Hostia

Hostia

Titolo

Hostia

Inaugura

Sabato, 10 Maggio, 2014 - 18:30

A cura di

Alberto Zanchetta

Artisti partecipanti

Nicola Verlato

Presso

Museo d'arte contemporanea
Viale Padania 6 - Lissone (MB) fronte Stazione FS

Comunicato Stampa

Hostia è un progetto che Nicola Verlato

[Verona, 1965] ha realizzato appositamente

per il museo di Lissone. L’esposizione, ispirata

alla tragica morte (qui trasfigurata in un

sacrificio-suicidio) di Pier Paolo Pasolini sulla

spiaggia di Ostia, è stata pensata come uno

spiegamento – nello spazio e nel tempo – di

un grande dipinto che è anche il luogo da cui

si origina tutta la mostra. Alla stregua di una

pala d'altare, il dipinto rappresenta il corpo di

Pasolini mentre attraversa a ritroso la propria

vita, passando nell'inferno del mondo fino alla

sua infanzia. In primo piano vediamo un imberbe

Pasolini seduto sulle ginocchia della

madre, intento a scrive i suoi primi versi al

cospetto di Petrarca e di Ezra Pound; il primo

assiste al miracolo della nascita di un poeta

che dona la vita all'arte, il secondo può finalmente

riposare dopo aver (invano) rovesciato

il senso del mondo affinché la poesia potesse

rifiorire.

Disseminati nell’allestimento, alcuni piccoli

dipinti rivelano altri aspetti connessi alla narrazione

di questo grande dipinto. Sulla parete

concava del museo si sviluppa invece un

enorme disegno a carboncino, immaginario

frammento di un Grande Fregio che immortala

scene di violenza evocanti le atmosfere di

Salò, con figure ignude che lottano tra loro.

Una scultura a dimensioni reali, che ritrae in

modo estremamente realistico Pasolini, è

sospesa al centro della sala. La scultura e il

fregio introducono lo spettatore nello spazio

in cui ha luogo questa rappresentazione; si

tratta di un edificio che l’artista ha concepito a

guisa di monumento e/o mausoleo. Completa

l’esposizione un brano musicale che interpreta

in chiave sinfonica i "Canti pisani" letti da

Pasolini nella dimora veneziana di Pound.

La mostra di Nicola Verlato si fonda su

un’ipotesi che è anche un desiderio: costruire

un complesso monumentale a Ostia, luogo

della morte di Pasolini. Più che un poeta, un

cineasta o uno scrittore, Pasolini è un corpo

che vive nella dimensione del mito, in quanto

è riuscito a incarnare un destino non solo

tragico ma addirittura universale.

Le opere di Verlato narrano della progressiva

eliminazione dell'arte dalla vita e dell’immensa

disperazione che Pasolini esprime

nelle sue ultime opere, associando il mondo a

un inferno che ha perso ogni occasione di

salvezza, perché ciò che dava senso alle

cose (l'arte) è stata eliminata. Alquanto

emblematica è la figura di Pound, qui assunta

al ruolo di semioforo: per il miglior fabbro la

poesia è stata l'approdo per chi ammette il

proprio fallimento, "perché se è il poeta che

fallisce non è la poesia a fallire". Ebbene, se

è l’autore e non la sua opera a capitolare, il

naufrago può sempre far ritorno all'isola; in

questo senso Pasolini muore nel terreno

paludoso di Ostia, laddove ha "inscenato" il

proprio martirio con puntigliosa accuratezza,

assicurandosi così un posto nell'immaginario

dei posteri, giacché l'epoca della modernità

non gli avrebbe potuto tributare lo stesso

onore. Il Novecento aveva infatti strappato il

cuore al poeta lasciandovi un vuoto

incolmabile (all’età di sette anni Pasolini iniziò

a scrivere composizioni di gusto petrarchesco,

folgorato dall’idea che la poesia classica

fosse in grado di trasformare il mondo; crescendo

giunge però all'amara constatazione

che il XX secolo non se ne può far nulla della

poesia, perché di Petrarca non c'è più

necessità).

Pasolini aveva definito il cinema come «la

poesia delle cose stesse», enunciazione che

dobbiamo associare alla definitiva perdita di

fiducia nella poesia, la quale viene sacrificata

a favore di un’aderenza alla realtà. In tale

disbrigo/declivio, l’ultimo passo da compiere

è trasformare la vita in arte, ed è proprio in

questo senso che può essere spiegata la

morte di Pasolini, quel martirio autoinflitto che

il poeta ha orchestrato per anni e poi portato

al suo ineluttabile compimento. La "scena"

dell'esecuzione di Pier Paolo Pasolini è

disseminata di simboli che il poeta aveva

preconizzato nella propria opera, dettagli che

ci appaiono nella loro flagrante evidenza soltanto

in questa prospettiva – di presa di coscienza

– offertaci da Verlato.

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