voluto vivere di rendita”nella coscienza chiara che“non è una cosa che fanno tutti”.
Queste dovrebbero essere le opere di bene di un artista, prima di tutto verso sé stesso e i fiori non ne rappresenterebbero che una tappa.

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