Homo ut insula

Homo ut insula

Titolo

Homo ut insula

Inaugura

Giovedì, 18 Giugno, 2015 - 18:00

A cura di

Martina Lolli

Artisti partecipanti

Fausto Cheng, Paolo di Giosia, Marino Melarangelo

Presso

Sale espositive comunali
P.za Contea di Pagliara, Isola del Gran Sasso (TE)

Comunicato Stampa

L’uomo è un’isola quando è landa da conquistare, territorio concluso e aperto, che solo i più temerari riescono ad approcciare. L’uomo è un’isola, spesso non volutamente, quando è atollo reietto di una società indifferente. L’uomo può essere un’oasi mentale, uno spirito vivo che, solo, intuisce un qualcosa di trascendentale. Regione protetta o zolla illibata, l’uomo si trova a esperire la condizione di isolamento su più livelli: spirituale, fisico o psichico. Sebbene il termine assuma un’accezione melanconica, l’essere isolati spesso indica una posizione di privilegio per l’individuo postmoderno il quale può schiudersi a momenti di solitaria chiaroveggenza. L’esposizione Homo ut insula riunisce tre artisti di Teramo, Fausto Cheng, Marino Melarangelo e Paolo di Giosia che riflettono su queste tre differenti sfaccettature dell’isolamento e della solitudine, attraverso opere inedite, concepite appositamente per i locali in cui sono allestite: la scultura di Fausto Cheng, la fotografia di Paolo di Giosia e i pastelli su tela di Marino Melarangelo, prendono forma in installazioni che dialogano a distanza.

Fausto Cheng, di origini isolane, espone l’installazione Insula, quasi un omaggio alla sua terra d’origine in cui ha trascorso l’adolescenza e luogo che ha accolto la ricerca del sé dell’artista. In un rado recinto di giunchi si nasconde una piccola oasi di carbone su cui troneggia un cuore d’oro; la solitudine rappresentata da Cheng è una condizione spirituale derivante dal privilegio di una sensibilità che diviene arma a doppio taglio: membrana vibrante e ricettiva agli accidenti del mondo, pronta a registrare melanconicamente l’accaduto e restituirlo sotto forma di una mappatura interiore. L’isola presentata dall’artista è il luogo di approdo di un’anima travagliata che tuttavia mantiene quel senso di scoperta e curiosità proprio di un luogo esotico.

Più fisica e struggente la solitudine immortalata dagli scatti di Paolo di Giosia, impersonata da una donna che indossa e sveste un abito da sposa. Lo sfondo è quello di un luogo dell’abbandono, forse un manicomio o una prigione, di cui scorgiamo solo un muro sgombro, ma adorno di crepe e cretti; sono le smagliature dell’anima della donna, messa letteralmente a nudo, e portate in superficie a rafforzare l’immagine di una sofferenza che si legge sul suo corpo. La drammaticità e fisica e psicologica della protagonista è intensificata dal calore di una gamma di toni in b/n della fotografia in analogico.

La solitudine esistenziale di Marino Melarangelo è dipinta con i mezzi toni del grigio pastello. L’installazione pensata per lo spazio comprende una tela in grande formato e una costellazione di tele minori, come commenti ermetici della scena principale in cui un anonimo personaggio manipola misteriosi giochi metafisici. I riquadri più piccoli sono close-up delle mani del prestigiatore, immagini di bugiardini che rimangono volutamente astratti. Nessuna didascalia aiuta la comprensione della scena che conserva un alone di enigmaticità a comprovare la solitaria condizione mentale propria di ogni artista, capace di guardare oltre la contingenza della materia.

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