LUCIS LUCA ZAMPINI - NASCOSTO ALLA LUCE DEL SOLE

LUCIS LUCA ZAMPINI - NASCOSTO ALLA LUCE DEL SOLE

Titolo

LUCIS LUCA ZAMPINI - NASCOSTO ALLA LUCE DEL SOLE

Inaugura

Giovedì, 15 Maggio, 2014 - 19:00

A cura di

Maurizio Temporin ; Emanuele Beluffi

Artisti partecipanti

Lucis Luca Zampini

Presso

Studio SPAZIO TEMPO(rin)
Alzaia Naviglio Grande 42, Milano

Comunicato Stampa

“Una partita a scacchi e bolle di sapone”

Ci siamo conosciuti all’alba, in una stazione ferroviaria sprofondata nella nebbia. Non ricordo come mai abbiamo iniziato a parlare ma credo sia naturale che avvenga, quando uno dei due fa lo scrittore e l’altro il pittore. Oppure, semplicemente, non c’era nessun’altro. Questo è accaduto all’incirca dieci anni fa ed è continuato fino ad oggi. Scoprire il lavoro di Luca e la sua vita è stato un vero e proprio viaggio, molto più interessante di quello che avrei potuto fare su un qualsiasi treno.

Dopo aver lavorato a Roma e a Firenze, aveva deciso di ritirarsi per un periodo dalla carriera artistica e dedicarsi a sua madre. Questo lato ultraumano è stato quello che mi ha colpito fin da subito, per un artista è un grande sacrificio mettere da parte il pennello, ma per lui non significava questo, per lui era solo un altro modo di evolvere il suo universo interiore. Avere nuove esperienze, come dice lui “camminare in un bosco e imbattersi nella meraviglia” è ciò che lo ha mosso fin dall’infanzia. Se dovessi scrivere una sua breve biografia direi così:

Lucis – che significa della luce – è nato nella capitale il 23 Novembre 1945. Figlio di un frate, aveva deciso a sua volta di studiare Teologia ed entrare a far parte dell’ordine dei Cappuccini. Prese i volti a Chivasso, ma il Cardinal Siri, pensò bene che avere tra i frati il figlio di un frate era troppo disdicevole, così venne cacciato. Per paradosso, l’evento, può essere riconsiderato una benedizione, visto che la svolta lo fece avvicinare lo stesso a quello che lui chiama la verità, attraverso l’arte.

La verità, è solo uno dei termini, il meno ambiguo, con cui Luca cerca di mostrarci qualcosa che ci rimane ben in vista eppure nascosto. Un altro termine è “la tela bianca”, che di fatto, lascia sempre nelle sue opere e se gli chiediamo il perché, lo sentiremmo rispondere: “perché è l’attimo presente che ci è dato di modificare, sempre, nonostante il contesto, è il nostro libero arbitrio in azione, è amore universale.” E attorno a questi scorci di libertà assoluta, simili al punto di vista di Dio, se si vuole, Luca costruisce dipinti metafisici, emozionanti, vere e proprie correnti ascensionali di colore e forme, che ci ricordano come siamo fatti dentro, o almeno, come è costituito il nostro cervello; metà logico, e metà intuitivo. Scacchi e bolle di sapone, sono usati come simboli di un pensiero che difficilmente riesce a coesistere, e che deve trovare modo di placarsi. Poco fa ho usato impropriamente il termine “metafisico”, e non solo per l’etimologia del termine, ma anche perché Luca non considera metafisico il proprio lavoro, piuttosto considera metafisica la realtà in cui viviamo. Una volta mi ha confessato che quello che dipinge non è frutto di fantasie, ma arriva da altrove, ed esiste in un luogo che non si può definire luogo. In un certo senso, se le teorie del multiverso sono vere, ha detto la sua ricercatissima “verità”. Come Giordano Bruno, ma col beneficio di non essere bruciato, Luca parla con familiarità di altre dimensioni e presenze, e non come qualcosa di estraneo, ma come un mondo che appartiene a tutti noi e che ancora ignoriamo. Nei suoi quadri, finestre sul possibile e sull’ultra possibile, ci propone un viaggio nell’universo che è dentro di noi, matriosca dell’universo in senso comune, ci bisbiglia all’orecchio che non c’è questa grande differenza, anzi, che non c’è affatto, e che se vogliamo cambiare ciò che i nostri occhi vedono, dobbiamo prima chiuderli e cambiare ciò che non ci piace in noi. Prima o poi, dice, ci riusciremo tutti. E allora non avrà più senso usare il colore, perché il mondo sarà noi e noi saremo bellissimi.  

Maurizio Temporin

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Aveva iniziato Fabio Sargentini nel 1969 con la mostra di Jannis Kounellis: 12 (dodici) cavalli vivi nella galleria L’Attico, che all’epoca era né più né meno che un garage. Altri poi seguirono, consapevolmente o no, il precedente illustre, adottando il proprio spazio - che poteva anche essere un appartamento privato - come vero e proprio spazio espositivo. Noi dello Studio SPAZIO TEMPO(rin), tempio di scrittori e artisti visivi, dal canto nostro non osiamo tanto, ma ci garba l’idea di trasfigurare, vogliosi d’universalità, questo studio creativo-di-e-per-creativi in un temporary black cube. Il riferimento al white cube è puramente voluto, con la differenza che qui a dominare è il nero e la mostra di Lucis Luca Zampini ne è il battesimo del fuoco. Non poteva essere altrimenti, dal momento che le sue tele e le sue carte, surreali, extrafenomeniche e “spaziali”, ben si armonizzano con lo spirito dello Studio SPAZIO TEMPO(rin). Non vi presenteremo dodici cavalli vivi, ma quindici pezzi da novanta più due libri d’artista e una cornucopia di carte da trascegliere, custodite in un forziere ligneo entro cui si avrà il diritto/dovere di metter mano.

Emanuele Beluffi

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