immaginare la memoria

immaginare la memoria

Titolo

immaginare la memoria

Inaugura

Sabato, 30 Gennaio, 2016 - 18:30

A cura di

Martina Lolli

Artisti partecipanti

Fausto Cheng, Paolo di Giosia, Marino Melarangelo

Presso

Villa Pilotti
C.da Casalena Chiareto di Bellante (TE)

Comunicato Stampa

“Immaginare la memoria” non designa un paradosso, ma il bisogno del tutto umano di dare una forma seppur labile – un’immagine malgrado tutto – a un qualcosa di effimero come il tempo o di “sublime” come un frammento di Storia che in molti hanno inteso cancellare. Parliamo del genocidio nazista perpetrato durante la II Guerra Mondiale, non l’unico della Storia, né il più esteso, ma forse il più rigoroso nella sua missione. A settantuno anni dalla Shoah artisti e filosofi si interrogano tuttora sul senso di questa tragedia, percepita da molti come un qualcosa di inimmaginabile e indicibile. Trincerarsi dietro questo negazionismo significherebbe rinunciare al compito etico dell’intellettuale; perseverare in questo dovere è invece l’attitudine migliore poiché, per tutte le immagini realizzate, nessuna di esse potrà aggrappare il significato dell’evento, ma forse insieme ne potranno sfiorare l’essenza. È significativo come i capi nazisti abbiano disposto la distruzione sistematica della documentazione nata in seno all’universo concentrazionario e come, per contro, i deportati abbiano ritenuto opportuno immortalare con una macchina fotografica gli orrori che si celavano fra le mura dei campi di sterminio, con la volontà di lasciare ai posteri una testimonianza “oggettiva” dell’accaduto. Nonostante gli sforzi dei più temerari, le fotografie trapelate da Auschwitz-Birkenau furono solo quattro. Ed è questa carenza a dare diritto ai più svariati tentativi di interpretazione che si susseguono di anno in anno.         
I tre artisti qui riuniti, Fausto Cheng, Paolo di Giosia e Marino Melarangelo, affrontano il tema con tecniche e approcci diversi. L’elemento che unisce le loro opere è il bianco e nero, il senso di una cromia mortificata che si declina in sfumature più morbide o si addensa in un contrastante chiaroscuro.         Queste opere hanno la capacità di mettere in gioco, oltre alla vista, un senso differente poiché la Shoah non può darsi che attraverso una sinestesia del dolore.             
Nella scultura inedita di Fausto Cheng, “Pietas” (2016), il legno combusto diviene un muro eretto a ricordare il supplizio affrontato dal popolo ebraico; parete dello strazio di una umanità negata che emana un’anima sotto forma di un cuore scavato e consunto che serba una goccia, una lacrima forse, in caduta verso un “cielo capovolto”. Il sentore del legno bruciato plasma la memoria di un universo sommesso dove il visivo è solo una parte dell’estetica dell’orrore; qui il senso a essere sollecitato è l’olfatto che si ricollega alle esalazioni acri prodotte dai campi di concentramento. Nel suo video, “Orbite esistenziali” (2010), circonferenze ed ellissi di luce si sovrappongono e si incrociano per risolversi in un gioco di tracce. Sono le aure degli individui che inevitabilmente si scontrano e incontrano, solcando le vite altrui, protagoniste di una scrittura arcana incisa, infine, su una tavoletta di terracotta e che sfida ogni disegno del destino.     
Nel video a firma di Paolo di Giosia intitolato “Salmo” (2012) e realizzato con Vito Bianchini, la sua immagine fotografica rimane un’immobile e mortifero presagio che si anima di voci e rumori: imprecazioni, comandi, sferragliare di rotaie, lamenti e canti di bambini come litanie; tutto concorre a tessere un appiglio acustico con il reale quando l’immagine tramonta e si oscura completamente. Ne “Il silenzio di Dio” (2016) siamo alla fine della parabola dell’Olocausto che ha prodotto una quantità smisurata di scarpe e resti umani difficili da smaltire. È ciò che rimane del genocidio programmato, ultime propaggini di individui che poco prima erano ammucchiati all’interno delle stesse fosse dove giacciono ora le eccedenze. Di Giosia evoca per moltiplicazione – la superfetazione delle calzature – e per sottrazione – delle anime a cui sono appartenute. Allo stesso modo lavora diradando il linguaggio: Il silenzio è d’obbligo quando nessuna spiegazione è in grado di reggere la logica, lo stesso silenzio che governa la dialettica cieca rappresentata nel quadro “Aleph-Tau” (2016) di Marino Melarangelo dove una scala nera e impalpabile si fa viatico verso il patibolo, irrazionale ed eterea via da percorrere governata tuttavia da un ordine sotteso: aleph e tau sono infatti la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico che indicano il supplizio della croce e una profezia da compiersi. Queste mute lettere fanno da contraltare alla menzogna delle parole ideate dai nazisti necessarie a lavare la bruttezza della macchina della morte da loro creata.          
“In ogni atto di memoria – afferma Didi-Huberman – linguaggio e immagine sono assolutamente solidali e si soccorrono a vicenda: un’immagine sorge spesso là dove mancano le parole, e una parola sorge spesso là dove sembra mancare l’immaginazione”.

Martina Lolli

 

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