L'eterno compromesso (Appunti per una mostra)

L'eterno compromesso (Appunti per una mostra)

Titolo

L'eterno compromesso (Appunti per una mostra)

Inaugura

Sabato, 22 Marzo, 2014 - 18:30

A cura di

Alberto Zanchetta

Presso

Museo d'arte contemporanea
Viale Padania 6 - Lissone (MB) fronte Stazione FS

Comunicato Stampa

L’eterno compromesso è un gioco di parole

che può essere letto in una duplice accezione:

"l’ineluttabile compromissione di ciò

che riteniamo eterno" oppure "il duro compromesso

con il nostro concetto di eternità".

Questa non è una mostra di opere, né vuole

essere un’esposizione di soli documenti, ma

più verosimilmente intende porsi come una

riflessione critica sulle sperimentazioni polimateriche

del secolo scorso. Gli appunti e le

immagini inserite all’interno delle bacheche

sono un compendio delle opere d’arte che a

cavallo degli anni Sessanta e Settanta utilizzarono

l’Eternit, un versatile materiale edile

composto da cemento e fibre di amianto.

Brevettato nel 1901 dall'austriaco Ludwig

Hatschek, l’Eternit trovò vastissimo impiego,

soprattutto in edilizia (per Philip Johnson

l’amianto ondulato non era altro che «il materiale

più economico e più brutto del mondo»).

L’Eternit venne ampiamente utilizzato per

quasi un secolo, anche in oggetti di uso quotidiano,

fino a quando fu comprovata la tossicità

delle sue particelle fibrose; in anni recenti

il problema sembra però volgere al suo

giusto epilogo, grazie a un piano di bonifica e

di smaltimento dell’amianto.

L’Eternit si rivelò un duro compromesso per i

posteri. Il nome stesso – che deriva dal latino

aeternitas – lo reclamizzava come un materiale

di lunga durata, ma ciò che si credeva

potenzialmente "eterno" doveva fare i conti

con il proprio destino (e disfacimento). L’iniziale

euforia dell’Eternit, che vantava numerose

applicazioni, investì anche le arti visive;

dagli inizi del secolo scorso fino al 1992, anno

in cui l’Eternit fu dichiarato fuorilegge,

diversi artisti se ne servirono, e tra questi non

figurano solo gli scultori ma si dà testimonianza

anche di pittori che usarono supporti

in asbesto. Nell’ultimo terzo del XX secolo

venne impiegato con disinvoltura da parte

degli artisti dell’Arte povera, che ricorsero al

fibrocemento contenente amianto, ignari che

le opere sarebbero state potenzialmente cancerogene

se abrase o conservate in cattive

condizioni.

Sol LeWitt affermò che «i materiali sono le

maggiori afflizioni dell’arte contemporanea»,

ma di certo non presagiva una loro nocività.

Frutto della ricerca scientifica, l’Eternit era di

facile lavorazione e a basso costo, caratteristiche

che ne accrebbero l’utilizzo indiscriminato.

Oggi alcune di quelle opere sono

state bonificate e recano nelle didascalie la

rassicurante dicitura "fibrocemento inertizzato",

ma bisogna ammettere che quelle non

sono [più] le opere originali. Quando Victor

Hugo dichiarò guerra ai restauratori non

aveva forse tutti i torti: ancor più dell’arte

antica, l’arte contemporanea sembra risentire

di restauri, interventi conservativi, o (come

nel caso dell’Eternit) di una bonifica dei

materiali che rischia di falsarne l’autenticità. È

su tali premesse che si basa il progetto de

L’eterno compromesso; nelle bacheche del

museo verranno infatti collocati libri, immagini

e ritagli che documentano l’utilizzo del

fibrocemento nelle opere d’arte, ipotizzando

una mostra come dovrebbe essere, ma come

non sarà e non potrà essere nella realtà.

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