Incontrollabili percezioni

Incontrollabili percezioni

Titolo

Incontrollabili percezioni

Inaugura

Mercoledì, 22 Febbraio, 2017 - 17:30

A cura di

Maurizio Pochesci

Artisti partecipanti

Donatella Calì

Presso

Chiostro di san Cosimato
Piazza di san Cosimato, 71/b

Comunicato Stampa

Il segreto di Calì
In questi tempi ormai privi di botteghe e in cui è tanto difficile incrociare maestri quanto scoprire allievi, accade spesso che il rapporto fra il maestro e l’allievo cominci con una semplice domanda. Questo è il caso di Donatella Calì, che quando incontrò Biagio Cascone gli chiese quali fossero i colori per l’incarnato. “Tutti”, rispose Cascone, il pittore dei papi, in modo semplice e forse inatteso.
Fra le nature morte di Biagio Cascone, Donatella è stata rapita dagli oggetti femminili che il Maestro buttava lì davanti a sé, senza un preciso ordine, e poi riproduceva. Donatella ha adottato la stessa pratica. Ma tanto tempo è passato da allora e le opere più recenti di Calì lo testimoniano apertamente, mostrando i segni di un lungo cammino evolutivo.
Gian Paolo Berto mi ha portato a casa di Donatella per conoscerla, per conoscere le sue opere. Mentre le osservo, seduto sul divano del salone, sono colpito da due fattori determinanti: il colore grigio che avvolge la maggior parte delle tele e il potere evocativo dello scenario in cui Donatella posiziona i suoi personaggi.
Mi dice che il grigio è il colore di questo periodo. Si potrebbe cedere alla tentazione di risolvere tutto assecondando l’accezione negativa che spesso viene data alla parola “grigio”, il peso delle nuvole cariche di pioggia, l’assenza del sole, un velo che richiama una lontana paura che ritorna, e associarla a un sentimento persistente, a uno stato d’animo procurato da pensieri ricorrenti. Ma non ho mai sopportato quegli osservatori che si lasciano andare a psicologizzazioni spicciole.
Il movimento, il ricorrere di ombrelli, della pioggia, un ballo, mi fanno venire in mente Vettriano. Ma Donatella mi assicura che non si ispira a lui. Mi parla, invece, di Antonio Tamburro, che ha avuto la fortuna di incontrare a Padova nei primi del Duemila. Un incontro che chiaramente la cambierà.
Il grigio, e ancora di più gli scuri che avvolgono i primi piani, ci portano nel dominio urbano notturno o nella dimensione onirica. La fusione di queste due sfere rappresenta la cornice all’interno della quale Donatella racconta le sue storie. E non è tanto per dire. Se ci si ferma a guardare, Calì ti costringe a leggere. Sullo sfondo oltre i volti, uomini o donne che siano, si svolgono storie vissute, storie che sono state e che forse saranno. Le forme vivono, si sentono i clacson, lo sferragliare del tram, la lite in lontananza che proviene da un appartamento in un palazzo bagnato dalla luce della luna. Storie di vita quotidiana, vissuta, nel nostro mondo privo di silenzio.
Donatella apre continuamente finestre sul mondo che ha dentro di sé, attraverso il mondo che la circonda. Ci si affaccia e si possono osservare piccoli e grandi avvenimenti in divenire. Per dirlo con le parole di Gian Paolo Berto, si apre una finestra ed entra “una folata di vento che racconta una storia”.
Una storia si svolge sempre in primo piano, emerge dallo sfondo, come ognuno di noi nella città vivente in cui è immerso. Donatella racconta una storia avvolta da altre storie. A volte il piano privilegiato occupa l’intera scena, un riflettore è puntato su un episodio speciale, come per gli amanti all’Osteria dell’Anima.
Eppure, altre volte capita che la figura in primo piano assuma la funzione di distrattore, un’insegna luminosa che cattura lo sguardo, ma che non contiene il segreto di Calì. E ciò è un indizio che non si può ignorare. Per raggiungere il segreto di Calì bisogna abbandonarsi alla scena, immergersi nella storia, lasciarsi inebriare dai profumi, trasportare dai sensi. Il segreto è fra le ombre, fra le nebbie, oltre la luce, nei solchi del segno, incisi sulla tela come sull’anima.
Paolo Balmas

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