MARINA BURATTI . Mondi Intermedi

MARINA BURATTI . Mondi Intermedi

Titolo

MARINA BURATTI . Mondi Intermedi

Inaugura

Mercoledì, 12 Marzo, 2014 - 18:00

A cura di

Maria Rosa Pividori

Artisti partecipanti

Marina Buratti

Presso

Dieci.Due! International Research Contemporary Art
Via Volvinio, 30, 20141 Milano

Comunicato Stampa

A cura di Maria Rosa Pividori

presentazione filosofica di Eleonora Fiorani

presentazione storico critica Lia Giachero

I Mondi intermedi di Marina Buratti

 

I mondi intermedi a cui alludono le opere, diverse per slittamenti concettuali e stilistici, che Marina Buratti presenta in mostra nello spazio della Dieci!2 è il tema sotteso che le collega nella complessa ricerca di una visione, che affonda nel proprio vissuto e nel modo di pensare e fare arte che si amplia traslando da valenza estetica a una vera e propria Weltanschauung. E’ questo l’unico modo in cui l’arte può essere pensata come istanza salvifica, o può ripercorre le vie del sacro o essere letta in una chiave freudiana e una modalità con cui è anche possibile elaborare i traumi. Questioni tutte che attraversano il Novecento a cominciare dalle avanguardie e si ripropongono ora in nuovi termini.

E’ per questo aspetto doppio che le sue immagini richiamano e trattengono lo sguardo e insieme inquietano chi le guarda, come ci avviene quando l’identità speculare o quella di un ritratto ci sorprende o quando l’immagine fotografica ci lascia senza parola, vietandoci l’accesso con il suo silenzio, per la distanza da ogni sintassi per la presenza muta di un evento non codificato. Si soffermano infatti, restando in bilico in una sorta di terra di mezzo o di terzo spazio dallo statuto incerto, sulla soglia della transizione, dei passaggi esistenziali e temporali. E utilizzano la compresenza degli opposti tra apparire e svanire, tra presenza e assenza, tra vitalità e disfacimento, tra quiete e azione. A cogliere quello che appare per un attimo o a richiamare, velandole allo sguardo e con la distorsione, il carattere effimero delle cose.

Apre la mostra una tavola, più che una mappa, in cui l’artista condensa tramite simboli la sua complessa visione. In essa dominano il seme, il germinare, i misteri della terra e della luce, una visione in cui tutto è animato o pervaso d’anima: una summa che racchiude il tesoro di oggetti votivi e insieme il tesoro di figure disposte come in una scacchiera. E’ una chiave di lettura dei simboli che troviamo nelle serie di opere presentate in mostra, che si tratti dei disegni a china sulle stampe fotografiche della serie Saelde, o dei colori che strutturano la serie delle pitture dei Landscapes, dei Dialoghi, delle Presenze, delle Dimore.

Nelle opere della serie Saelde, le immagini del figlio, fotografato di fronte o disteso e immerso nel sonno, sono sfocate, diafane, trasfigurate, rese fluide, deformate. E’ sul volto che si concentra l’immagine e il retino azzurro che ulteriormente lo vela e lo vivifica. Intorno al corpo si dispongo piccole icone di ulivi quando non nascono direttamente dal suo stesso corpo o dal sogno in cui è immerso.

Ora, il volto luogo dello sguardo, dell’esporsi e del ritrarsi, del tempo che si iscrive sulla pelle, è una sorta di geroglifico nelle cui tracce è possibile scoprire i tratti di un volto.  E dato che è emblema del visivo, il viso si dà allo sguardo e in  esso vive, è anzitutto visibilità dell’identità. Così, per quanto si cerchi un suo dire altro, la sua potenza evocativa sta nell’atto del vedere ed è nella sua figuratività e raffiguratività che si dà il riconoscere e il somigliare, la faccia che ci identifica. Ma il volto è anche ciò che può, per Lévinas, esprimere la precarietà della vita, la nudità dell’altro, ai limiti della vita stessa, quindi l’immagine che tutti noi siamo e che ci rende eguali. E’ in questi termini che leggo le immagini del figlio diafane e velate, a impedirci uno sguardo diretto: immagini ben diverse da quelle dei visi luminosi che ci offrono i media e le nuove tecnologie del visibile. Tanto più che intorno al velare c’è sempre una verità che si accampa e si fa intravvedere, rimandandoci al senso antico di una verità che è insieme svelare e nascondere: ché questo è aletheia.  

Anche le opere di pittura di Marina Buratti si contrassegnano per la tensione che si istituisce tra figura e dissoluzione dell’immagine. Le diverse tecniche, l’olio, l’acquarello, l’oilbar, la tempera sono usate in modo da rispondere alle diverse istanze che si tratti di delicate velature e trasparenze, di esplosioni di colori tracciati con rapida gestualità esecutiva su fondi bianchi in cui i colori sembrano galleggiare in spazi indistinti spalancati sul nulla o sono tesi a immaginare e instaurare dialoghi: modi diversi di esprimere le emozioni e di rapportarsi al mondo e alle cose, o a ciò che di essi resta, o di evocarle. ma sempre comunque espressioni tutti di vita, della luce che anima l’esistenza o quelle delle cose. E’ di se stessa, di un sua crescita o rinascita, mi pare, che Marina Buratti parla attraverso i colori.

Mi viene allora in mente che narrandoci di Filoteo, di colui che inventò il nome il verbo fotografare, Didi-Huberman, ce lo descrive come un uomo che desiderava solo vivere immerso nella luce e inspirarne l’anima.  Così, dopo un’immersione battesimale in una grande vasca, ne uscì con la certezza di essere stato rivelato per ciò che era di più essenziale:  l’essere-secondo- l’immagine  come se questo fosse il senso di tutta la sua vita. Non per un piacere per le immagini ma per quello di <<un infinito godimento dell’immagine senza forma: quella pura intensità tattile dei fiotti di luce sul nostro volto offerto – il nostro volto visto da lei come da una madre che ci mette al mondo>>.

Eleonora Fiorani

 

 

 

Marina Buratti mi ha parlato recentemente del suo desiderio di creare opere che sappiano suscitare delle domande. Non posso che condividere perché ritengo che questa sia la funzione primaria dell’arte: mettere in moto il pensiero. L’atto di pura contemplazione è sterile, si deve uscire dai musei e dalle gallerie con il cervello che ronza come un alveare, altrimenti è inutile entrarci. Personalmente non riesco ad accostarmi a un’opera che suscita il mio interesse senza pensare – ed è deformazione professionale, ne sono consapevole, a volte tristemente consapevole - a come potrei farla apprezzare a chi non la conosce, stimolandolo ad aprirsi all’abbandono e alla riflessione. Di fronte all’arte contemporanea questo moto dell’animo è ancora più intenso perché penso che la consapevolezza di cosa significhi fare arte nel nostro tempo sia merce molto rara. Io stessa so che farei meglio a domandarmi, prima di scrivere qualsiasi altra riflessione su di lei, perché so con granitica certezza che Marina Buratti è un’artista contemporanea.

Non sicuramente per diritto di nascita: molti di noi, o per incapacità o per scelta, non vivono appieno il momento storico a cui cronologicamente appartengono. Ci sono molti modi per essere inattuali perché è sempre più difficile restare al passo con i tempi e le revisioni continue di prassi consolidate, che la realtà ci pone, sono spesso sfiancanti. Per gli artisti, a cui si chiede non solo di vivere, ma di interpretare la realtà, è ancora più difficile. Essere realmente moderni per loro significa non essere stati travolti e affogati da quel fiume in piena di idee, proposte, riletture, calcolati passi indietro, voluti rifiuti, rottura di antiche alleanze e riallacciarsi di nuove che è stato il XX secolo, né essersi salvati perché si è preferito rimanere sulla riva a guardare scorrere la corrente o perché si è trovato un pietrone a cui ancorarsi, ma bensì perché ci si è costruiti la propria privatissima zattera con materiali nuovi, a volte del tutto improbabili, o con quelli antichi, ma dopo averli ripensati.

Ecco allora, Marina è un’artista contemporanea prima di tutto perché è consapevole e flessibile. Consapevole da subito che l’arte è un modo per “dipanare la matassa” della propria vita, per indagarsi, comprendersi, crescere. Non a caso al momento è reduce da un lavoro di dieci anni sull’autoritratto. Chi la segue da un po’ ha ben presente l’elaborazione seriale di una sua foto scattata quando aveva cinque anni, che ha segnato l’inizio di una fase di nuova consapevolezza. Ma l’immagine simbolo dell’indagine è anche la traccia storica della vera bambina Marina, che disegnava nella drogheria della nonna le sue storie in sequenza sulla carta da pacchi. L’artista in fieri, agganciata per sempre all’istante dello scatto, serve a ciò che quella bambina ha saputo diventare, per chiudere il cerchio.

Per farlo ha usato la propria flessibilità mentale per riconoscere le proprie guide, diverse a seconda del momento che stava vivendo,e accettarle per andare oltre.

Ma la flessibilità le è servita anche per superare l’arroganza del mirare per forza al risultato,per riconoscere il valore della ricerca e tutte le potenzialità del work in progress. Lo abbiamo visto nel gennaio 2013, proprio qui alla Dieci.due!, in occasione di Artista di libro, quando abbiamo avuto la possibilità di sfogliare il suo grosso album di idee, di “materiale di ricerca, parzialmente strutturato”, che forse diventerà libro o forse no, ma non importa perché quello che conta realmente è mettere in moto il processo creativo.

Marina appartiene alla contemporaneità perché il suo concetto di espressione artistica non è scontato. Predilige il disegno e in alcuni casi il ritorno alla manualità diventa per lei una necessità, come vediamo in questa mostra. Ma usa il pastello a olio e l'acrilico, fotografa e interviene sulle immagini scattate, di solito in sequenza, realizza installazioni, performances e video,di cui stampa i frames. E se l’opera ne richiede la necessità fa dialogare le tecniche fra loro come in Inhumareexhumare del 1999 dove le installazioni con gli oggetti sepolti nel sale erano completate da lavori di grafica intensamente connotati dalla gestualità (nelle opere di Marina è molto forte la componente segnica e gestuale) che ne mostravano la rarefazione, in un gioco di occultamento/rinvenimento di stampo sacrale.

Marina appartiene al suo (al nostro) tempo perché sa recepire, assemblare, rielaborare. Nell’era in cui la chiave di tutto sembra essere l’espressione “in tempo reale”, in cui non possiamo permetterci più di ignorare nulla, perché abbiamo in teoria gli strumenti per venire a conoscenza di tutto, è sempre più difficile sapere quando fermarsi, non scivolare nel pozzo delle informazioni, estrarre quanto serve. Marina lo fa e con la sua ricettività profondamente femminile – ma a lei non piace che lo si dica perché crede nell’arte e non nei generi - coniuga il principio di sincronicità per risonanza dei sistemi oscillatori, con la legge di Lavoisier, con gli studi teorici di Klee sui mondi intermedi, con gli spunti letterari che le danno Kawabata, Emily Dickinson, Alda Merini, Dostoevskij, con il suo interesse per la bioenergia, con la maternità. Lo sa fare perché ha compreso il valore essenziale dell’armonia che è dentro di noi e senza la quale il nostro corpo non saprebbe funzionare, ma che deve essere anche tra noi, la natura e l’universo, se vogliamo sperare di salvarci.

     Ma Marina è un’artista attuale soprattutto perché si sa relazionare con il passato. Questo le deriva da una consapevolezza profonda della trasformazione del corpo umano, della natura, della realtà. Solo percependo il mutamento si sa a quale punto del nostro percorso personale siamo giunti. E ci sono momenti in cui per proseguire dobbiamo tornare indietro, saper dialogare con il nostro io più profondo, con il nostro vissuto. A questo proposito Marina ricorda di aver sentito citare Lily Briscoe, la pittrice che attraversa tutto To the Lighthouse di Virginia Woolf con cavalletto, tavolozza e pennelli e capisce come terminare il proprio quadro, anni dopo averlo intrapreso, proprio nell’ultima pagina del romanzo, quando ormai i suoi due modelli, Mrs Ramsay e suo figlio James, sono una morta e l’altro cresciuto. E finalmente il passato è sedimentato e lei è padrona delle proprie emozioni.

In realtà le somiglianze tra l’artista-personaggio e l’artista reale non finiscono qui. Se James e Mrs Ramsay nel quadro non dovevano evocare forme umane, ma servivano perché ci voleva dell’ombra in un certo punto della tela per bilanciare una zona di luce, anche Marina ricerca l’equilibrio tra figurativo e aniconico ed è interessata ai contrasti. Lily pianta il proprio cavalletto sulla spiaggia ed è conquistata dal “viola intenso” del cespuglio di jacmanna così come Marina nelle proprie opere evoca le forme naturali, benché nessuna delle due miri a un’esattezza da erbario. Entrambe conoscono l’importanza della ricerca, sanno che certi temi sono inesauribili fonti di riflessioni e sanno che, per poter creare, è fondamentale comprendere.

Virginia Woolf, nelle ultime righe del romanzo, regala a Lily Briscoe la sua “visione” risolutiva: una linea nel centro dà senso a tutto il quadro, la pittrice è “spossata”, ma soddisfatta.

Nella vita reale sarebbe il momento buono per mettere una tela nuova sul cavalletto.

 

Per me è ora di cominciare a scrivere.

Lia Giachero

 

 

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